FORUM 546

(1 GENNAIO   2018)

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Su Koinonia di gennaio 2018

 

IN COPERTINA

 

Giuseppe Ruggieri, nel suo intervento del 2 dicembre a Roma, ha ricordato il padre domenicano Albert Nolan, facendo cenno al suo libro “Gesù prima del cristianesimo”, che Koinonia presentò prima ancora della sua traduzione italiana, nel 1985. Con questo ricordo, però, egli intendeva riportarci al “Documento Kairos Sudafrica”, di cui Nolan era stato promotore. E questo per suggerire una prospettiva teologica che potrebbe fare al caso nostro.

Sono bastati infatti questi pochi accenni, perché l’assemblea avesse un possibile quadro interpretativo e trovasse risposta agli interrogativi che via via  suscitava: come posizionarsi in quanto  chiesa nella crisi non solo socio-economica, ma culturale e di civiltà dell'Italia di oggi. Di qui ad ipotizzare che una sorta di “Kairos Italia” fosse proponibile il passo è stato breve: anche se non si tratta di situazioni altrettanto drammatiche, la necessità di una liberazione non è meno urgente, sapendo che è la verità a farci liberi.

Una conferma a questa ipotesi di lavoro viene dal fatto che nel 2009 il documento del Sudafrica ha ispirato “Kairos Palestina”, operazione altrettanto significativa ed emblematica di cui far tesoro. Ci sarebbe da prendere atto che c’è una “tradizione ecclesiale” vicina a noi che faremmo bene a recepire e valorizzare, sia per darle continuità, e sia anche per impedire che tale eredità di fede e di esperienza vada dispersa. In genere, quella che passa per “tradizione” è un contenitore vuoto, mentre quanto c’è di vivo nei tanti movimenti di riforma non sa tradursi in tradizione e rimane allo stato frammentario ed autoreferenziale.

In questo senso, un'operazione “Kairos Italia” potrebbe fare da  catalizzatore dei tanti frammenti dispersi qua e là e dare una prospettiva teologica alla presenza della chiesa nella “crisi-Italia”. Se - grazie alla creatività di Renato Scianò - osiamo presentare un "logo" di questa ipotetica operazione, è solo perché ne sentiamo l'urgenza. Ma ne vediamo anche la praticabilità, considerando quanto Mauro Castagnaro ci dice col suo intervento all'Assemblea di Roma, che qui riportiamo. Ma prima di tutto può essere utile rivisitare il passo della Relazione Ruggieri che avanza la provocazione che vorremmo raccogliere e rilanciare.

 

 

In questo numero

 

3       La forza del Vangelo

                               Giuseppe Ruggieri

 

5            Dopo Roma

ABS

 

6       Ma viene un tempo…

                   Donatella Coppi

 

9       “Chiesa di tutti chiesa dei poveri”

                   Mauro Castagnaro

 

11         Due tesi a confronto

                   ABS

 

13     Lettera

Giovanni Pieraccioli

 

15         Francesco chiede la Chiesa fuori dalle chiese

                   Frei Betto

 

17     La Costituzione ha 70 anni e guarda al futuro

                   Domenico Gallo

 

20         Guevara racconta Guevara

                   Bruno D’Avanzo

 

24     Tema per la Settimana di preghiera 2018

 

26         Un Convento da salvare

                   Giancarla Codrignani

 

28     “Parola di Dio, parola umana”

 

30         Il Vangelo di Dio come cambiamento d’epoca (II)

                   Daniele Garota

 

35     Una mistica del ‘600: Madame Guyon

                   Sara Rivedi Pasqui

 

36         Il  culto cosmico (II)

                   Donatella Coppi

 

39         A prescindere dal Cristianesimo

                   Anna Marina Storoni Piazza

 

42     “Kairos Sudafrica”: un sfida alla chiesa

 

43         “Kairos Palestina”: un grido di fede per una nuova teologia

                   Geries S. Khoury

 

 

 

 

 

 

Intervento di Mauro Castagnaro all’Assemblea di Roma

 “CHIESA DI TUTTI CHIESA DEI POVERI”  (2/12/2017)

