Koinonia Luglio 2022


GESÙ INSEGNA E GUARISCE (I)

 

Parte prima: Parola da ascoltare

 

Riflettendo su Gesù che insegna e guarisce non possiamo che concentrare subito ogni attenzione sulla potenza della sua Parola, essendo egli stesso Parola, “Verbo” fin da principio “presso Dio”, divenuto a un certo punto “carne” per “abitare in mezzo a noi” (Gv 1,1.14). Una potenza che non può tuttavia essere tale se non a partire dalla nostra fede in grado di accoglierla con tutto il cuore e con molta gioia.

Non solo: c’è ogni volta bisogno di sforzo e ispirazione per comprendere la Parola, sempre viva e capace di novità di fronte a quel che accade nella storia. Pretendere di comprenderla una volta per tutte non è comprendere la parola di Dio, ma una parola come tutte le altre, irrigidita in funzione delle nostre voglie e dei nostri limiti. “Le sacre Scritture contengono la parola di Dio e, perché ispirate, sono veramente parola di Dio”, dice la Dei verbum (24). La parola di Dio deve essere ogni volta cercata come mistero che le Scritture sacre contengono in mezzo a parole e vicende del tutto umane. La Scrittura sacra è vivente e dunque bisognosa come un bambino di crescere “con chi la legge”, diceva Gregorio Magno.

Gli imperativi usciti dalla bocca di Gesù secondo i vangeli sono due, e hanno come oggetto di massima attenzione “i misteri del regno dei cieli” (Mt 13,11), quelli duri da comprendere, quelli che soltanto pochi purtroppo comprendono. Il primo: “Fate attenzione dunque a come ascoltate; perché a chi ha sarà dato, ma a chi non ha, sarà tolto anche ciò che crede di avere” (Lc 8 18). Il secondo: fate attenzione a quello che dite, perché la bocca “esprime ciò che dal cuore sovrabbonda”, e alla fine “di ogni parola vana che gli uomini diranno, dovranno rendere conto nel giorno del giudizio; infatti in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato” (Mt 12,34-37).

Dio entra in contatto con noi attraverso la sua parola con un solo scopo, quello di farsi comprendere, certo, ma anche quello di farsi amare. Ecco perché la Parola, come Dio, la si può comprende davvero soltanto col cuore: questo intendeva Pascal dicendo che il cuore e non la ragione sente Dio. Perciò l’imperativo dato da Dio e ripetuto da Gesù è quello dell’ascolto: “Ascolta, Israele” (Dt 5,1). Solo così, solo ascoltando fino in fondo la Parola, noi potremo a nostra volta dire parole utili e buone, efficaci per coloro che ci ascoltano. Solo così sarà parola profetica, parola che ci giustifica, che ci rende giusti davanti a Dio e ai fratelli. La parola che esce da un cuore credente provoca fede in chi l’ascolta, poiché “la fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo” (Rm 10,17).

Elemento  fondamentale per tutti però, per chi parla e per chi ascolta, non dovrebbe essere soltanto la comprensione, ma la salvezza che Dio ha promesso, una salvezza che non ci trova più oggi, purtroppo, davvero interessati, appassionati, fino a desiderarla, invocarla con tutto il cuore. Segno evidente questo del venir meno della stessa fede. San Paolo su questo è stato chiarissimo: se per salvarsi è necessario invocare il nome del Signore, “come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci?” (Rm 10,14-15). Ma annuncio, parola e ascolto sono mossi dalla fede non da altro. Qui etica, estetica e persino devozione, come diceva Kierkegaard, ci portano altrove, c’è poco da fare.

Ed è curioso come negli ultimi decenni siano proprio dei non credenti pensosi a mettere in luce, nella parola di Dio, le cose più importanti per la fede. Erri De Luca scrisse anni fa un libretto che ha per titolo Penultime notizie circa Ieshu/Gesù. Nel primo capitolo che ha per oggetto il Discorso della montagna, egli descrive Gesù che “si mise sopra l’ultima pietra, dove la terra smette di salire e inizia il cielo. Il vento si abbassò, quando lui si fermò in piedi. L’acustica perfetta, il sole tiepido: la Galilea era un solco aperto per accogliere il seme del discorso. Nessuno scriba prendeva appunti. Erano tempi in cui le parole si incidevano a caldo nella membrana del ricordo, nel fondo delle orecchie”.

E questo ci fa molto riflettere sulle nostre distrazioni, sull’incapacità che ha ormai la parola che ascoltiamo di incidere davvero su di noi, sulla nostra memoria. Prima la stampa e poi i grandi mezzi di comunicazione hanno profondamente inciso sul nostro dialogare e ascoltare. E questo vale anche e soprattutto quando c’è di mezzo la parola di Dio, una parola antichissima che non riusciamo più ad ascoltare facendola entrare nelle profondità del nostro cuore. La Lettera agli Ebrei dice così: “La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio, essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,22-23). Una persona così fecondata dalla parola di Dio non potrà che ritrasmetterne le vibrazioni quando parla. I testimoni che parlano dalla pienezza del cuore, manifestano la loro fede anche quando stanno zitti, e ci sarebbe da riflettere molto sul valore del raccoglimento e del silenzio, che abbiamo anch’esso ormai del tutto perduto.

Ma oltre alla Parola che insegna Gesù manifesta anche la Parola che guarisce. A un certo punto Erri De Luca dice così di Gesù: “Molto di più di quanto disse, fece. Risanò, guarì, corresse i guasti di natura: non tutti quelli del vasto mondo, però quelli che capitavano a tiro, alla portata dei suoi sensi”.

