FORUM 534

(17 SETTEMBRE 2017)

http://www.koinonia-online.it

Convento S.Domenico – Piazza S.Domenico, 1 – Pistoia

Tel. 0573/307769

 

I - A MARGINE DELLE PREVISTA CHIUSURA

DEL CONVENTO S.DOMENICO DI PISTOIA

 

“I frati edifichino prima nel proprio convento la Chiesa di Dio, che poi con la loro opera devono diffondere in tutto il mondo”

(Libro delle Costituzioni dei frati dell’Ordine dei Predicatori, n.3)

 

ALLA RICERCA DEL  “CONVENTO INTERIORE”

 

Cari amici,

“mi rallegro perché io posso contare su di voi in ogni occasione” (2Cor 7,16). Faccio mie queste parole di Paolo, perché dicono il sentimento più vivo di gratitudine che provo per voi. La “colletta” che abbiamo promossa per le note ragioni è andata oltre ogni previsione di tempi e di contributi, offrendo a sua volta sorprese e motivi di solidarietà e di rendimento di grazie al “Padre creatore della luce” da cui discende ogni dono perfetto (cfr Gc 1,17). Di questa prova non possiamo che rallegrarci tutti, perché ha rivelato la comune passione e missione per il vangelo. E allora è come se,  ancora con Paolo, potessi ora ripetere a ciascuno di voi:  “Piuttosto anche tu, aiutato dalla forza di Dio, soffri insieme con me per il Vangelo” (2Tim 1,8). È qui la vera posta in gioco e il banco di prova per le nostre migliori intenzioni!

 

Ad un certo momento è sembrato, però, che si andasse incontro ad una battuta di arresto: inaspettatamente  siamo stati raggiunti dalla notizia della chiusura del Convento di Pistoia, senza poter prevedere cosa ne sarebbe stato di noi. Sapete infatti che il Convento di Pistoia è attualmente il luogo in cui ha sede il “Centro Koinonia P.Paolo Andreotti”, così come abbiamo voluto si configurasse la nostra esperienza dopo le precedenti trasmigrazioni, in riconoscenza verso colui che ne è stato l’ispiratore e il sostenitore, come Provinciale prima e come Vescovo poi, ma in sostanza come Padre e confratello: verso chi ci ha lasciato in eredità il coraggio di osare “extra claustrum” - o fuori le mura - una esperienza e un  impegno di evangelizzazione che continuano. 

 

Ma altrettanto inaspettatamente, ci viene detto che nonostante chiusura e trasferimento altrove, Koinonia può continuare a risiedere e operare in questo luogo. Ciò che comporta qualche adattamento logistico, ma soprattutto una modificazione mentale, per dare continuità al nostro servizio in questo trapasso. Esso sembra configurarsi come passaggio da un “convento reale” al “convento interiore”. Cosa vuol dire? A tale proposito è nota e perfino abusata la formula di S.Caterina da Siena “cella interiore”, lei che è maestra di contemplazione  mistica e di movimento attivo senza uguali: la cella monastica o conventuale in cui avrebbe dovuto dimorare come religiosa l’ha interiorizzata e l’ha fatta abitare dentro di sé. È qualcosa che è avvenuto nei nostri tempi anche per quanto riguarda l’”essere chiesa”, tant’è che è diventato slogan dire “chiesa siamo noi” perché la chiesa è prima di tutto dentro di noi. Si passa cioè da una appartenenza istituzionale alla personalizzazione di una missione!

