FORUM 535

(26 SETTEMBRE 2017)

http://www.koinonia-online.it

Convento S.Domenico – Piazza S.Domenico, 1 – Pistoia

Tel. 0573/307769

 

I – SDOGANATI DAL PRESIDENTE

DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

 

1- Dalla prolusione del Card. Gualtiero Bassetti

al Consiglio permanente della CEI

 

<…>

 

1. Un cambiamento d’epoca

 

Parlando a Firenze al Convegno ecclesiale nazionale, Papa Francesco ha detto che «oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca». Questo è uno snodo decisivo: il punto di partenza per la riflessione e l’impegno.

Quasi nulla è più come prima. Dobbiamo assumere la piena consapevolezza che stiamo vivendo in un mondo profondamente cambiato, in un’Italia molto diversa rispetto al passato e con una Chiesa sempre più globale. In questa nuova realtà, sorgono nuove sfide e nuove domande a cui bisogna fornire, senza paura e con coraggio, delle risposte altrettanto nuove.

Oggi viviamo in una società tecnologica e secolarizzata. Una società, afferma Papa Francesco, che corre un «grande rischio»: quello di essere caratterizzata da «una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata» (Evangelii Gaudium 2). L’uomo moderno è troppo spesso un uomo spaesato, confuso e smarrito. Un uomo ferito non solo perché ha perso il «senso del peccato», ma perché «cerca salvezza dove si può». E così si aggrappa a tutto e a chiunque sia in grado di fornire un significato alla vita.

Questa umanità ferita, inoltre, abita un mondo dove è ormai emersa una nuova questione sociale che investe la sfera economica e quella antropologica, la dimensione culturale e quella politica, i cui riflessi si fanno sentire profondamente anche in ambito religioso. Basti pensare all’introduzione della robotica nell’industria, alle applicazioni biomediche sul corpo umano, all’impatto ambientale delle grandi città, alle nuove forme di comunicazione e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale. Questa nuova questione sociale è caratterizzata da almeno tre fattori: lo sviluppo pervasivo di un nuovo potere tecnico, come aveva intuito profeticamente Romano Guardini; la crisi dell’umano e dell’umanesimo che è il fondamento della nostra civiltà; una manipolazione sempre più profonda dell’oikos, della nostra casa comune, della Terra.

In questo eccezionale «cambiamento d’epoca», da cinque anni, abbiamo la grazia di trovarci di fronte al messaggio profetico di Papa Francesco, che mette al centro di tutto il Vangelo di Gesù, ci esorta ad andare verso i poveri e ci invita a guardare questo nuovo mondo da un angolo visuale diverso, quello delle periferie. Il cuore pulsante di questo messaggio profetico è la conversione pastorale. Che è, al tempo stesso, un richiamo tradizionale e radicale: è «l’esercizio della maternità della Chiesa», di una Chiesa che è incarnata nella storia, che non si ritira nelle astrattezze moralistiche o solidaristiche e che parla i linguaggi della contemporaneità in continuo movimento.

Questo messaggio richiede una autentica ricezione di tutta la Chiesa: dei vescovi, dei preti, dei religiosi, delle suore, dei diaconi e dei laici. Qui si gioca la nostra responsabilità. Il Papa chiama ognuno a fare la sua parte. Sa che c’è bisogno di tutti. E chiede di liberarci dal clericalismo, perché ogni persona possa avere pienamente il suo spazio in una Chiesa autenticamente sinodale.

 

2. Quello che ci sta a cuore

 

La Chiesa italiana, per portare la luce di Cristo in questo mondo nuovo, deve far affidamento su alcune preziose bussole di orientamento. Si tratta di priorità che coniugano una sapienza antica con l’attuale magistero pontificio: lo spirito missionario; la spiritualità dell’unità; e la cultura della carità.