La Parola che esce dalla bocca di Gesù insegna ma anche guarisce, non solo nel senso di convertire, guarire spiritualmente, ma di guarire concretamente dalle infermità e dalle malattie. Il servo del centurione “è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente” (Mt 8,6). Noi chiameremmo un medico, noi lo porteremmo in ospedale, ci sarebbe insomma bisogno di una terapia, o forse di un intervento chirurgico. Noi oggi confidiamo molto nella scienza e nella tecnica, la ricerca ha fatto passi da gigante in tal senso. Noi insomma porteremmo il cellulare all’orecchio e chiameremmo il Pronto Soccorso: mandateci un’ambulanza, c’è una persona che non si può muovere, è grave. Oppure lo andremmo a trovare ogni tanto dopo averlo parcheggiato nei luoghi dei malati gravi da assistere di continuo, dei malati terminali, in attesa della loro fine.

E sappiamo esserci da sempre molti fenomeni con al centro guaritori, spesso ciarlatani, movimenti interi attorno ai quali circola anche molto danaro, oltre ai molti creduloni che ci cascano. Ma qui si tratta di tutt’altra cosa: la fede di cui ci parlano i Vangeli non ha nulla a che spartire col magico. Il credente non è mai un credulone e a salvaguardarlo da tutto ciò è appunto la fede e l’ascolto di una Parola che oltre a guarire anche insegna, insegna a non volgere il proprio cuore agli idoli o ai ciarlatani di turno. A guardare bene nell’antichità, la tradizione ebraico cristiana era la meno propensa al miracolismo e ai prodigi, e a salvaguardarla era appunto l’ascolto della Parola, la mancanza di immagini a cui aggrapparsi, la messa in guardia continua dagli idoli che si possono toccare.

Faccio un esempio concreto di cui sono stato tempo fa diretto testimone. Dopo essere stati insieme a lei fin oltre mezzanotte, ci arriva improvvisamente una telefonata che la sorella di mia moglie era stata improvvisamente colpita da un ictus e che era in ospedale priva di parola, conoscenza e movimenti. Gravissima, dicevano i medici, si tratta solo di attendere e vedere il decorso. Tutti noi parenti più stretti dopo poco tempo eravamo lì, i figli e il marito piangevano, le sorelle piangevano, i minuti sembravano ore, non potevamo vederla. Poi, dopo nemmeno un’ora, s’affaccia un medico e ci dice che inaspettatamente e improvvisamente la situazione è di molto migliorata, ha ripreso a muovere entrambe le braccia e anche le gambe e ha persino detto qualche parola.

Nel totale smarrimento e nella totale incapacità dei parenti di elaborare una smile cosa, a muoversi con una certa decisione è stata l’anziana suocera, accostandosi decisa a una statuetta della Madonna, come se ne intravedono ancora sopra qualche tavolo lungo i corridoi d’ospedale. L’ho osservata bene: si muoveva decisa e in silenzio, ha toccato con la mano la statuetta facendosi un segno di croce e balbettando subito dopo qualcosa in silenzio, forse un’Ave Maria o non so cosa. Tutto tra l’indifferenza generale naturalmente: cose da vecchiette, avranno pensato i nipoti.

Mi sono chiesto: c’era fede in quel gesto? Era un gesto che chiedeva o ringraziava? Ma in che cosa credeva quella donna? Certamente era il gesto di chi credeva esserci qualcosa, ma cosa? C’è da credere che in lei ci fosse più superstizione che fede, bisogno di toccare e vedere la statuetta della Madonna o di padre Pio, non importa, purché ci fosse qualcosa di concreto a portata di mano. Una sorta di “vitello d’oro”. Mentre la fede di cui ha parlato la tradizione ebraico cristiana dice: beati quelli che credono pur non avendo visto, dice di non farsi “immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra” (Es 20,4), perché la fede nasce dall’ascolto e l’imperativo che nel mondo ha portato la fede di Israele è “Shema!”, “Ascolta!”. Quella donna non si è accostata col pensiero alla parola di Dio, e con molta probabilità non aveva rapporto alcuno con essa e col Vangelo, la sua educazione religiosa è quella devota in cui è percepibile qualcosa che ha magari a che fare con la trascendenza, ma non con la parola di Dio, con la salvezza promessa da Dio.

C’è in Gesù un dolore che forse supera ogni altro dolore: quello di non essere compreso. Fa’ miracoli, guarisce, moltiplica pani per una folla affamata e ne avanzano pure, ma lì i farisei non fanno altro che discutere chiedendo ancora segni dal cielo “per metterlo alla prova”, non capendo nulla di quel che Gesù dice e fa’. Ed è gente che magari conosce la Parola di Dio, vi sono scribi e dottori della Legge tra essi, ma non la comprende. Per questo egli taglia corto e dice che a quella generazione “non sarà dato alcun segno”. Poi sale sulla barca e parte per l’altra riva. C’è gente con lui sulla barca, gente attratta da lui che lo segue, ma anche quelli si mettono subito a parlare di pane, hanno dimenticato di prendere con loro il pane ed erano preoccupati, non facevano altro che parlare di quello, come noi oggi, preoccupati dello stipendio eccetera, preoccupati del domani, del futuro dei nostri figli, preoccupazioni legittime, certo, ogni giorno a noi viene fame e guai se non avessimo pane, stipendio. Ma Gesù va su tutte le furie: “Perché discutete che non avete pane? Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate, quando ho spezzato i cinque pani per i quattromila… Non comprendete ancora?” (Mc 8,11-21).

Il fatto è che la fede ha a che fare con la salvezza che può venire soltanto da Dio, con l’attesa della risurrezione dei morti, non con le preoccupazione di ogni giorno per il qui e ora.

 

Daniele Garota

(1. continua)

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