 

Questa premessa per dire che forse questo processo di interiorizzazione vale anche per quanto riguarda il convento, tanto da poter parlare appunto  di “convento interiore”: se infatti parlare di chiusura è in qualche modo sintomo di morte di una struttura convenzionale, al tempo stesso offre l’opportunità di ripensare e reimpostare il modo di “essere convento”, in fedeltà alle sue origini ma soprattutto in risposta alle istanze presenti della evangelizzazione. E questa non è una questione domestica interna ad organismi  religiosi tradizionali, ma è autentica questione ecclesiale. L’invito a  ripensare il convento come questione ecclesiale – alla pari di altre, quali ministeri, laici, donna, movimenti, creato,  ecc.. – ci viene dal Libro delle Costituzioni dei frati dell’Ordine dei Predicatori, dove al n.3 si legge: “I frati edifichino prima nel proprio convento la Chiesa di Dio, che poi con la loro opera devono diffondere in tutto il mondo”.  Quindi un convento come embrione evangelico di chiesa – lievito o seme che sia – e non più zona franca per spiritualismi museali o cattedrali nel deserto della indifferenza religiosa. E questo può rimanere vero - quando non sia possibile realizzarlo in luoghi deputati -  in un contesto di relazioni interpersonali, e quindi come “convento interiore”, che dovrebbe essere il sostrato anche di ogni “convento reale”.

 

Ecco perché la vicenda del convento s.Domenico di Pistoia non è che una occasione di ripensamento globale e può essere anche un test per capire come una mancata dialettica convento-chiesa abbia portato ad un ristagno interno e ad una  omologazione della vita religiosa funzionale  più al sistema che al vangelo. Stando così le cose, il confronto è tra sistema costituito e libero processo costitutivo, tra l’esistente e realtà in fieri, tra il già fatto e il non ancora compiuto, tra legittimità e creatività, tra ciò che è definito e ciò che è in via di definizione, tra ciò che è e ciò che non è, tra lettera e spirito, tra legge e carisma, tra otri e vino, tra sabato e uomo: al posto di calchi di aggregazione applicati c’è la libera relazione tra persone.

 

Devo dire che un rapporto dialettico convento-chiesa era già presente nel DNA che ha prodotto anche Koinonia, e forse è naturale che in un passaggio così impegnativo  riemerga la questione di fondo che è stata l’asse portante della esperienza e delle vicende di questi anni.  Essendo ancora in cammino e dovendo forse ripartire  da nuove situazioni, eccoci allora a parlare di “convento interiore” come luogo  e modalità di vita e missione evangelica, non più prerogativa di corpi specializzati,  ma compito di tutto il Popolo di Dio. Se un nucleo propulsore è necessario e momenti di raccolta  ci vogliono, è solo per avere la spinta giusta ad agire di conserva e con un minimo di visibilità.

 

Ridotto al minimo, il principio originario e permanente che ci ha guidato altro non è che l’incontro umano ad ispirazione evangelica e il vangelo come spazio di comunione e di “predicazione”. In questo senso parliamo anche di convento come “casa di predicazione”, appunto come centro propulsivo di irradiazione evangelica: un compito che  ci fa ritrovare intenti e assidui nell’ascolto della Parola e degli insegnamenti degli Apostoli, nella orazione costante gli uni per gli altri, nello spezzare il pane nelle case di ciascuno, come ospitalità, come condivisione e aiuto reciproco. Se questo è un compito primario che ci qualifica, deve avere un suo rilievo specifico di predicazione informale e permanente e non rimanere ai margini di una azione programmata . Ed è qui che si innesta tutto un lavoro di ricerca, di riflessione e di evangelizzazione propriamente detta.

 

Non possiamo dimenticare che in gioco c’è la salvezza, e che la chiesa altro non è che sacramento di salvezza:  qualcosa che attiene alle persone mediante la fede e che non è affatto delle strutture, così come la comunicazione della grazia è sempre attraverso una mediazione personale, e non applicazione esteriore: tant’è che del Corpo di Cristo si dice che sia “instrumentum coniunctum”, un contatto vivo e interattivo. Se volessimo parlare di un “corpo di predicazione”, non potremmo non pensare che ad una chiesa in stato di evangelizzazione e “casa di predicazione”. Dall’immagine del  “convento  reale” si passa dunque alla interiorizzazione del convento come centro e rete di irradiazione evangelica. E se non c’è un convento che diventi laboratorio di chiesa, là dove c’è la  ricerca di una chiesa in embrione lì c’è convento.

