FORUM 533

(24 AGOSTO 2017)

http://www.koinonia-online.it

Convento S.Domenico – Piazza S.Domenico, 1 – Pistoia

Tel. 0573/307769

 

                             

I - SU KOINONIA DI LUGLIO

 

In copertina

        Sappiamo già che Koinonia non nasce a tavolino in sedute redazionali apposite, ma da opportunità, gesti e circostanze di vita. Ne è riprova il fatto che un amico ha avuto la sensibilità di inviarci una intervista a Timothy Radcliffe - apparsa su La Stampa il 23/7 - che ci consente in questo momento di dare rilievo alla dimensione “domenicana” del nostro servizio, interfaccia storica della primaria linea evangelica che ci sta a cuore. In un tempo in cui si sottolinea il fatto di avere il primo Papa "gesuita", forse è lecito chiedersi quale collocazione i domenicani hanno nella Chiesa. Certamente non univoca e unitaria, proprio perché si può essere "diversamente domenicani", senza la pretesa di esserlo in esclusiva d'autorità!

         Timothy Radcliffe ci offre un orizzonte per capirlo, ma soprattutto ci dà un esempio di come muoversi con la passione della verità al servizio del vangelo. Egli è stato sì Maestro generale dell’Ordine dei Predicatori, ma il fatto significativo è che continua ad essere "voce domenicana" nella Chiesa davanti al mondo. Si può essere domenicani anche così, per essere artefici di quella  “conversione pastorale” permanente in senso evangelico promossa ed auspicata da papa Francesco, che rischierebbe di rimanere un fatto verbale, se qualcuno non la prendesse sul serio a cominciare dalla propria condizione di vita: quella appunto di "Frati predicatori"!

         Al n.3 del Libro delle Costituzioni OP si legge: “I frati... edifichino prima nel proprio convento la Chiesa di Dio, che poi con la loro opera devono diffondere in tutto il mondo”. Forse è qui il nodo cruciale da sciogliere nel prosieguo del nostro  cammino: come rendere interattivi e dialettici il polo-convento col polo-chiesa.   

         “Edificare nel proprio convento la Chiesa  di Dio”: il binomio convento-chiesa ha fatto da asse portante nell'avventura di Koinonia, ma sappiamo che è stato presente nella storia di Lutero – e prima del Savonarola – così come risulta attivo nella vicenda ecclesiale di Giovanni Franzoni, che ricordiamo in questo numero, per non dire di D.M.Turoldo e altri. Non è  dunque semplice questione “domestica”, ma necessità di riposizionamento storico di un carisma che non sembra aver fatto il suo tempo, anche se appare fuori del tempo: quello della "vita religiosa" in genere e quello di Domenico di Guzman in particolare.

 

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IN QUESTO NUMERO

 

 

3        Intervista a Timothy Radcliffe

                   a cura di Alain Elkann

 

5        Il silenzio

                   Dalmazio Mongillo op

 

7        Facciamo silenzio

                   Dietrich Bonhoeffer

 

8        “Sinodali” nostro malgrado

                   Alberto B. Simoni op

 

11      Intervista a don Pino Ruggieri (II)

                   a cura di Giampiero Forcesi

 

15      La voce profetica di Franzoni

                   Luigi Sandri

 

16      Giovanni Franzoni nel ricordo di Paolo Ferrari

 

17      Ettore Masina

                   Giancarla Codrignani

 

18      In ricordo dell’ amico Carlo Grassi

                   Renato Scianò

 

20      Un Papa comunista?

                   Bruno D’Avanzo

 

23      La conversione chiesta da Papa Francesco

                   Giulio Cirignano

 

24      Dove si ricompone la Chiesa

                  Giovanni Franzoni

 

26      Il giorno di chi guizza “come la folgore” (II)

                  Daniele Garota

 

30      Intervista a Piero Stefani

                   a cura di Claudio Paravati

 

32      La sessione del SAE ad Assisi

                  Laura Caffagnini

 

34      È l’eguaglianza profonda che aiuta le religioni

                  Marco Ventura

 

36      Islam, Cristianesimo e oltre

                   Arnaldo De Vidi

 

40      Barbiana e la cultura

                   Aldo Bondi

 

 

“SINODALI” NOSTRO MALGRADO

 

Con l’intervista a don Pino Ruggieri sulla “Chiesa sinodale”, apparsa contemporaneamente su diverse riviste (vedi Koinonia 6), la Rete dei Viandanti ha voluto dare visibilità ad un progetto comunicativo unitario, ma soprattutto ha inteso promuovere una riflessione sui temi che papa Francesco indica per la riforma della Chiesa, a partire proprio dalla questione- sinodalità. Sembrerebbe quindi che “la riforma della Chiesa” dovesse essere la prospettiva e lo sfondo in cui inquadrare anche questa iniziativa ed in cui magari rileggerla per sviluppi ulteriori: per non rimanere confinati in soluzioni nominali che lasciano il tempo che trovano, e per maturare presenze ed esistenze cristiane al di là  di appartenenze e schieramenti vari.