 

2.1.Lo spirito missionario

Siamo chiamati, innanzitutto, ad essere Chiesa al servizio di un’umanità ferita. Che significa, inequivocabilmente, essere Chiesa missionaria. E la prima missione dei cristiani consiste nell'annuncio del Vangelo nella sua stupenda, radicale e rivoluzionaria semplicità. Un annuncio gioioso, come ci ricorda l'Evangelii Gaudium, che punti all’essenziale, «al kerygma» perché «non c’è nulla di più solido, di più profondo, di più sicuro, di più consistente e di più saggio di tale annuncio» (EG 165).

È la visione francescana di un Vangelo sine glossa, quel Vangelo che dobbiamo ad ogni uomo e a ogni donna, senza imporre nulla. È un annuncio d’amore per ogni uomo. Ricordando sempre, come ci ha insegnato don Primo Mazzolari, che «l’Amore non è colui che dà ma Colui che viene» e che può nascere in una stalla e morire sul Calvario «perché mi ama».

Molto si fa nelle nostre Chiese, ma questo cammino va accelerato. Crescono nuove generazioni, diverse dalle precedenti. Ha scritto il Santo Padre: «Affinché questo impulso missionario sia sempre più intenso, generoso e fecondo, esorto anche ciascuna Chiesa particolare ad entrare in un deciso processo di discernimento, purificazione e riforma» (EG 30).  È assolutamente necessario un deciso impegno per rivitalizzare le realtà che già esistono al nostro interno, ma che forse hanno smarrito la tensione e la capacità di animazione sul territorio. Va nella linea di un rilancio della pastorale missionaria anche la prima edizione del Festival nazionale, che quest’anno si svolgerà Brescia dal 12 al 15 ottobre. La missione non solo è possibile, ma è il termometro della nostro essere Chiesa.

Abbiamo percorso questa strada con decisione e libertà da noi stessi e dal passato? Mi interrogo. L’obiettivo, per la Chiesa italiana, è semplice quanto decisivo: concretizzare «il sogno missionario di arrivare a tutti» (EG 31). Un sogno che ci scuote dalle abitudini e dalla pigrizia e ci appassiona. È il senso della nostra vita, come dice l’apostolo Paolo: «guai a me se non annuncio il Vangelo» (1 Cor 9, 16). Che il «sogno missionario» diventi la nostra passione personale e quella del popolo di Dio.

Così, nel cuore di questo «cambiamento d’epoca», la Chiesa italiana sta in mezzo al popolo con la semplicità eloquente del Vangelo, senza altra pretesa che darne testimonianza. Il primato dell’annuncio del Vangelo fa tornare semplici. Talvolta fa archiviare progetti, non sbagliati, ma secondari rispetto a tale primato. Il nostro orizzonte diventa più semplice, ma non meno impegnativo: prima il Vangelo!

 

2 – Il n.30 della Evangelii gaudium

 

30. Ogni Chiesa particolare, porzione della Chiesa Cattolica sotto la guida del suo Vescovo, è anch’essa chiamata alla conversione missionaria. Essa è il soggetto dell’evangelizzazione, in quanto è la manifestazione concreta dell’unica Chiesa in un luogo del mondo, e in essa «è veramente presente e opera la Chiesa di Cristo, una, santa, cattolica e apostolica». È la Chiesa incarnata in uno spazio determinato, provvista di tutti i mezzi di salvezza donati da Cristo, però con un volto locale. La sua gioia di comunicare Gesù Cristo si esprime tanto nella sua preoccupazione di annunciarlo in altri luoghi più bisognosi, quanto in una costante uscita verso le periferie del proprio territorio o verso i nuovi ambiti socio-culturali. Si impegna a stare sempre lì dove maggiormente mancano la luce e la vita del Risorto. Affinché questo impulso missionario sia sempre più intenso, generoso e fecondo, esorto anche ciascuna Chiesa particolare ad entrare in un deciso processo di discernimento, purificazione e riforma.