 

Questo va detto nella consapevolezza che non si tratta di un obiettivo da mirare, quanto  piuttosto della costatazione di fatto: sia pure informalmente e potenzialmente le cose stanno così. La situazione in cui veniamo a trovarci può essere occasione e motivo per interrogarci su questa nostra militanza di servizio aperto al vangelo, per renderla più condivisa e più libera. Quando perciò si parla di “convento interiore”, vuol dire che convento è prima di tutto questo ritrovarsi tra persone che per una missione comune si danno una mano nel compierla.

 

Per tutto questo non può mancare certamente una base materiale, ma non è detto che ad offrirla debba essere necessariamente un “convento reale” precostituito, se prima non c’è una interazione di rapporti che va creata nella vita quotidiana. Capita di leggere proprio oggi, 14 settembre, l’articolo di M.Cacciari riportato di seguito, davvero illuminante per riscoprire il senso della mendicità e della itineranza: verrebbe da dire che i conventi sono nati per recuperare  il senso originario della parrocchia, salvo poi diventare fotocopia o brutta copia della stessa parrocchia intesa come principio di stabilità e di insediamento della chiesa. Ecco, da parte nostra forse potremmo rappresentare un principio mobile e trasversale di coscienza e presenza evangelica, almeno come passione e  tentativo. Sognare è ancora lecito!

 

E così è detto anche quale possa essere il nostro servizio e la nostra libera collocazione nella chiesa locale di Pistoia. In questa linea vogliamo muoverci anche negli incontri del prossimo anno, riprendendo come tema generale la formula già usata “Il vangelo evangelicamente”: e se “vangelo” di sempre e di tutti è quanto di sostanza è da condividere, “evangelicamente” è quanto di partecipazione è da offrire da parte dei vari soggetti coinvolti.  Ricordando che a cambiare non è il vangelo,  ma siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio, sulla base comune per tutti i credenti  c’è ampio spazio di iniziativa e di sviluppo nei confronti di quanti vengono alla fede.

 

Siamo così di nuovo  alla evangelizzazione, intesa però come modo e ragion d’essere della stessa chiesa e non come pratica pastorale aggiuntiva: il Verbo si fa carne per abitare tra noi, pieno di grazia e di verità! Non è questa la “conversione pastorale promossa con tenacia da papa Francesco a partire dalla Evangelii gaudium?  Se poi vogliamo stare alla lettera, prendiamo pure i nn. 119-121 di questa Esortazione apostolica, che aspettano solo interpreti capaci di mettere in scena il copione e non solo commentatori di circostanza. È la sfida a diventare discepoli-missionari, che papa Francesco ha rilanciato nella omelia del 6 settembre a Medellin, riportata di seguito.

 

Cari amici, se tutto questo può sembrare ripetitivo vogliate scusarmi. Infatti, se  è acquisito mentalmente e come linguaggio, non possiamo nasconderci che  va metabolizzato e tradotto in stile e prassi ecclesiale. Con mons. Loris F.Capovilla potremmo ripetere “tantum aurora est”!

 

Vi  saluto di cuore dicendovi che questa mia comunicazione potete tranquillamente concludere voi, condividendo o correggendo la prospettiva in cui muoversi, ma soprattutto nel coinvolgimento solidale nella rinnovata avventura di servizio al vangelo. Fraternamente e con speranza!

Alberto Simoni op

 

 

                             

2 - OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

NEL SUO VIAGGIO IN COLOMBIA (6-11 SETTEMBRE 2017)

 

“La vita cristiana come discepolato”

 

Cari fratelli e sorelle!