 

Sinodalità in altre parole, prima che sia prassi istituzionale e modalità organizzativa, è un modo di essere nella chiesa ed essere chiesa allo stato nascente ed in fieri in una sorta di ecclesiogenesi. Da questo punto di vista, quanto di più significativo ho raccolto dalla intervista è il fatto che la riflessione nascesse dalla esperienza pastorale e non fosse calata dall’alto, così come il fatto che tendesse a riportare tutto al centro e alla base, quasi una risoluzione agli elementi primi della vita del credente e quindi di una comunità di credenti.

 

Ed ecco allora – vi si legge - che “nella chiesa non si dovrebbe parlare d’altro, se non delle modalità in cui rendere presente oggi il vangelo del Messia. Ma questo implica una compagnia effettiva con gli ultimi”. E ancora: “Il consenso è quindi un evento che lo Spirito stesso crea quando esistono le condizioni, che non sono in primo luogo quelle giuridiche, ma quelle del comune ascolto sia dei presenti che della tradizione del Vangelo di Gesù”. E così si può dire che “un sinodo è ‘perfetto’, quando esso dà luogo a tre ‘accordi’: quello con la tradizione viva del vangelo di tutti i tempi, quello tra i presenti, quello con la base ecclesiale che lo riceve e lo mette in pratica”. E quando ci ricorda che “ciò non avviene senza conflitti, a volte aspri, come la convivenza ecclesiale e la storia dei concili dimostrano a sufficienza. Questa convinzione è stata progressivamente dimenticata dopo il concilio di Trento”.

 

Tanto basta per innestare in questo discorso qualche nostra considerazione, e per dire che senza saperlo e forse nostro malgrado siamo nati e restiamo sinodali a tutti gli effetti, sia pure con tutti i difetti del caso, riuscendo a vivere senza supporti o qualifiche istituzionali, quasi in immersione o in apnea, e nonostante che spesso vengano a mancare quei riferimenti e strumenti minimi di visibilità necessari per una comunicazione aperta. Sappiamo del resto che se il sistema costituito è l’unico metro di misura, il confronto è sempre perdente, e solo  la possibilità di vivere di fede ci assicura la necessaria libertà.

 

E qui siamo al capitolo “conflitti”, spesso sordi e subdoli: ma questa è ormai una costante. Da difendere comunque non c’è qualche dottrina o qualche posizione acquisita di potere: da far valere e da far rispettare c’è la dignità e la libertà dei credenti o aspiranti tali, quale base primaria del soggetto ecclesiale da servire, da promuovere e da portare ad una responsabilità e creatività di fede. Dice un vecchio adagio che l’agire è dei soggetti  e delle persone, non dei mezzi e delle strutture.

 

Spesso il conflitto in ambito ecclesiale verte proprio su questo punto: se privilegiare l’azione attraverso organizzazioni, opere e strutture e simili o affidarsi al rapporto interpersonale e interattivo. Quando ci viene detto di non portare “né borsa, né sacca, né calzari”, e di non salutare nessuno per via (cfr Luca 10,4), la raccomandazione è a non puntare su mezzi materiali o appoggi umani, per affidarsi unicamente all’incontro con l’altro. Ad una sinodalità di tipo giuridico ed esercizio istituzionale deve subentrare una sinodalità di comunicazione diretta,  costruttiva e finalizzata al consentire, secondo il principio che quanto riguarda tutti da tutti deve essere trattato.

 

Se questo è il cammino solidale della chiesa in tutte le sue componenti, il pensiero va alla nota intervista rilasciata dal card. Martini qualche giorno prima della sua morte, della quale non basta registrare il ritardo di 200 anni della chiesa, ma ricordare anche che “la fede è il fondamento della Chiesa. La fede, la fiducia, il coraggio”, per sentirsi porre personalmente la domanda cruciale: “Che cosa puoi fare tu per la Chiesa?”.

 

Ed allora forse è il caso di farsi orientare da queste parole, per sapere come colmare il ritardo storico della chiesa, per dare significato reale all’“aggiornamento”, che è poi scuotersi e avere coraggio per una effettiva riforma. Tutto questo possiamo aspettarcelo con le grandi opere e la grandi realizzazioni o siamo chiamati in causa direttamente? Questo motivo non è assente nella intervista, in cui si dice chiaramente che la Chiesa è stanca per i pesi della storia e la nostra cultura è invecchiata: “le nostre Chiese sono grandi, le nostre case religiose sono vuote e l’apparato burocratico della Chiesa lievita, i nostri riti e i nostri abiti sono pomposi… Lo so che non possiamo lasciare tutto con facilità. Quanto meno però potremmo cercare uomini che siano liberi e più vicini al prossimo. Per nessuna ragione dobbiamo limitarli con i vincoli dell’istituzione”. Chi ha il coraggio di dire cosa avviene in proposito?

