16 giugno 2019 -  SANTISSIMA TRINITÅ (ANNO C)

Masaccio: Trinità (1426-1428)

 

 

PRIMA LETTURA (Proverbi 8,22-31)

Così parla la Sapienza di Dio:
«Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività,
prima di ogni sua opera, all’origine.
Dall’eternità sono stata formata,
fin dal principio, dagli inizi della terra.
Quando non esistevano gli abissi, io fui generata,
quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d’acqua;
prima che fossero fissate le basi dei monti,
prima delle colline, io fui generata,
quando ancora non aveva fatto la terra e i campi
né le prime zolle del mondo.
Quando egli fissava i cieli, io ero là;
quando tracciava un cerchio sull’abisso,
quando condensava le nubi in alto,
quando fissava le sorgenti dell’abisso,
quando stabiliva al mare i suoi limiti,
così che le acque non ne oltrepassassero i confini,
quando disponeva le fondamenta della terra,
io ero con lui come artefice
ed ero la sua delizia ogni giorno:
giocavo davanti a lui in ogni istante,
giocavo sul globo terrestre,
ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo».



SALMO RESPONSORIALE (Salmo 8)


Rit. O Signore, quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!

 

Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissato,
che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi,
il figlio dell’uomo, perché te ne curi?

Davvero l’hai fatto poco meno di un dio,
di gloria e di onore lo hai coronato.
Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi.

Tutte le greggi e gli armenti
e anche le bestie della campagna,
gli uccelli del cielo e i pesci del mare,
ogni essere che percorre le vie dei mari.

 

 

SECONDA LETTURA (Romani 5,1-5)


Fratelli, giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio.
E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza.
La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.


VANGELO (Giovanni  16,12-15)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

 

 

In altre  parole…

L’antifona d'ingresso di questa liturgia è come una presentazione dei personaggi a cui prestiamo omaggio: “Sia benedetto Dio Padre, e l’unigenito Figlio di Dio, e lo Spirito Santo: perché grande è il suo amore per noi”. Verrebbe da ripensare alla visita misteriosa ricevuta da Abramo di cui ci parla Genesi 18: “Il Signore apparve ad Abramo alle querce di Mamre, mentre egli sedeva all'ingresso della sua tenda nell'ora più calda del giorno. Abramo alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano davanti a lui. Come li ebbe visti, corse loro incontro dall'ingresso della tenda, si prostrò fino a terra e disse: «Ti prego, mio Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo!»” (Gen 18,1-3).

Dobbiamo dire che tutta la vita di un cristiano e della chiesa è punteggiata da queste visite e la presenza di questi “tre uomini” è la più familiare nel nostro linguaggio anche se lontana dai nostri cuori. Basta pensare al segno della croce e fare attenzione alla ricorrenza del nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo nella preghiera liturgica. Di fatto, il nostro approccio al mistero della santissima Trinità è quello del catechismo o come articolo o dogma della fede: qualcosa che ci sovrasta e che impariamo per metterlo da parte; mentre in realtà è ciò in cui “viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (Atti 17,28).

Siamo immersi, come nell’aria che respiriamo, in quella Sapienza di Dio “formata, fin dal principio, dagli inizi della terra”, che accompagna l’opera della creazione e ci dice: “io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo”. Ci viene fatto capire qual è il senso profondo della creazione come cooperazione alla sua origine e come compartecipazione nella sua finalità. Ciò che è “in principio” - e all’origine della nostra stessa esistenza - si lascia percepire come vita e fonte di vita a più dimensioni, il cui senso in ultima analisi porta a riconoscere e a dire: “perché grande è il suo amore per noi”.

Tutto insomma si rivela e si scopre come “amore”, “perché l'amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio” (1G 4,6). È questa la via maestra e la regola d’oro per conoscere Dio ed aprirsi alla sua comunicazione e rivelazione: come lui si dimostra e si fa conoscere. Perché questo avvenga è necessario che la sua Parola sia ricevuta su terreno buono, e cioè da “coloro che ascoltano la parola, l'accolgono e portano frutto” (Marco 4,20), “colui che ascolta la parola e la comprende” (Matteo 13,3), “coloro che, dopo aver ascoltato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza” (Luca 8,15).  Consapevoli o meno, siamo pienamente coinvolti in questa storia di alleanza e di salvezza che tutta la Scrittura ci narra, e cioè nel mistero dell’amore di Dio, che è la sostanza unica di relazioni interne diverse in cui questo amore sussiste, mentre ad extra si diffonde.

Il discorso di addio di Gesù mostra come questo coinvolgimento avviene: ci avverte che sono ancora molte le cose che potrebbe e vorrebbe dirci, ma sa benissimo quali sono i nostri limiti e i nostri tempi nel portarne il peso (a proposito di “peso”, si legga il testo di Tonino Bello riportato di seguito). Ma non per questo egli ci rinuncia e ce ne priva, perché vuole portarci alla conoscenza della verità tutta intera, alla rivelazione sempre più piena del Dio-amore.

Già prima, in Giovanni 14,26, egli aveva parlato di un “Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Qui figurano già in azione il Padre e lo Spirito Santo, che però sarà dato nel suo nome, dopo che da figlio dell’uomo egli è tornato alla dignità e alla gloria di Figlio di Dio per opera dello Spirito che era sceso su di lui e che ora egli dona a noi. Ora ci ripete che quando questo Spirito verrà come portatore di verità ci guiderà a tutta la verità, perché appunto ci dirà tutto ciò che ha udito e ci annuncerà le cose future. E questo perché c’è una coappartenenza e comunicazione totale tra Padre, Figlio e Spirito Santo totalmente protesi a darne lieto annuncio ai discepoli smarriti ma destinati a portare questo annuncio al mondo.