 

Nella Messa di giovedì a Bogotá abbiamo ascoltato la chiamata di Gesù ai suoi primi discepoli; questa parte del Vangelo di Luca che comincia con quel racconto, culmina nella chiamata dei Dodici. Che cosa ricordano gli Evangelisti tra i due avvenimenti? Che questo cammino di sequela ha richiesto nei primi seguaci di Gesù molto sforzo di purificazione. Alcuni precetti, divieti e comandi li facevano sentire sicuri; compiere determinati riti e pratiche li dispensava da una inquietudine, l’inquietudine di chiedersi: Che cosa piace al nostro Dio? Gesù, il Signore, indica loro che obbedire è camminare dietro a Lui, e che quel camminare li poneva davanti a lebbrosi, paralitici, peccatori. Questa realtà domandava molto più che una ricetta, o una norma stabilita. Impararono che andare dietro a Gesù comporta altre priorità, altre considerazioni per servire Dio. Per il Signore, anche per la prima comunità, è di somma importanza che quanti ci diciamo discepoli non ci attacchiamo a un certo stile, a certe pratiche che ci avvicinano più al modo di essere di alcuni farisei di allora che a quello di Gesù. La libertà di Gesù si contrappone alla mancanza di libertà dei dottori della legge di quell’epoca, che erano paralizzati da un’interpretazione e da una pratica rigoristica della legge. Gesù non si ferma ad un’attuazione apparentemente “corretta”; Egli porta la legge alla sua pienezza e perciò vuole porci in quella direzione, in quello stile di sequela che suppone  andare all’essenziale, rinnovarsi e coinvolgersi. Sono tre atteggiamenti che dobbiamo plasmare nella nostra vita di discepoli.

 

Il primo, andare all’essenziale. Non vuol dire “rompere con tutto”, rompere con ciò che non si adatta a noi, perché nemmeno Gesù è venuto “ad abolire la Legge, ma a portarla al suo compimento” (cfr Mt 5,17). Andare all’essenziale è piuttosto andare in profondità, a ciò che conta e ha valore per la vita. Gesù insegna che la relazione con Dio non può essere un freddo attaccamento a norme e leggi, né tantomeno un compiere certi atti esteriori che non portano a un cambiamento reale di vita. Nemmeno il nostro discepolato può essere motivato semplicemente da una consuetudine, perché abbiamo un certificato di battesimo, ma deve partire da un’esperienza viva di Dio e del suo amore. Il discepolato non è qualcosa di statico, ma un continuo cammino verso Cristo; non è semplicemente attaccarsi alla spiegazione di una dottrina, ma l’esperienza della presenza amichevole, viva e operante del Signore, un apprendistato permanente per mezzo dell’ascolto della sua Parola. E tale Parola, lo abbiamo ascoltato, ci si impone nei bisogni concreti dei nostri fratelli: sarà la fame dei più vicini nel testo oggi proclamato (cfr Lc 6,1-5), o la malattia in ciò che narra Luca in seguito.

 

La seconda parola, rinnovarsi. Come Gesù “scuoteva” i dottori della legge perché uscissero dalla loro rigidità, ora anche la Chiesa è “scossa” dallo Spirito perché lasci le sue comodità e i suoi attaccamenti. Il rinnovamento non deve farci paura. La Chiesa è sempre in rinnovamento – Ecclesia semper  renovanda –. Non si rinnova a suo capriccio, ma lo fa fondata e ferma nella fede, irremovibile nella speranza del Vangelo che ha ascoltato (cfr Col 1,23). Il rinnovamento richiede sacrificio e coraggio, non per sentirsi migliori o impeccabili, ma per rispondere meglio alla chiamata del Signore. Il Signore del sabato, la ragion d’essere di tutti i nostri comandamenti e precetti, ci invita a ponderare le norme quando è in gioco il seguire Lui; quando le sue piaghe aperte, il suo grido di fame e sete di giustizia ci interpellano e ci impongono risposte nuove. E in Colombia ci sono tante situazioni che chiedono ai discepoli lo stile di vita di Gesù, particolarmente l’amore tradotto in atti di nonviolenza, di riconciliazione e di pace.