 

Se possiamo essere soddisfatti dell’esito di questa assemblea, perché la partecipazione di circa 200 persone, provenienti da tutta Italia, crea le condizioni per un effettivo rilancio della rete Chiesa di tutti Chiesa dei poveri, credo che necessario discutere da subito obiettivi e ipotesi di lavoro per il futuro. Affinché Chiesa di tutti Chiesa dei poveri abbia una prospettiva a me paiono necessarie tre condizioni:

1) che essa sia utile ai gruppi ecclesiali, alle riviste, alle associazioni e ai singoli cristiani da cui è formata, quindi non si limiti a riprodurre quanto essi già fanno per conto proprio, ma dia al loro impegno un “valore aggiunto”;

2) che essa sia significativa nella Chiesa italiana, cioè sia un soggetto radicato nella comunità cattolica del nostro paese, attento alle sue dinamiche e partecipe del suo cammino;

3) che essa sappia unire riflessione e proposte concrete.

Su questa base Chiesa di tutti Chiesa dei poveri dovrebbe, a mio parere, perseguire tre obiettivi:

1) offrire momenti di elaborazione di alto livello sulle problematiche di attualità ecclesiale, che i singoli soggetti non possano produrre o diffondere da soli, ma cui possano contribuire con la loro esperienza

2) rappresentare un punto di vista proprio, di un cattolicesimo “conciliare” presente in Italia, ma disperso, poco visibile in forma organizzata e meno incisivo di quanto potrebbe

3) collocarsi centro il cammino della Chiesa italiana e della sua riflessione, con capacità critica e propositiva

In questa luce proporrei, a titolo di esempio, tre temi cui dedicare le nostre prossime assemblee, individuati considerando quelli che mi sembrano più urgenti per la Chiesa italiana e la sua presenza nella società:

1) I cattolici italiani e l’impegno per la pace oggi, a partire da fatti recenti – Trattato per la proibizione delle armi nucleari non sottoscritto dall’Italia, proclamazione di Giovanni XXIII come patrono dell’esercito italiano con inedita mobilitazione di vescovi contrari, ecc. - e questioni di più lungo periodo – missioni italiani all’estero, cappellani militari, ecc.

2) Le donne nella Chiesa, a partire dalla ripresa della discussione sul ruolo, anche ministeriale, delle donne nella comunità ecclesiale, e in particolare del lavoro della Commissione di studio sula diaconato promossa da Papa Francesco

3) Forme di riorganizzazione della presenza della Chiesa sul territorio e nuove ministerialità, al partire dal dibattito, anche ecclesiologico, in atto nella maggioranza delle diocesi italiane, ma pure in altri paesi europei, attorno all’accorpamento delle parrocchie in “unità pastorali” o all’affidamento della guida pastorale delle comunità ai laici.

Su questi (e altri) temi si potrebbero organizzare momenti/itinerari di approfondimento, che coinvolgano i diversi soggetti della rete e destinati a sfociare in documenti condivisi di proposte rivolte di volta in volta ai diversi interlocutori istituzionali e all’intera Chiesa italiana.

 

Mauro Castagnaro 

vice coordinatore nazionale di “Noi siamo Chiesa

 

 

 

 

 

Prossimo incontro di Koinonia

 

CENTRO KOINONIA P.PAOLO ANDREOTTI

Convento S.Domenico - Pistoia

2017-18: Il vangelo evangelicamente

 

DOMENICA 21 GENNAIO

Nella Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2018

"Potente è la tua mano, Signore"

(Esodo 15, 6)

 

9.30

Riflessione dei Pastori della Chiesa Valdese

Daniela Santoro e Davide Ollearo

Il Vangelo come potenza di Dio

per la salvezza di chiunque crede

 

11.30

Celebrazione eucaristica

 

12.45

Agape fraterna

“Spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore”

Nello spirito di Atti 2,46, condivideremo

quello che ciascuno metterà a disposizione degli altri

 