 

 

II – KOINONIA DI SETTEMBRE

 

1 - IN COPERTINA

 

L’immagine in copertina è opera di Bruno Antonello e offre una interpretazione pittorica della Cattedrale di Pistoia nella serie dedicata alle “Cattedrali d’Europa”, che molti di noi hanno potuto ammirare in mostra: lascia pensare ad una chiesa tra il quotidiano e l’ispirazione dall’alto! Il fatto di riproporla in questo momento è per tentare un contatto diretto con la Chiesa locale di Pistoia, dato che la mediazione istituzionale di un Convento storico verrà a mancare. Infatti è stata decisa la chiusura del Convento S.Domenico di Pistoia, che però potrà rimanere la base materiale ed operativa del nostro lavoro. Di questa continuità va dato atto e reso grazie al P.Provinciale Aldo Tarquini.

Questa nuova situazione si riflette inevitabilmente su Koinonia per quanto riguarda la sua collocazione ecclesiale: essa si ritrova infatti ad agire in prima persona senza altre coperture istituzionali, e pur continuando a guardare ad orizzonti e problematiche ecclesiali a vasto raggio, non può non situarsi nella chiesa locale, sia pure al di fuori dei quadri e delle prassi consolidate. E questo perché, come abbiamo sempre detto, non si tratta di un'attività specifica organizzata - di una impresa editoriale o di un fatto associativo - ma di una esperienza di chiesa aperta a carattere evangelico e di ricerca critica.

Alcuni fatti di cronaca e un intervento del teologo mons. Giordano Frosini ci danno modo di confrontarsi con un contesto di chiesa alquanto “sparpagliato”, così come egli dice. Da parte nostra non possiamo che interpretare ed esprimere quell’istanza evangelica che un Convento starebbe storicamente a  significare nel panorama ecclesiale, ma che con la chiusura del “convento reale” può diventare “convento interiore”. È senz’altro una sfida che non possiamo non accettare.  Peraltro, se anche il valore di una pastorale ordinaria risiede nella vita evangelica dei fedeli, è questa che noi vogliamo in primo luogo coltivare, in linea con la Evangelii gaudium. E magari farla riemergere perché diventi annuncio vivente!

        

 

                             

2 - IN QUESTO NUMERO

 

3        Alla chiesa di Dio che è in Pistoia scrivi...

Alberto B. Simoni op

 

6        Alla ricerca del  “convento interiore”

Alberto B. Simoni op

 

9        Più non abitate conventi

                   David M. Turoldo

 

10      “Il primo prete operaio italiano”: BRUNO BORGHI

                   Marta Margotti

 

12      Lettera a tutti i sacerdoti della Diocesi Fiorentina

                   don Lorenzo Milani e don Bruno Borghi

 

15      Qualche considerazione

                   Beatrice Iacopini

 

17      Giovanni XXIII patrono dell’esercito

                   Giancarla Codrignani

 

19      Papa Giovanni è al di sopra di questa offesa

                   Enrico Peyretti

 

20      Prima di tutto la democrazia

                   Domenico Gallo

 

21      Bello ma impossibile

                   Luciana Tomassi

 

22      Ernesto “Che” Guevara a cinquanta anni dalla morte

                   Bruno D’Avanzo

 

24      E noi che cosa aspettiamo?

                   Papa Francesco

 

26      Tutti siamo discepoli missionari

                   ABS

 

27      “Già e non ancora” (XII)

Daniele Garota

 

31      Le donne, la Bibbia e il contesto di genere

                   Giancarla Codrignani

 

35      Saluto al Sinodo Valdese

Papa Francesco

35      Culto di apertura del Sinodo Valdese

Fulvio Ferrario

39      Storia di un frate domenicano: Gabriel Nissim

                   Sara Rivedi Pasqui

 

40      Al cuore della pace: la persona e la fraternità

                   Gabriel Nissim op

 

 

42      Dare un futuro alla svolta profetica di Francesco

                   Enrico Peyretti

 

3 - ALLA CHIESA DI DIO CHE È IN PISTOIA SCRIVI...