 

La terza parola, coinvolgersi. Anche se per qualcuno questo può sembrare sporcarsi o macchiarsi. Come Davide e i suoi che entrarono nel tempio perché avevano fame e i discepoli di Gesù entrarono nel campo di grano e mangiarono le spighe, così oggi a noi è chiesto di crescere in audacia, in un coraggio evangelico che scaturisce dal sapere che sono molti quelli che hanno fame, hanno fame di Dio - quanta gente ha fame di Dio! -, fame di dignità, perché sono stati spogliati. E mi chiedo se la fame di Dio in tanta gente forse non venga perché con i nostri atteggiamenti noi li abbiamo spogliati. E, come cristiani, aiutarli a saziarsi di Dio; non ostacolare o proibire loro l’incontro. Fratelli, la Chiesa non è una dogana; richiede porte aperte, perché il cuore del suo Dio è non solo aperto, ma trafitto dall’amore che si è fatto dolore. Non possiamo essere cristiani che alzano continuamente il cartello “proibito il passaggio”, né considerare che questo spazio è mia proprietà, impossessandomi di qualcosa che non è assolutamente mio. La Chiesa non è nostra, fratelli, è di Dio; Lui è il padrone del tempio e della messe; per tutti c’è posto, tutti sono invitati a trovare qui e tra noi il loro nutrimento. Tutti. E Lui, che ha preparato le nozze per il suo Figlio, comanda di chiamare tutti: sani e malati, buoni e cattivi, tutti. Noi siamo semplici “servitori” (cfr Col 1,23) e non possiamo essere quelli che ostacolano tale incontro. Al contrario, Gesù ci chiede, come fece coi suoi discepoli: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mt 14,16); questo è il nostro servizio. Mangiare il pane di Dio, mangiare l’amore di Dio, mangiare il pane che ci aiuta a sopravvivere. Lo ha capito bene Pietro Claver, che oggi celebriamo nella liturgia e che domani venererò a Cartagena. «Schiavo dei neri per sempre» fu il motto della sua vita, perché comprese, come discepolo di Gesù, che non poteva rimanere indifferente davanti alla sofferenza dei più abbandonati e oltraggiati del suo tempo e che doveva fare qualcosa per alleviarla.

 

Fratelli e sorelle, la Chiesa in Colombia è chiamata a impegnarsi con maggiore audacia nella formazione di discepoli missionari, come abbiamo indicato noi Vescovi riuniti ad Aparecida. Discepoli che sappiano vedere, giudicare e agire, come proponeva il documento latinoamericano nato proprio qui, in queste terre (cfr  Medellín, 1968). Discepoli missionari che sanno vedere, senza miopie ereditarie; che esaminano la realtà secondo gli occhi e il cuore di Gesù, e da lì giudicano. E che rischiano, che agiscono, che si impegnano.

 

Sono venuto fin qui proprio per confermarvi nella fede e nella speranza del Vangelo: rimanete saldi e liberi in Cristo, saldi e liberi in Cristo, perché ogni fermezza in Cristo ci dà libertà, così da rifletterlo in tutto quello che fate. Abbracciate con tutte le vostre forze la sequela di Gesù, conoscetelo, lasciatevi chiamare e istruire da Lui, cercatelo nella preghiera e lasciatevi cercare da Lui nella preghiera, annunciatelo con la più grande gioia possibile.

 

Chiediamo, per intercessione della nostra Madre, la Madonna “de la Candelaria”, che ci accompagni nel nostro cammino di discepoli, affinché ponendo la nostra vita in Cristo, siamo sempre missionari che portiamo la luce e la gioia del Vangelo a tutte le genti.