15.00

Incontro con

Maria Renzi e i suoi "Raggi di speranza"

Quando la carità "non si vanta"

 

 

 

II – SCENARI APERTI

1 – Un articolo di Domenico Gallo

Ma viene un tempo ed è questo

Quando l’anno sta per finire, fioriscono rievocazioni e commenti sugli avvenimenti trascorsi e si mettono in campo previsioni ed aspettative per l’anno che verrà. Tuttavia questa riflessione rimane prigioniera di un orizzonte limitato che sostanzialmente ci impedisce di comprendere il tempo in cui viviamo. I limiti derivano dal rapporto con lo spazio e con il tempo. Il primo consiste nello spazio ristretto del territorio nazionale, al quale è ancorato l’orizzonte della politica in Italia. e perciò nella rimozione dei grandi problemi della fame e della miseria nel mondo, nella sottovalutazione dei pericoli che possono provenirne alla pace e alla sicurezza e nell’illusione che l’economia globale possa autoregolarsi e fare a meno di una sfera pubblica internazionale.

Il secondo consiste nella perdita da parte della politica, vincolata ai sondaggi in vista soltanto delle scadenze elettorali, anche delle dimensioni del tempo: sia della memoria del passato che della prospettiva del futuro. Ebbene l’ignoranza dei problemi globali e la perdita della memoria ci rendono incapaci di reagire alle sfide del nostro tempo e di progettare il futuro. Il primo problema globale è la crescita esponenziale della disuguaglianza, frutto di un’economia e di una politica guidata dai poteri selvaggi del mercato. Secondo il rapporto Oxfam del gennaio 2017, l’1% della popolazione mondiale possiede la metà dell’intera ricchezza globale e le otto persone più ricche del mondo hanno la stessa ricchezza della metà più povera dell’intera popolazione mondiale, cioè di circa 3 miliardi e 600 milioni di persone. Non solo: grazie alla crisi economica della quale hanno ampiamente beneficiato, la ricchezza di questi super-ricchi è aumentata negli ultimi sette anni del 44%, mentre quella della metà più povera del mondo è diminuita del 41%. I ricchi, in breve, diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Siamo di fronte a una disuguaglianza che non ha precedenti nella storia dell’umanità. Per effetto della crescita della disuguaglianza e della povertà, e per altro verso delle guerre e delle persecuzioni politiche o religiose, masse crescenti di persone sono costrette a fuggire dai loro Paesi. Ma il dato più drammatico è il silenzioso massacro prodotto dalla negazione del diritto di emigrare. Solo nel 2016 il numero dei morti in mare nel tentativo di approdare in Italia è stato di 4.733, mai così alto da quando l’UNHCR, nel 2008, ha iniziato a contarli. Negli ultimi 15 anni sono morte, nel tentativo di penetrare nella fortezza Europa, più di 30.000 persone, di cui 4.273 nel 2015 e 3.507 nel 2014: affogate nel Canale di Sicilia, o nel mar Egeo, o nell’Adriatico, o lungo le rotte che dal Marocco, dall’Algeria, dal Sahara occidentale, dalla Mauritania e dal Senegal vanno verso le isole Canarie e la Spagna. Quella che è più avvertita (dall’opinione pubblica ma non dalla politica) è l’emergenza ambientale. Non si tratta soltanto di una minaccia per il futuro dell’umanità. I cambiamenti climatici hanno già prodotto devastazioni e catastrofi che, in parte, stiamo sperimentando anche noi. E’ ritornata di attualità la minaccia di un olocausto nucleare. Dobbiamo peraltro riconoscere che solo per un miracolo, in un mondo popolato da più di 10.000 testate nucleari, non è ancora accaduto che un pazzo al potere ne abbia fatto uso. In questo contesto si è verificato un capovolgimento dei rapporti tra società e rappresentanza politica, tra Parlamenti e governi e tra politica ed economia. Come osserva Luigi Ferrajoli: “non sono più le forze sociali organizzate nei partiti che indirizzano dal basso la politica delle istituzioni rappresentative, ma è il ceto politico che gestisce i partiti, politicamente neutralizzati dal loro sradicamento sociale. Non sono più i Parlamenti rappresentativi che controllano i governi ancorandoli alla loro fiducia, ma sono i governi che controllano i Parlamenti attraverso le loro maggioranze parlamentari rigidamente subordinate alla volontà dei capi. Non è più la politica, con le sue istituzioni di governo politicamente rappresentative, che disciplina l’economia e la finanza, ma sono sempre più i poteri economici e finanziari globali che impongono ai governi, in difesa dei loro interessi e grazie all’assenza di una sfera pubblica alla loro altezza, regole e politiche antisociali legittimate dalle leggi del mercato pur se incompatibili con i limiti e i vincoli costituzionali.” Se noi guardiamo al futuro con la coscienza dei problemi globali, non possiamo non convenire che è questo, e non altro, il tempo della svolta, proprio a causa dell’urgenza imposta dalle minacce catastrofiche che incombono sul nostro futuro. La percezione dei pericoli è sempre stata nella storia un potente fattore di cambiamento. Ma viene un tempo ed è questo.

