Koinonia Luglio 2022


IO, VESCOVO NELLA CITTÀ «ROSSA»

 

La testimonianza partecipata di una vita ecclesiale.

L’esperienza del sinodo, copiata in tutta Italia e la ricerca di un contatto vero e diretto con la realtà sociale sempre più difficile e contraddittoria

 

Impegnato a promuovere i sinodi diocesani a Livorno e a Firenze, più tardi chiamato a dirigere un prestigioso istituto salesiano ad Alassio, eccola finalmente vescovo ausiliare a Livorno, con l’incarico di vicario generale. Ci vuol parlare brevemente di queste tappe della sua esperienza ecclesiale?

Mi sono trovato immerso nella realtà sinodale già parecchi anni fa, quando i sinodi erano vissuti ancora in modo sperimentale. Il sinodo livornese è stato uno dei primi in Italia. Questo mi ha portato a vivere tale esperienza con grande passione. La parte finale del sinodo livornese ci impose di coinvolgere gli operai, le case del popolo, lo stesso consiglio comunale, che intervenne pubblicamente citando la chiesa locale come una realtà che contribuiva a dare un profilo alto alla città di Livorno. In seguito il cardinale Piovanelli, venuto a conoscenza della mia esperienza sinodale, pensò ad un sinodo fiorentino che partisse dall’ascolto di tutta la realtà sociale, non dei soli ambienti di chiesa. Devo dire che questo aspetto dell’esperienza del sinodo fiorentino fu voluto con grande determinazione da Piovanelli. Quello di Firenze è stato il primo sinodo nato globalmente con questa impostazione, e durante tutta la sua prima fase, fino al 1990, ne sono stato il segretario. Poi fui mandato ad Alassio dai superiori per motivi organizzativi interni alla congregazione salesiana; così ho perso i contatti con l’esperienza di Firenze, che è andata avanti senza di me. Tuttavia ho vissuto poi, anche se per breve tempo, l’esperienza di altri sinodi, quelli di Noto e di Mazara del Vallo in particolare. Ho così potuto verificare che l’ultima fase del sinodo livornese e che tutto il sinodo fiorentino sono stati di esempio per altri sinodi italiani.

 

Appena nominato vescovo, prima di prendere iniziative di ampio respiro ha preferito guardarsi attorno, conoscere meglio l’ambiente, Tuttavia non si può certo dire che lei non sia conosciuto dai livornesi. Come le sembra che l’abbia accolto la «rossa» Livorno?

Parto dall’ultimo gesto compiuto dalla giunta comunale che ha organizzato un ricevimento ufficiale in Comune per festeggiare la mia nomina. Questo ricorda un’altra iniziativa analoga di poco tempo fa, quando al vescovo Ablondi è stata conferita la cittadinanza onoraria. Tali fatti rivelano il tipo di rapporto della giunta con la chiesa locale e la richiesta esplicita di una chiesa strettamente legata al tessuto vivo della città. Ablondi ha dato sempre questo tipo di testimonianza. Anni addietro, quando venni a Livorno come parroco, ho trovato una chiesa aperta a quelle sensibilità sociali che in me stavano maturando. Ho vissuto dunque il mio ministero di parroco in sintonia con la testimonianza del vescovo e in sintonia con le aspettative della gente.  «Verità nella carità» è il motto di Ablondi che io ho fatto mio. Quando è uscita la notizia della mia nomina c'è stata una grande manifestazione di affetto da parte dei livornesi, che mi conoscevano molto bene per il mio impegno a fianco dei terremotati e per il mio lavoro di promozione del sinodo diocesano. La celebrazione ha visto infatti una vasta partecipazione popolare (alcune migliaia di persone). Pur tuttavia, alla gioia del ricordo di quella giornata indimenticabile non posso non accostare la percezione di un dolore profondo provocato in me da due tristi episodi concomitanti. Proprio in quei giorni moriva il vescovo Tonino Bello, presidente nazionale di Pax Christi, un vero profeta della giustizia e della pace. Spero che almeno una parte della sua carica venga da me portata avanti nel mio ministero futuro. Un altro motivo di tristezza associo alla mia nomina: quando io mi sono allontanato da Alassio per venire a Livorno si è suicidato un giovane tossicodipendente che si appoggiava molto a me. Sento questo fatto drammatico come una provocazione del nostro tempo: quella di saper ascoltare chi ha bisogno di noi. Il giorno della mia nomina è dunque associato a momenti di grazie e di gioia, ma anche a momenti di riflessione in cui si ridiscute tutto, anche il senso della vita e della fede.

 

Data la sua specifica esperienza lei è giustamente considerato, in Italia, uno dei massimi esperti di sinodi diocesani. Una chiesa «in sinodo», in cammino, sottolinea un processo di rinnovamento, di dialogo conciliare. Mettendo a confronto l’esperienza dei sinodi di Livorno e di Firenze, le sembra che la chiesa locale possa diventare sempre più comunitaria e porsi sempre al meglio al servizio di tutti gli uomini?

Lo sforzo che stiamo facendo in questa direzione non è cosa facile. La situazione sociale si evolve con grande rapidità. Il ritmo del cambiamento è tale per cui non si riesce spesso a intervenire in modo concreto ed efficace sulla realtà., Penso alla realtà locale che meglio conosco. Oggi Livorno è molto diversa rispetto a pochi anni fa. C’è la crisi tremenda dei portuali, che qui erano il centro del mondo del lavoro. Livorno, ora, è una città meno garantita di un tempo. Meno lavoro, meno sicurezza. E tutto si ripercuote in primo luogo sulla condizione dei giovani. Per questo il tentativo che come chiesa locale stiamo facendo a Livorno è quello della riapertura sinodale: stiamo lanciando il sinodo dei giovani. Ablondi sta chiedendo a tutta la comunità ecclesiale di riflettere su se stessa alla luce della condizione dei giovani. Bisogna dare ospitalità alla profezia: non vogliamo un sinodo «per i giovani», ma un sinodo della chiesa tutta che guarda ai giovani per cogliere ciò che Dio le sta dicendo attraverso di loro. Sto riflettendo molto su questo tema e da tempo. Ablondi mi aveva già coinvolto in questo progetto prima ancora che fossi vescovo.

 

Negli ultimi tempi si sono avuti non pochi segni di cambiamento all'interno dell'episcopato. Alcuni vescovi si sono espressi pubblicamente contro l'unità politica dei cattolici. C'è anche chi ne ha parlato come di un errore storico che ha rischiato di compromettere la credibilità della stessa chiesa. Qual è  la sua opinione in proposito? 

Non ho ancora molta dimestichezza col mondo dei vescovi: sento però che sta nascendo un clima nuovo. Non è sufficiente, tuttavia, guardare a quanto avviene all’interno della Cei (conferenza episcopale italiana). Va fatta una riflessione sul nostro modo di essere chiesa. È tempo che il rapporto chiesa-società venga posto all’interno di tutta la realtà ecclesiale. Un pluralismo esplicito dei fedeli mutuato solo o prevalentemente da una nuova posizione dei vescovi sarebbe preoccupante. La maturazione dei credenti deve svilupparsi a livello personale.

 

Intervista a cura di Bruno D’Avanzo

(L’Unità, 4/8/1993)

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