 

 

3 – Articolo di Massimo Cacciari

in “la Repubblica” del 14 settembre 2017

 

San Francesco in viaggio verso l’altro

 

Quale forma assume il viaggio di Francesco? Rispetto ai molteplici aspetti che ha assunto nella storia della nostra civiltà – dalla navigazione socratico-platonica verso la conoscenza di sé e l’idea dell’eterno e immutabile, al progredire della potenza della Tecnica che sempre s’immagina capace di aprirsi la strada; dalla conversione e ritorno al Padre, all’inabissarsi al Regno delle immagini sciolte da ogni contenuto di cui il Faust di Goethe vuole fare esperienza; dal viaggio di avventura, che è puro azzardo, negazione di ogni idea di fine, a numerosi altri che si potrebbero ricordare – è quello del pellegrino che sembra più assomigliarli, e cioè il viaggio di colui che, oltrepassando ogni città, procede verso il luogo che lo chiama, inizio e meta del suo andare. Per lui il viaggio fa parte integrante della meta, il suo fine è l’esperienza che compie nell’andare. Ma fede nell’inizio e raggiungimento della meta gli sono donati. Per essere questo pellegrino Francesco ama troppo le città e i suoi demoni. Non conosce mete privilegiate. La stessa Terra Santa è un luogo dove praedicare Verbum, come ovunque e a chiunque. Predicare?

 

Mostrare piuttosto – e mostrarlo in ogni villaggio che si incontra; ognuno è buono per l’evento, come a Greccio. Nostalgia come dolore dell’andare, nostalgia de loinh, dal sapore anche cavalleresco-provenzale, nostalgia irrefrenabile di andare ovunque esista la possibilità di ascolto, dove vivano creature capaci di cum-laudare, di lodare con lui, insieme, donne, uomini, uccelli e fiori. Andare per il mondo, andarci nudi, senza resistere al male, donando e per-donando – ecco l’unico imperativo – e andarci a piedi, così da predicare e parlare anche alla Madre più antica. “Andate carissimi” suona la sua costante esortazione, benedite chi vi perseguita e ringraziate chi vi ingiuria.

 

Andate a due a due, poiché chi va da solo va col diavolo. Per andare occorre essere liberi; nessuna zavorra con sé. Anche il fissarsi in dimore, possedere una casa significa arrestarsi nel viaggio. Il viaggio di Francesco non è addomesticabile.

 

Quando passa per Bologna e sente che vi era stata edificata una casa per i frati comanda loro seccamente che vi escano in fretta e non vi abitino mai più – perfino gli ammalati fa uscire! Alla Porziuncola il popolo di Assisi compie la stessa opera di carità per i frati, ma Francesco si arrampica sul tetto, vuole che i frati vi salgano con lui per gettar giù insieme le lastre di cui quella casa era coperta, volendo distruggerla dalle fondamenta, e desiste dall’impresa solo allorché le guardie lo assicurano che essa era proprietà del Comune. Perfino la cella gli pare una dimora eccessiva. La sua cella era fratello corpo (il corpo è fratello in Francesco, nessuno “spiritualismo” nella sua mistica).

Nessun claustrum può trattenerlo né frenarlo. La nostalgia dell’andare rivela una nostalgia di resurrezione. Eremi e celle “minime” nel fitto del bosco sono i luoghi dove ritemprarsi, il

cubiculum della sua anima. Ma da lì sempre riprecipita a valle, nelle città e per le strade degli uomini. Sistole e diastole del suo straordinario pellegrinare. Teologicamente l’esperienza francescana del viaggio si sostiene sull’idea biblica di paroikia. Con paroikos, paroikein già la traduzione greca della Bibbia indica il confinante o l’abitare un paese senza esserne cittadino a tutti gli effetti. Paroikia è però quella dello stesso Israele: il “popolo eletto” deve considerare in questa luce la sua esistenza in terra, nella stessa Terra promessa. È Abramo che dice di sé: io sono paroikos kai parepidemos, nessuna terra è veramente la mia, ovunque soggiorno sono solo di passaggio. Davide ribadisce questa idea: siamo tutti paroikoi al cospetto del Signore, i nostri giorni sulla terra sono un’ombra. Credere di possedere una terra è idolatria.