Siamo al cuore della nostra fede e potremmo dircelo in tanti modi, ma soprattutto dobbiamo dirci che abbiamo bisogno di un ri-centramento sul mistero della Trinità, che non può rimanere ai margini della nostra esperienza di credenti o sullo sfondo di questioni dottrinali, ma deve diventare il nostro ambiente di vita oltre che di celebrazione: non dimentichiamo che si tratta della struttura portante costitutiva della chiesa come comunione, prima di ogni altra articolazione istituzionale. Se aggiustiamo il tiro della nostra vita e del nostro impegno di credenti in questo senso, le parole della lettera ai Romani non solo diventano profondamente rivelative, ma ci dicono quali sono l’impostazione e l’orientamento secondo cui andare avanti.

Rileggiamole e meditiamole come presa di coscienza della nostra condizione cristiana nel mondo: “Fratelli, giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio. E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”.

Non sembra anche a voi che se ci atteniamo a questa regola - e la teniamo presente insieme - tutto il resto è di contorno? L’augurio e la preghiera è che si possa diventare interpreti e testimoni di questo modo di essere credenti! (ABS)

 

 

Don Tonino Bello davanti alla Trinità del Masaccio

 

UN DIO CHE SCONCERTA

 

Ogni volta che l’orario mi permette una piccola sosta nella stazione di Firenze, non manco di entrare nella vicina basilica di S.Maria Novella. E corro subito, sulla sinistra, a inginocchiarmi davanti a un singolare affresco intitolato "Trinità", ma che in effetti riproduce la Crocifissione: con lo Spirito che aleggia e fa splendere il capo del Padre, il quale, sovrastando sul Figlio  in  Croce, sembra gli protegga le spalle.

 

L’opera, splendida, è del Masaccio. Ma io corro a contemplarla, non tanto per motivi estetici, quanto perché nella diuturna penombra della Chiesa, al timido guizzare delle fiammelle, mi sento subito immerso nel mistero struggente del Calvario e, soprattutto, perché  nell’affresco è riportato un messaggio  teologico  e grande densità.

 

Dietro la Croce, infatti, che sembra sollevarsi da terra, Dio Padre, con le braccia distese, sostiene con i suoi polsi non solo il legno, il "dulce lignum", ma anche il carico delle sue ferraglie patibolari, i "dulces clavos", e, soprattutto, il peso del condannato, il "dulce pondus".

 

Vi assicuro: è una contemplazione che vale la lettura di tutti i quaresimali del Savonarola. È un testo che fa schizzare dal cuore tuo fiotti di speranza con la stessa forza con cui, dal costato suo, schizzano fiotti  di sangue, del quale vorresti ubriacarti.

È un invito alla fiducia che parte dal cuore di Dio. Egli alleggerisce sempre le Croci dei suoi figli. Anzi, se ne fa carico totale.  E, poi, per far giungere questi messaggi d’amore, non disdegna di usare, come carta per scrivere, perfino i calcinacci! Certo  il  nostro Dio è un Dio che sconcerta. Non allineato con nessuna logica umana. Imprevedibile.

 

E noi lo avvertiamo, soprattutto quando la vita, prima o poi, ci conduce a dover intrecciare rapporti col dolore, fisico o morale, e con Colui che ne permette il devastante dispiegarsi sulle nostre carni o sulla nostra anima. Ma perché mai il Signore, prima ti dà una Croce, poi te la toglie, o te l’alleggerisce? Perché  si diverte con noi, con questo stile che non è  assolutamente praticato nei nostri giochi di amore terreni? Perché questo "cuci-scuci" sul panno già sfibrato della nostra povera vita?

 

È difficile rispondere. L’unica cosa che si può dire (essenziale, però, e appagante) è che il Signore non ci lascia soli nella prova. No! Il suo non è il divertimento di chi prova gusto a vederci dondolare sull’altalena dei dolori. Egli è triste quando noi siamo tristi. Piange quando piangiamo. Non solo accanto al letto  delle malattie fisiche che distruggono inesorabilmente  il nostro corpo, ma anche al capezzale dei nostri dolori morali:  la fuga di una figlia, che è partita in campeggio con compagni  sconosciuti, e non è tornata più. L’abbandono della casa nuziale di lui che si è innamorato della sua collega d’ufficio. Il pianto di quei genitori che se ne vanno insieme al loro crepuscolo, mentre osservano nei figli il rifiuto di tutti i valori portanti che innervano l’esistenza. L’ombra di un fallimento economico. Il capestro strozzino degli usurai... che stanno alle porte.

 

Quante croci, di fronte alle quali il volto del Padre si oscura, come se fossero ostacoli ineluttabili anche per lui! Ma ecco che Egli si muove a compassione di chi lo invoca, e corre a deporlo dalla croce, o a sostenerlo con tutto il suo carico.

Grazie, Trinità Santissima, per questo messaggio di luce, di speranza e di coraggio che ci trasmetti dalle croste di quelle pareti.

 

Io non so se tornerò più a Firenze, a contemplarti in questo mistero del tuo "con-soffrire" con gli uomini. Una cosa è certa: che continuerò a lottare, perché so che alle spalle ci sei tu e che, quando per me incomberanno le ombre della notte, forse grazie anche all’affresco del Masaccio, mi addormenterò tranquillo tra le tue braccia.

 

don Tonino Bello, vescovo

Koinonia, maggio 1993


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