Domenico Gallo

 

2 – Discorso di Raniero La Valle:  Ora una nuova sfida

 

I MIEI 70 ANNI CON LA COSTITUZIONE

 

 

Discorso tenuto alla Biblioteca del Senato il 27 dicembre 2017 per la celebrazione del 70° anniversario della firma della Costituzione promossa dal Coordinamento per la democrazia costituzionale

 

La Costituzione ed io siamo cresciuti insieme. Siamo fratelli, se non proprio coetanei. Lei è un po’ più giovane di me, perché quando è nata io avevo 16 anni; non molti, ma abbastanza per aver conosciuto, pur da bambino, il fascismo, il re, il duce, la guerra, le bombe in via Nomentana, i rastrellamenti tedeschi a Porta Pia, la fame e la liberazione. Tutto questo mi aveva fatto diventare adulto prima del tempo, sicché quando la Costituzione nacque stavo già all’università, studiavo diritto, e potevo capire cos’era. Però non sapevo nulla di Dossetti, di Fanfani, di Moro, di Lelio Basso, di Nenni, di Togliatti che sarebbero poi stati così importanti per la mia vita. In ogni caso avevo vissuto abbastanza per rendermi conto, e non per sentito dire, quale cambiamento essa rappresentasse, non solo rispetto alla mia vita precedente, ma rispetto a tutta la storia da cui venivamo. Per chi aveva vissuto, anche di sfuggita, il fascismo, la Costituzione si presentava come una novità, come la notizia che un altro tipo di regime, di Stato, un’altra politica erano possibili. Solo più tardi, tuttavia, mi resi conto che la Costituzione non rappresentava solo una novità, ma un’alternativa. E potei capire il significato più profondo dell’affermazione di Moro, che la Costituzione doveva essere non afascista, ma antifascista; essa non era infatti solo una regola del gioco, per qualunque gioco, ma doveva essere la scelta di una strada invece di un’altra, che non era solo la scelta tra due ordinamenti politici, ma tra due visioni dell’uomo e del mondo.

 Aveva detto Moro alla Costituente, rispondendo al monarchico on. Lucifero che voleva una Costituzione afascista: “Non possiamo fare una Costituzione afascista, cioè non possiamo prescindere da quello che è stato nel nostro Paese un movimento storico d’importanza grandissima il quale nella sua negatività ha travolto per anni la coscienza e le istituzioni. Non possiamo dimenticare quello che è stato, perché questa Costituzione oggi emerge da quella Resistenza, da quella lotta, da quella negazione, per le quali ci siamo trovati insieme sul fronte della resistenza e della guerra rivoluzionaria ed ora ci troviamo insieme per questo impegno di affermazione dei valori supremi della dignità umana e della vita sociale. .. Non avremmo ancora detto nulla se ci limitassimo ad affermare che l’Italia è una repubblica, o una repubblica democratica”.

Aveva ragione Moro: bisognava dire che venivamo da una storia, ed ora si trattava di scegliere un’alternativa, un’altra storia possibile.