 

Il linguaggio neotestamentario assume questo significato del termine, rendendone ancora più violenta, direi, la paradossalità. Pur potendo nel secolo, nell’impero e nella pax augustea, godere di tutti i diritti di cittadinanza, i cristiani si ritengono in essa perfetti paroikoi e ad un tempo si proclamano concives sanctorum et domestici Dei ( Efesini 2,19). Una forma di paroikia quasi prossima all’esilio si combina qui, nella stessa figura, a una forma di cittadinanza tanto perfetta da presagire la stessa cittadinanza celeste, di cui dice Paolo in Filippesi 3,20. Il documento più drammatico di tale tensione è forse la Lettera a Diogneto.

 

Come si colloca alla luce di questa idea Francesco? È del tutto assente nella sua paroikia ogni accento di estraneità, di xeniteia nei confronti del mondo. In paroikia ciò che per lui vale è anzitutto il para, l’accanto. Egli passa sempre, ma il suo non è un passare-oltre, un oltrepassare, è sempre un farsi-accanto, un approssimarsi. Non è estraneo all’oikos, ma partecipa a tutti. Il cammino di Francesco è un correre verso l’altro. Ogni staticità nella relazione di prossimità viene travolta dalla gioia che dona questo volare all’altro, libero da ogni impedimento. Sono le formidabili immagini dantesche: corre Francesco – alla lotta col padre che lo vuol trattenere, corre Francesco dietro alla sua amata, Madonna Povertà, e dietro a lui corre Bernardo, e correndo gli parve esser tardo. Nessuna pesantezza, nessun spirito di gravità domina più in questa folle corsa. E guai a essere nebulosi quando la si danza!

 

Ciò che muove questo andare, la sua causa efficiente, è però misericordia. Termine esigentissimo, esente da ogni timbro sentimentale. Il samaritano vede l’uomo massacrato sulla strada e il suo cuore – così dice il termine dell’originale greco – va a pezzi. Il suo cuore viene ferito così come il corpo dell’altro. Una ferita che potrà essere guarita soltanto guarendo la ferita dell’altro. La meta di Francesco non è Santiago o Roma, è la cura di chi chiama, della ferita aperta. Tra tutti i viaggi il più dimenticato, poiché è quello che minaccia lo stesso cuore di chi accorre, è quello che rende più insicuri. Ma l’unico che può aiutarci a guarire dall’insaziabile amore per noi stessi.

 

Massimo Cacciari

 
 

 

II - SU KOINONIA DI AGOSTO

 

IN COPERTINA

 



Questa icona dei quattro evangelisti dell'Archimandrita Zenone (Teodor), è  come un invito a  “Riscoprire insieme il vangelo"  e a continuare il  "Colloquio a più voci per interrogarci”: è stato questo il tema - titolo e sottotitolo - che ci ha visti impegnati nell'incontro del 30 aprile scorso, nel ciclo dedicato a "La riforma nelle nostre mani". Avendo sullo sfondo il V centenario della Riforma nata da Lutero, non potevamo non prevedere un ritorno al Vangelo e alla sua centralità, soprattutto dopo che nell'incontro di marzo erano risuonate tra di noi le parole del card. Loris F.Capovilla: "È la prima ora della evangelizzazione"!

Non era prevista una trattazione di specialisti o relatori di grido in materia; non si trattava di convincerci di una verità di principio ormai generalmente acquisita, ma di verificare quale fosse la nostra percezione del "vangelo di Dio" e per aiutarci a maturarla in tutte le sue dimensioni, soprattutto come responsabilità di "predicazione" a tutte le genti. È in realtà in rapporto al mondo che si riscopre la valenza del vangelo come potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede! Abbiamo fatto ricorso a noi stessi e alle nostre forze, anche per una prima verifica tra noi, in modo da offrire poi ad altri una base per ulteriori interventi e testimonianze.

