9 giugno 2019 -  DOMENICA DI PENTECOSTE (ANNO C)

 

Duccio di Buoninsegna: La Pentecoste (1308-11)

 

PRIMA LETTURA (Atti degli Apostoli 2,1-11)

 

Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.

Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e proséliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».

 

 

SALMO RESPONSORIALE (Salmo 103)

 

Rit. Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra.

 

Benedici il Signore, anima mia!

Sei tanto grande, Signore, mio Dio!

Quante sono le tue opere, Signore!

Le hai fatte tutte con saggezza;

la terra è piena delle tue creature.

 

Togli loro il respiro: muoiono,

e ritornano nella loro polvere.

Mandi il tuo spirito, sono creati,

e rinnovi la faccia della terra.

 

Sia per sempre la gloria del Signore;

gioisca il Signore delle sue opere.

A lui sia gradito il mio canto,

io gioirò nel Signore.

 

SECONDA LETTURA (Romani 8,8-17)

 

Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene.

Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.

Così dunque, fratelli, noi siamo debitori non verso la carne, per vivere secondo i desideri carnali, perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete. Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio.

E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.

 

VANGELO (Giovanni 14,15-16.23-26)

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre.

Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.

Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

 

 

 

In altre parole…

 

Una semplice avvertenza! Il fatto che il “mistero della fede” venga celebrato nel tempo liturgico con una serie di solennità può indurre in inganno: ci porta a pensare che siano eventi separati, ciascuno con un significato proprio, mentre ogni cosa va considerata nella sua compiutezza, che è il mistero della redenzione, una grandezza più intensa della stessa creazione! È questa la via maestra di ogni cammino spirituale, quali che siano altre spiritualità accessorie!

 

Eccoci allora al compiersi del giorno della Pentecoste, un passaggio che è anche compimento di una promessa che viene da lontano, ma continuamente rinnovata fino all’ultimo:Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella - disse - che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo»”. Forse Gesù voleva evitare la dispersione che c’era già stata dopo la Passione e preparare i suoi al varo della missione a cui li aveva destinati.

 

La promessa era che egli sarebbe rimasto con loro tutti i giorni per operare insieme ad essi; che “nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme”; che di questo essi sarebbero dovuti diventare testimoni, e che a tale scopo sarebbero stati rivestiti di potenza dall’alto. Da qui nasce e parte l’avventura cristiana nel mondo e da qui non possiamo discostarci se davvero vogliamo portare un annuncio di salvezza agli uomini.

 

Pentecoste è questa investitura e questa partecipazione sacerdotale, messianica e profetica all’opera e alla missione del Cristo Signore. Non quindi solo compito gerarchico di minoranze, ma responsabilità solidale del Popolo di Dio convocato per questo preciso mandato. Perché non si tratta di offerte religiose rassicuranti, ma di precisa richiesta di conversione e di fede che salva: il resto possiamo liberamente mettercelo noi, ma solo dopo che la fede sia quella che il Signore si aspetta attraverso la predicazione dei suoi testimoni destinata a tutti i popoli. Le dimensioni della missione restano queste, quale che sia il gesto concreto che ci è possibile compiere.

 

Tutto dunque arriva a compimento. Ed ecco allora quei Galilei, che gli angeli avevano invitato a non rimanere lì a fissare il cielo, sorprendersi prima di tutto di se stessi nel parlare lingue diverse, e al tempo stesso destare meraviglia a tutta l’ecumene dei popoli, perché ciascuno li poteva udire nella propria lingua nativa. Infatti, “tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi”. Ma ciò che maggiormente conta è che nelle loro lingue li sentono parlare delle “grandi opere di Dio”. Non del più o del meno della predicazione corrente!

 

Come dire che la predicazione non è solo questione di adattamenti linguistici, di frasi ad effetto, di eloquio forbito, ma azione di Spirito Santo e proclamazione dell’opera di Dio, che peraltro esclude un linguaggio rituale standard, ma è traducibile in ogni lingua perché arriva al cuore. Una fede autentica in realtà non è riducibile a formule, ma nasce dal cuore, e Dio è più grande dei nostri cuori!

 

Si torna a dire che all’origine c’è l’amore per Gesù e l’osservanza della sua parola, in modo da attirare l’amore del Padre che prende dimora in noi e dona il suo Spirito: è il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manda nel nome del Figlio e che ci insegnerà ogni cosa e ci ricorderà tutto ciò che egli ci ha detto. È questa l’opera di Dio, ed è qui la nostra fede!

 

Come si può vedere, non stiamo facendo esegesi o dando interpretazioni spirituali a queste letture, cercando invece di leggerle per “osservare la parola”, nel senso anche di osservazione oltre che di osservanza, e lasciandoci guidare dallo Spirito nel nostro cammino di fede, al di là di appartenenze, affiliazioni o ruoli. Anche se fatta in partenza da me come apripista, la nostra vuole essere una lettura in simbiosi con la vita di ciascuno e con l’esperienza di fraternità cristiana che stiamo maturando insieme.

 

Forse potremmo arrivare a fare nostre queste parole di Sergio Quinzio che mi capita di leggere in questi giorni: “Io ho letto così la Scrittura. Non so dire fino a che punto questo è impasto con la mia vita, o fino a che punto la mia vita è impastata con questa possibilità di lettura”. E tutto questo non solo in chiave personale ma di solidarietà, con quanti sentono il richiamo di Cristo e godono del dono dello Spirito.

 

Fatto questo intermezzo in tono confidenziale, eccoci a dirci che siamo sotto il dominio dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in noi, e se noi abbiamo lo Spirito di Cristo apparteniamo a lui: quello Spirito che è vita per la giustizia, capace di dare la vita anche ai nostri corpi mortali. Se ci lasciamo guidare dallo Spirito, ci è possibile far “morire le opere del corpo” o degli istinti naturali, per vivere da figli di Dio liberi dalla paura e capaci di gridare “Abbà! Padre!”.

 

Si arriva a questo punto, che “se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria”. Non si tratta infatti di un’affermazione dottrinale o di una consapevolezza convenzionale: si tratta di qualcosa di sofferto, che matura dentro le prove della vita e nella partecipazione a quello che manca dei patimenti di Cristo per un riscatto e una redenzione che non possiamo non condividere! Ci diciamo queste cose non per arricchire le nostre nozioni religiose o il nostro bagaglio spirituale, ma per dare forza e gioia alla nostra testimonianza di credenti e di cristiani. (ABS)


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