11 settembre 2022 - XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

 

James Tissot: La moneta smarrita (1886-1894)

New York, Brooklyn Museum

 

 

PRIMA LETTURA (Esodo 32,7-11.13-14)

In quei giorni, il Signore disse a Mosè: «Va’, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: “Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto”».

Il Signore disse inoltre a Mosè: «Ho osservato questo popolo: ecco, è un popolo dalla dura cervìce. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione».
Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: «Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto con grande forza e con mano potente? Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: “Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti e la possederanno per sempre”».

Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo.

 

SALMO RESPONSORIALE (Salmo 50)


Rit. Ricordati di me, Signore, nel tuo amore.

 

Pietà di me, o Dio, nel tuo amore;
nella tua grande misericordia
cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa,
dal mio peccato rendimi puro.

Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza
e non privarmi del tuo santo spirito.

Signore, apri le mie labbra
e la mia bocca proclami la tua lode.
Uno spirito contrito è sacrificio a Dio;
un cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi.

 

SECONDA LETTURA (1Timoteo 1,12-17)

Figlio mio, rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù.

Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna.

Al Re dei secoli, incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.




VANGELO (Luca 15,1-32)

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.

Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

 

In altre parole

 

L’immagine di James Tissot, La moneta smarrita, ci riporta alla donna che si dà da fare fino all’impossibile per ritrovare l’unica moneta perduta delle dieci in suo possesso, per poi convocare amiche e vicine per condividere la gioia di averla ritrovata. È la storia che si ripete della sola pecora perduta tra le cento, ma tutto per preparare la narrazione più corposa detta del “Figliol prodigo”: la rivelazione più toccante dell’amore e della gioia di un Padre che può riabbracciare sano e salvo un figlio ritenuto perduto e dato per morto. Motivo per fare festa grande, nonostante il fratello maggiore si dissoci. Il punto focale rimane la passione della ricerca di ciò che è perduto: per assurdo, sembra che quanto è perso valga più di quanto ancora si ha, ma forse è solo rivelativo del valore di ogni singola pecora e di singola moneta, ma soprattutto di ogni singola persona, da stimare ancora di più.

 

Se questo è il senso unitario da tenere presente, possiamo però vedere come emerge nelle sue variazioni da quanto la Scrittura ci offre, a cominciare dal libro dell’Esodo: con Mosè che deve fare da cuscinetto tra le decisioni del suo Signore e un popolo refrattario al volere di Dio. Mosè viene avvertito che il popolo fatto uscire da lui dalla terra di Egitto si è come smarrito e ha preso altre strade, per passare al pervertimento dell’idolatria e abbandonare la via che il suo Signore aveva tracciato. È dunque un popolo perduto, e se prima il Signore aveva guardato alla miseria e alla schiavitù in cui versava in Egitto, ora torna ad osservarlo, ma lo trova di dura cervice e meritevole della sua ira, dalla quale sarebbe risparmiato solo Mosè, che si sente dire: “Di te invece farò una grande nazione”.

 

Mosè però non si accontenta di questa rassicurazione personale, e si permette di richiamare il suo Signore alla scelta fatta di liberare quel popolo dall’Egitto e alla precedente promessa fatta ad Abramo di ottenere una posterità numerosa come le stelle del cielo e di avere in eredità la terra: qualcosa sempre valido! Grazie alla mediazione di Mosè, quel popolo che era perduto è di nuovo recuperato e riscattato, e può rimettersi in cammino per diventare in tutto e per tutto il Popolo di Dio. In parallelo alla perorazione di Mosè è quasi inevitabile ricordare le parole di Gesù in croce: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”, proprio mentre lui offriva se stesso per riscattarli dalla durezza del loro cuore!

 

Una presa di coscienza per il ravvedimento da parte di tutti è quanto Gesù ha cercato di provocare di continuo nella sua vita, con le sue opere e le sue parole, per farci capire quanto il Padre ci dimostra attraverso di lui e quanto lui ottiene per noi dal Padre. Ed ecco in quali circostanze questa volta il suo intervento viene a fare verità nei confronti degli avversari di turno: “In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro»”. Non è solo una nota di cronaca, ma è il contesto teologico in cui Gesù interviene con le sue  parabole: ci sono i pubblicani e i peccatori che lo avvicinano per ascoltarlo, e ci sono i farisei e gli scribi che hanno da ridire proprio perché li accoglie. Essi sono quelli perbene e in regola, gli altri andrebbero lasciati perdere, perché non c’è rimedio per loro; quelli sono perduti e non c’è niente da fare, mentre essi sono a posto e danno garanzie religiose. Come è possibile che Gesù sia dalla loro parte?

 

Ecco allora Gesù chiamarli direttamente in causa, chiedendo come ciascuno di loro si sarebbe comportato nel caso una sola pecora del suo numeroso gregge si fosse perduta. Così come farebbe una donna di casa che non trovasse più una delle sue dieci monete. E allora si può capire che “vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione”. È qui il punto cruciale in cui egli si pone, quanto dovrebbe accadere tra i suoi discepoli. Ma il discorso diventa ancor più stringente quando non si parla più di pecore e di monete ma di un padre e di figli, appunto della parabola detta del “Figliol prodigo”. Qui si tratta di un figlio perduto, e per di più col favore del padre che va incontro alla sua richiesta e lo lascia andare al suo destino.

 

Un padre che non fa nessun tentativo di convincimento né prende alcuna iniziativa per rintracciare il figlio, ma tutto avviene nel segreto, là dove solo il Padre vede. In realtà, grazie anche alla condizione di bisogno, c’è nel figlio una progressiva presa di coscienza dell’amore del padre, un amore dimostrato nel fatto di averlo lasciato libero di andarsene, ma che ora avrebbe potuto accoglierlo almeno come garzone: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame... Si alzò e tornò da suo padre”! Come siano andate le cose al suo ritorno è quanto siamo soliti considerare del racconto, ma se possiamo vedere la festa col vitello grasso come una anticipazione eucaristica per il figlio tornato in vita, forse possiamo osare di leggere  nel figlio perduto la stessa vicenda umana del Figlio dell’uomo, “il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini” (Fil 2,6-7). Così come, forse, possiamo leggere la reazione del fratello maggiore come prova della perdurante dialettica tra “chiesa dei giudei” e “chiesa dei gentili”, una dialettica che diventa criterio di discernimento nella parabola dei due figli, quello del “sì” e quello del “no” (Mt 21,28-32). Non sarebbe il caso di riattivarlo, questo criterio, per una lettura più realistica dello stato delle cose sul piano ecclesiale?

 

Se c’è uno che è partito  decisamente dal “no”, questi è Paolo di Tarso: parlando di sé a Timoteo. egli in qualche modo esprime qualcosa che potremmo attribuire anche al Figliol prodigo, qualcosa che è senz’altro quanto ha vissuto il Signore Gesù, che si è fatto peccato per noi per ricondurci al Padre. Paolo si dichiara “un bestemmiatore, un persecutore e un violento”. Ma alla fine ha trovato misericordia e ha sperimentato la grazia del Signore, uniformandosi a Cristo Gesù “che è venuto nel mondo per salvare i peccatori”. E se egli ha ottenuto misericordia e si è fatto servo e chiavo di Cristo, è perché fosse anche lui di esempio “a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna”. Ed ecco perché possiamo ripetere con lui – a gloria dell’” incorruttibile, invisibile e unico Dio”: “Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Rm 5,20). (ABS)


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