È questa la ragione per cui abbiamo pensato di riportare in un numero di Koinonia quanto è stato presentato quel giorno come materia di riflessione. Si tratta di alcune parole di Alberto Simoni, a cui hanno fatto seguito i contributi di Maurizio Valleri con riferimento al pensiero di Alberto Maggi e di Valdo Pasqui relativo ad alcuni teologi protestanti. Che il colloquio appena iniziato possa continuare liberamente tra di noi, per dirci quale posto ha davvero il vangelo nella nostra vita, nella chiesa e nel mondo.

 

 

IN QUESTO NUMERO

 

3       Per una lettura attiva

                   ABS

 

4       Il Vangelo evangelicamente

                   Alberto B. Simoni op

 

9       Vangelo, un dialogo a più voci

                   Maurizio Valleri

 

14     Riscoprire la potenza del Vangelo

                   Valdo Pasqui

 

18     Due domande del Card. C.M.Martini a S.Paolo

 

PER UNA LETTURA ATTIVA...

 

I contributi qui riportati sono solo un precedente o una provocazione per aprire un processo a catena di riflessione, che porti ciascuno ad una percezione unitaria del “vangelo eterno” (Ap 14,6). Nel linguaggio attuale, la dizione “Parola di Dio” è dominante, ma “a nessuno sfugge che tra tutte le Scritture, anche quelle del Nuovo Testamento, i Vangeli possiedono una superiorità meritata, in quanto costituiscono la principale testimonianza relativa alla vita e alla dottrina del Verbo incarnato, nostro Salvatore. La Chiesa ha sempre e in ogni luogo ritenuto e ritiene che i quattro Vangeli sono di origine apostolica. Infatti, ciò che gli apostoli per mandato di Cristo predicarono, in seguito, per ispirazione dello Spirito Santo, fu dagli stessi e da uomini della loro cerchia tramandato in scritti che sono il fondamento della fede, cioè l’Evangelo quadriforme secondo Matteo, Marco, Luca e Giovanni”  (Dei Verbum, n.18)). 

Su questo “fondamento della fede“ e sull’imperativo “credete al vangelo” (Mc 1,15) cerchiamo di ripensare e di imperniare insieme la nostra vita cristiana nel mondo. Non basta più, in altre parole, che al vangelo sia riconosciuto un “primato ideale” in contesti religiosi, ecclesiali, spirituali e culturali di natura diversa. È necessario riportarlo ad un “primato ontologico” e storico  come ragion d’essere di una chiesa comunità di credenti, segno e strumento di salvezza per il mondo.

Il dilemma o il bivio davanti al quale ci troviamo è: se contentarsi di esperire altre forme di comunicazione per i nostri tempi - dando per acquisito il messaggio originario - o tentare semplicemente di farsi voce della buona novella come tale, in modo che risuoni come la vera novità anche per oggi, non solo come riferimento ideale ma all’atto pratico. Il vangelo, insomma, evangelicamente, perché una “vita apostolica” non può che essere “vita evangelica”!

Quando si dice “vangelo sine glossa” non è da intendere solo in chiave interpretativa ma anche operativa nel vissuto, e cioè a prescindere da tutti i condizionamenti e gli strumenti con cui di fatto si trasmette, che si tratti di strutture istituzionali, di ruoli gerarchici, di parole persuasive o di azioni dimostrative: “Da voi, forse, è partita la parola di Dio? O è giunta soltanto a voi?” (1Cor 14,36).

Come ripeteva il card Loris F. Capovilla sulla scia del santo Papa Giovanni: “È la prima ora della evangelizzazione!”, perché cominciamo appena a comprendere meglio il vangelo di sempre, che perciò va preso per quello che è prima ancora di preoccuparci degli effetti. L’albero  viene prima dei frutti!

Questo non vuol dire avere la pretesa di cogliere il vangelo allo stato puro - che sarebbe una contraddizione in termini in quanto Parola di Dio fatta carne - ma desiderio di mantenere la tensione e le proporzioni giuste tra i due estremi, tra il sensus fidei e l’intellectus fidei o - meglio ancora - tra vangelo e comprensione del vangelo. (ABS)

 

III – AD  INFORMAZIONE

 

 

 

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