 Noi venivamo da una lunga storia, ben precedente al fascismo, in cui il lavoro era stato considerato spregevole, più animale che umano, tanto che all’inizio era addossato ai servi, e i signori ne erano esenti; poi, anche dopo la fine della società signorile, il lavoro era giunto fino a noi come lavoro schiavo, come lavoro merce, come lavoro alienato e sfruttato; ed ecco che la Costituzione lo metteva a fondamento della Repubblica democratica.

 Noi venivamo da una storia in cui l’idea della diseguaglianza tra gli uomini era di dominio comune, e perfino Hegel e Croce avevano filosofato di differenze ontologiche tra mondi umani diversi, tra popoli della natura e popoli della storia, popoli senza Spirito e popoli invece capaci di storia; venivamo da un mondo in cui le leggi, non solo quelle razziali, avevano assunto la diseguaglianza come un presupposto e tuttora discriminavano classi, caste, poveri e donne, ed ecco che la Costituzione metteva come prima pietra l’eguaglianza senza distinzione alcuna, e faceva delle discriminazioni, anche di fatto, il male da rimuovere.

 Noi venivamo da una storia in cui la guerra era considerata, fin dall’inizio, il padre e il reggente di tutte le cose, poi era stata presa come prerogativa assoluta della sovranità, come variabile sempre pronta all’uso della politica, e infine come criterio stesso del politico, inteso come contrasto tra amico e nemico, ed ecco che la Costituzione consegnava alla guerra il libello di ripudio, e non considerava più nessuno come nemico.

 Noi venivamo da una storia in cui gli Stati sovrani rivendicavano di essere legge a se stessi e non riconoscevano che ci fosse alcuna cosa o alcun potere al disopra di sé, ed ecco che la Costituzione metteva la sovranità nazionale dentro la comunità degli Stati, riconosceva il diritto internazionale come potere esterno e accettava lo scambio tra la sovranità dello Stato e un ordinamento di pace e di giustizia tra le Nazioni.

 Da tutto questo discendeva un progetto di società; certo era solo un progetto, e solo dopo dovevamo capire quanto quel progetto fosse difficile a realizzarsi. Ma quando venivano i momenti più difficili, le contraddizioni e le smentite più crudeli a quel disegno e a quelle speranze, il solo fatto che quel progetto, pur contraddetto, ci fosse, fosse scritto sulla carta, non fosse un vago ideale ma diritto positivo, patto e non contratto, opera e non visione, bastava ad attivare la resistenza, a ravvivare le forze, a salvare la Repubblica.

 Lo si è visto con i colpi di coda del fascismo, i falliti golpe, il terrorismo, la notte della Repubblica. Ma anche in momenti meno drammatici, quando si trattava di uscire dalla stanchezza, di aprire una nuova fase, di riprendere un cammino, la linfa, il movente, la forza stava nel rievocare quel progetto, nel rifarsi a quel momento fondativo della Repubblica, per ricordarsi com’era, per chiedersi dove si era sbagliato, per riprendere a tesserne l’ordito.

 Voglio portare un solo esempio. Nel 1976, quando la Democrazia Cristiana è stremata, il quadro politico sta mutando e si avverte che c’è da cambiare strada, il segretario della DC Zaccagnini scrive a un costituente, Giorgio La Pira, che già era stato quel sindaco di Firenze che sappiamo, chiedendogli di tornare in Parlamento. Si trattava non solo di riprendere in mano quel disegno delle origini, ma di tornare allo spirito e alla metodologia che lo avevano fatto concepire, cioè, dice Zaccagnini, la metodologia del “dialogo tra tutte le componenti che” avevano concorso “ad abbattere il fascismo” ed il suo istinto di guerra.