 

La chiesa di Pistoia è salita in questi ultimi tempi agli onori della cronaca, riguardo all’operato del parroco don Massimo Biancalani a favore di ragazzi immigrati e a qualche suo messaggio, che gli ha attirato attacchi e offese. Tanto che il vescovo F.Tardelli è dovuto intervenire a sua difesa, ricordando che “non è comprensibile che all’interno delle nostre comunità parrocchiali si coltivino sentimenti xenofobi, razzisti o anche solo di chiusura. Se questo accade, occorre fare tutti un bell’esame di coscienza perché evidentemente non abbiamo capito molto del Vangelo”.

 

Se la cronaca ha fatto il suo corso nel giro di qualche giorno, la chiesa pistoiese deve continuare ad  interrogarsi e ad ascoltare ciò che lo Spirito le dice  in questi frangenti: a comprendere meglio il vangelo!. Anche facendo memoria che nel febbraio 2015 il Vescovo Terdelli aveva  scritto una “Lettera alla Chiesa di Dio che è in Pistoia: Lasciamoci guidare dallo Spirito”, a proposito della quale mi chiedevo - in un mio commento -  se “il riferimento alla realtà storica e al contesto sociale di questa Chiesa sia un restringimento di orizzonte in senso attivistico di quanto lo Spirito dice, o non debba essere invece assunzione e animazione evangelica di questa porzione di Popolo di Dio, al di là della pratica e assistenza religiosa negli spazi e nei tempi previsti”.

 

Se ora si  dice che forse “non abbiamo capito molto del Vangelo”, non vuol dire che siamo davanti ad un codice ormai acquisito in base al quale giudicare fedeltà e comportamenti. Ma c’è da interrogarsi se e quanto abbiamo percepito, recepito e compreso del vangelo e di quale vangelo. E soprattutto c’è da chiedersi se viene trasmesso così come l’abbiamo ricevuto quale Parola di Dio, o non piuttosto in qualche versione accomodatizia e standardizzata, che lo relega nell’immaginario collettivo come ferro vecchio. Sta di fatto che ripetuti richiami  alla sua centralità - che ci vengono dall’alto e da ogni parte - cadono per lo più sul terreno della  assuefazione o dello spiritualismo individuale e non portano a quel “cambiamento d’epoca” che peraltro invochiamo.

 

Dobbiamo peraltro registrare che, sempre nell’ambito della chiesa pistoiese, si è recentemente levata la voce di mons. Giordano Frosini, con “Un invito urgente all’intero mondo cattolico” (Settimanale La vita 29  - 23 luglio 2017): un accorato appello “a ritornare sui propri passi, a giudicare con estrema franchezza il danno che si sta consumando sotto i nostri occhi, con le evidenti e innegabili responsabilità della comunità cristiana, che sembra avere dimenticato gli orientamenti di un passato fecondo e luminoso che ormai rimane alle nostre spalle”.

 

Egli lamenta e denuncia il fatto che tutto un patrimonio dottrinale sia stato dimenticato, “una vera e propria follia che ha danneggiato non solo la chiesa ma l’intera società”, tanto che “l’eredità che stiamo raccogliendo è quella di un popolo sparpagliato e senza punti di riferimento che nemmeno sembra rendersi conto di quanto sta avvenendo intorno a lui e dentro di lui”. La prospettiva di mons.Frosini, per la verità, è prevalentemente politica, tanto che “in questo clima rarefatto, politici autenticamente cristiani cercansi, mentre crescono idee e movimenti che di cristiano hanno poco o nulla. C’è di che battersi il petto”.

 

Assodato che “a tutti, gerarchia e laicato, si impone un atto di umiltà e di riconoscimento delle proprie colpe e trascuratezze”, ecco i suggerimenti finali: “Le conclusioni sono facili, almeno sulla carta. Si riprenda coscienza delle responsabilità formative da parte della comunità cristiana. Ognuno in questo settore riprenda il posto che gli spetta di diritto e di dovere. Più che un impegno dei singoli, è un dovere  dell’intera comunità”.