 E La Pira accetta e gli risponde: “Caro Zaccagnini, tu mi inviti a riprendere il progetto della casa comune che noi costituenti concepimmo con una architettura armonica e, in certo senso, unica ed originale, progetto che è rimasto incompiuto”. E ne ricorda i parametri essenziali: i diritti della persona ma, essenziali come questi, i diritti sociali, senza i quali la libertà stessa della persona non sarebbe garantita; e ciò comportava un mutamento: “L’accettazione strutturale dell’ordinamento giuridico-economico non solo in totale opposizione a quello fascista, ma anche come superamento della concezione liberale borghese perché in uno Stato di capitalismo avanzato affidarsi alle sole leggi della libera concorrenza e del mercato avrebbe significato la creazione di monopoli e discriminato l’uguaglianza e la libertà. Libertà per tutti, quindi. Sì, ma anche lavoro per tutti, ospedali, case, scuole, ecc. “. Però La Pira constatava che le ‘attese della povera gente’ – (e qui si autocita) – non erano state adempiute; dunque c’era più che mai “un obbligo politico e morale” a far sì che quei valori non fossero disattesi. Per quanto riguardava la comunità internazionale bisognava passare dalla contrapposizione dei blocchi al superamento dell’equilibrio del terrore, per giungere “al disarmo generale e completo, alla liberazione e al progresso fondato sulla giustizia”.

E quanto al modo di giungervi, diceva La Pira, “nei due ordini, quello nazionale e quello internazionale, la metodologia è quella della ‘costruzione di ponti’, è quella del dialogo, che tu hai tanto giustamente indicato”.

La Pira non poté poi riprendere alla Camera, dove fu eletto, l’attuazione di quel progetto, perché il 5 novembre 1977 morì. Ma quella VII legislatura fu quella in cui veramente la Costituzione fu messa alla prova. Era stato per riprendere il dialogo tra le forze popolari che avevano fatto la Costituzione, comunisti, socialisti, cattolici, che Zaccagnini aveva chiesto a La Pira di tornare in Parlamento; e fu per far cadere i muri che erano stati rialzati tra di loro, che in quella stessa legislatura noi rompemmo l’unità politica dei cattolici nella Democrazia Cristiana e restaurammo quel dialogo dall’interno come indipendenti nelle liste del PCI; e fu per soffocare nel sangue quel nuovo processo costituente da cui il vecchio potere sarebbe uscito politicamente sconfitto, che vennero le Brigate Rosse, con il sequestro e l’uccisione di Moro.

 Eppure, proprio nel momento del massimo attacco contro di essa, la Costituzione vinse, perché quelle che furono chiamate Brigate Rosse furono sconfitte senza leggi eccezionali, senza stati d’assedio e senza che venissero rimesse in gioco le libertà dei cittadini.

 Però non c’è dubbio che in quella legislatura, dal 1976 al 1979, il progetto disegnato dalla Carta Costituzionale fu intercettato, sfigurato e impedito dallo scatenarsi di una reazione inaudita, interna e internazionale, e da lì cominciò la decadenza italiana, che non è ancora giunta alla fine. Poi ci ha pensato la globalizzazione economica, a cominciare da quella europea di Maastricht, a mettere fuori gioco, se non addirittura fuori legge, i capisaldi egualitari e solidaristici della Costituzione italiana e a espropriare la Repubblica del compito che l’art. 3 le aveva assegnato di rimuovere gli ostacoli che impediscono la libertà e l’eguaglianza dei cittadini e la loro partecipazione alla determinazione della politica nazionale.

 Sicché oggi celebrare i 70 anni della Costituzione, fuori di una vuota retorica, non può che voler dire riprendere quel progetto, e difendere l’edificio costituzionale contro i poteri antagonistici che ancora non si sono rassegnati alle sconfitte subite nel tentativo di abbatterlo, e certamente torneranno alla carica. Il 4 dicembre non abbiamo vinto per sempre.

 Tuttavia questo non basta più, perché oggi siamo di fronte a una nuova sfida altrettanto epocale di quella che affrontammo nel 900. A metà del Novecento ci si trovò di fronte al fallimento della politica e delle sue dottrine che avevano portato il mondo alla catastrofe.

 Oggi siamo di fronte al fallimento dell’economia e delle sue dottrine che non sono più in grado di reggere la vita del mondo.