 

L’istanza di fondo è quella di un risveglio, di ritrovare la strada perduta, di una ricollocazione socio-politica della chiesa, ma poi che succede?  C’è l’ansia di tornare al centro. Ma in realtà ci si ferma a qualche cerchio periferico e non si arriva al cuore  di quella “prima conversione necessaria” invocata “perché purtroppo l’esperienza passata e recente ci mostra con dolorosa chiarezza che in molti, in troppi, perfino in coloro che appartengono alle categorie dirigenziali del corpo della chiesa, non c’è la persuasione della bontà, della bellezza, della necessità, della superiorità di un pensiero sociale derivante dai principi fondamentali della rivelazione cristiana”.

 

In altre parole, ci si ferma ad evocare un “mondo cattolico” che è finito ma che al tempo stesso dovrebbe risuscitare se stesso  e ridare vita ad una cristianità perduta. Si guarda cioè retrospettivamente ad una forma storica di chiesa, epigono dell’era costantiniana e dell’epoca tridentina e si lascia in secondo piano la prospettiva di una chiesa ad impronta evangelica, che è la vera sfida a cui far fronte. La situazione critica che mons.Frosini presenta è solo frutto di dimenticanza, noncuranza, sottovalutazioni e abbandoni o anche effetto di implosioni interne di un sistema formalmente monolitico e materialmente eterogeneo? Il “mondo cattolico”, ad esempio, quanto rende la totalità della chiesa? Basta ripristinarlo per poter entrare in un cambiamento d’epoca?

 

Anche in questo caso, dunque, si ripresenta la questione più volte segnalata del modello unico di Chiesa, che porta alla omologazione, alla uniformità e al conformismo, mentre di suo la chiesa è duale e molteplice nella sua stessa natura, e solo se riesce a sviluppare questa sua dialettica interna può realizzare la sua unità. La chiesa ”una” non è “chiesa unica”, così come uno ma non unico è il vangelo! Per cui non c’è da identificarla con una sua forma storica o come un “già” definitivo, ma viverla sempre come un “non ancora”. E questo è possibile solo grazie alle “tre misure di farina” (Mt 13,33; Lc 13,21) in cui immettere il lievito. Non c’è una chiesa solo e tutta lievito, così come non è da pensare che sia tutta e solo farina! Si tratta di una realtà composita, unitaria ma “risultante di un duplice elemento, umano e divino”: “Ma la società costituita di organi gerarchici e il corpo mistico di Cristo, l’assemblea visibile e la comunità spirituale, la Chiesa terrestre e la Chiesa arricchita di beni celesti, non si devono considerare come due cose diverse; esse formano piuttosto una sola complessa realtà risultante di un duplice elemento, umano e divino” (LG, n.8). E questa duplicità non può non risultare, se davvero lo si vuole!

 

Per evidenziare e recuperare questa distinzione reale che c’è dentro il corpo ecclesiale, forse si può parafrasare quanto viene affermato con riferimento alla eucarestia: se la chiesa fa il vangelo, è anche vero che è il vangelo a fare la chiesa. Sono due versioni di chiesa complementari e interattive, ma non sovrapponibili. Ed è proprio qui il nodo da sciogliere: come coordinare e far interagire dialetticamente questi due diversi modelli di chiesa, ad evitare che questa si presenti sempre in un’unica forma, quella gerarchica e sacrale, che incarna sì il vangelo ad intra, ma non offre di sé una immagine evangelica ad extra.

 

Tornando alla chiesa locale che è in Pistoia, a cui mons. Frosini rivolge il suo urgente invito, è a tutti palese quale sia la sua immagine pubblica a carattere cultuale e socio-culturale, nonostante che la sua presenza “politica” sia ritenuta in crisi. Ma dove sono i tratti di una chiesa di secondo tipo, e cioè ad impronta evangelica? Se per il momento questo interrogativo non appare privo di senso e viene fatto proprio da qualcuno, è il massimo che si possa ottenere. Per una risposta d’insieme c’è sempre tempo!

 

Alberto Bruno Simoni op

 

 

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