 L’economia fallisce perché quando aveva sacralizzato la legge della domanda e dell’offerta, aveva proclamato la sovranità e l’efficienza della mano invisibile del Mercato e aveva messo la concorrenza, la competizione e il profitto a governare i processi, o quando per altro verso aveva basato tutto sul valore-lavoro, aveva dinnanzi a sé un Mercato fatto da persone umane, merci prodotte da lavoro umano, transazioni fatte da operatori umani e padroni fatti di capitalisti umani. Ma oggi enormi volumi di domanda e offerta sono scambiati non tra uomini, ma tra circuiti informatici automatizzati, spesso alla velocità di un milionesimo di secondo, il mercato è gestito dalle macchine, le merci sono prodotte da macchine che dialogano con altre macchine, e i capitalisti sono essi stessi figure alienate di sistemi impersonali altrimenti che umani. Per questa ragione come ha detto qualche giorno fa il prof. Dogliani a un’assemblea dell’Associazione per il rinnovamento della sinistra, non c’è più solo il problema caro alla sinistra del lavoro sfruttato, precario, alienato, ma c’è il problema che il lavoro è soppresso; in quanto costo di produzione da ridurre o da abbattere, il lavoro umano è soppresso. Ciò è avvenuto non gradualmente, in tempi fisiologici, come all’inizio della rivoluzione industriale, quando il luddismo non era giustificato, ma è avvenuto con enorme rapidità, anche perché sono stati fatti massicci investimenti nell’innovazione tecnologica proprio allo scopo di distruggere lavoro umano; oppure per delocalizzarlo in zone meno protette, dove non costa nulla, o addirittura c’è di nuovo il lavoro schiavo; come ha spiegato l’altro giorno Luigi Ferrajoli a Napoli, ci sono 45,8 milioni di schiavi oggi nel mondo, di cui 18,35 solo in India; ma ciò devasta il lavoro salariato dappertutto.

 La perdita del lavoro fa sì che oggi negli Stati Uniti l’unico lavoro che aumenta è quello della cura alle persone, ed è lì che si realizza la tanto lodata mobilità e il magnificato abbandono del mito del posto fisso; solo che perché di questo lavoro ce ne sia abbastanza per tutti, bisognerebbe augurarsi che tutto il mondo si trasformi in un immenso cronicario.

 E il fallimento dell’economia sta in ciò: che produce sempre più merci e altre utilità, a basso costo e con alti profitti, ma scarta i lavoratori, li rende esuberi e superflui, e così li esclude dalla vita; ma in tal modo scarta anche i consumatori, e così non si può più né comprare né vendere, ciò che non a caso nell’Apocalisse di Giovanni è considerato un segno della fine; e perciò l’economia che uccide, come dice papa Francesco, uccide anche se stessa; e per questo l’altro ieri, nel messaggio di Natale, egli ha messo insieme i venti di guerra e “il modello di sviluppo ormai superato che continua a produrre degrado umano, sociale e ambientale”. Superato, cioè finito.

 Questo vuol dire però oggi, settant’anni dopo, tenendo ben ferma la Costituzione che abbiamo, aprire una nuova stagione costituente, ma ormai per un costituzionalismo non solo italiano, ma globale, tanto quanto lo è la globalizzazione. Una stagione costituente che, mettendo in sicurezza le conquiste già raggiunte, cambi il disegno dell’ordine economico del mondo, così come nel Novecento cambiammo il disegno del suo ordine politico.

 Io credo che questa sfida, questo compito, siano alla nostra portata, siano alla portata delle giovani generazioni.

 Raniero La Valle

 

III – IN CORRISPONDENZA

 

Da Vittorio Bellavite

 

Caro Alberto

Grazie per quanto scrivi sul Sinodo indetto da Delpini.

Anch’io ho delle perplessità anche se l’iniziativa è inedita e interessante.

 

Ti terrò informato per quello che potrò capire. Questo Bressan a capo del Comitato preparatorio non è buona cosa

 

Un abbraccio fraterno Vittorio

 

 

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