 

Il dramma è che il consenso entusiasta dato unanimemente a queste e simili parole continua ad andare di pari passo con prassi e comportamenti istituzionali ispirati a criteri di pura amministrazione gestionale e di successo, nella convinzione e illusione che si possa uscire dalla crisi con dei placebo, facendo passare tutto come rinnovamento progressista, nonostante ripetute dimostrazioni in contrario. In questo senso mi ha impressionato l’osservazione di una persona vicina ad ambienti di chiesa, quando ha affermato che tutti i cambiamenti di cui era stato osservatore avevano portato a peggioramenti!

 

Forse va trovato il modo di cambiare, per uscire da un riformismo di facciata che peggiora senz’altro le cose e favorisce il ritardo sulla storia piuttosto che colmarlo; e per entrare in un ascolto reale delle diverse voci che salgono dal basso prima di far sentire la propria dall’alto, forti solo della legge! Ecco dove una sinodalità formale è un pericolo e si trasforma in rete per imbrigliare e buttare via i pesci cattivi: quando viene intesa come correttezza funzionale di una chiesa costituita ad intra e non come partecipazione catalizzatrice ad extra. Tutto torna, ma niente più vive!

 

Attenti quindi alla sinodalità,  perché non diventi il nuovo slogan del progressismo di maniera: quello di una ufficialità che riconosce solo la pura legittimità e disconosce ogni via diversa dalla propria, magari delegittimandola! È anche questo un modo di risolvere i conflitti e andare avanti per la strada larga e sicura, ma ciò non toglie che sia necessario il passaggio per la strada stretta. In questo senso siamo sinodali nostro malgrado: perché lo vogliamo essere senza investiture e senza etichette, ma anche perché questo ci espone ad ogni forma di eliminazione o cancellazione da parte di ciò e di chi conta!

In ogni caso non ci rimane che rinnovare le nostre scelte e andare avanti per la nostra strada!

 

Alberto Bruno Simoni op

 

 

 

II – IN RISPOSTA AL FORUM 532

 

Da Valdo Pasqui (Pistoia)

 

Carissimo Alberto,

letto e riletto il tuo testo molto bello e appassionato che condivido (ovviamente per me i passaggi sulla sinodalità sono impliciti poiché la struttura nostre chiese come ben sai è di questo tipo).

Un passaggio, tra i tanti, che mi ha fatto riflettere al punto 3. (mi piace anche il partizionamento dei tre titoli) è il seguente: Modi diversi di concepire e vivere la fede compromettono la stessa unità di fede, quando invece dovrebbero esprimerne tutta ricchezza

Mi è venuto spontanea (l'ho segnato tra i miei appunti per domenica) questa considerazione: accade questo perché si è perso di vista il vero punto di riferimento che è l’amore di Dio per l’uomo, il Dio con noi, manifestato attraverso la morte sella croce di Gesù e che attraverso la sua risurrezione che per noi è speranza nella vita futura e nel regno di Dio. Allora viene da chiedersi se le chiese/confessioni siano talmente prese dai propri impegni mondani (opere, azioni, coinvolgimento politico, diaconia), dalle loro dispute teologiche e dogmatiche e dalle questioni interne di potere (gerarchia, orizzontalità-sinodalità, ordinamento femminile etc.) da aver  perso di vista o comunque relegato in un angolino la prospettiva escatologica dell’avvento del Regno di Dio che si fa realtà quotidiana rivolgendosi agli ultimi.

Le chiese si stanno facendo guidare dallo Spirito Santo o come Adamo ed Eva pretendono di decidere e scegliere di testa propria ? A presto,

Valdo

 

 

 

Da Angela Ales Bello (Roma)

 

Caro P. Alberto,

grazie per la condivisione del tuo testo. Le osservazioni che fai mi sembrano giustissime. Vorrei essere meno pessimista sulla situazione globale, perché mi sembra che la linea che tu indichi si stia lentamente facendo strada nella Chiesa Cattolica, Infatti, mi pare che, con tutti i limiti umani, sia quella che sta seguendo Papa Francesco. Mi pare che le cose stiamo migliorando, anche se per ora i principi di riforma da noi auspicati non sono condivisi da tutti. Per questo bisogna essere lievito, per aiutare, data l’occasione straordinaria della scelta di questo Papa. La visita del Papa ai luoghi di Don Milani, mi sembra un grande segno di comprensione della via da percorrere.

Ho interpellato anche Tonino e Daniela sulla tua lettera che abbiamo letto insieme. Daniela ha osservato che per attuare la riforma della Chiesa cattolica è necessario esaminare le ragioni del distacco delle altre chiese  e cercare un equilibrio fra le molteplici istanze che provengono dalla situazione attuale. Il sistema precedente non avvicinava i fedeli alla Chiesa e non cercava il dialogo con i Gentili. Per questo è urgente la riforma. Tonino insiste sulla necessità di una critica nei confronti della gerarchia e di alcuni cosiddetti fedeli che cercavano e cercano la mondanità e mostrano legami politici. Riflette poi sul tema della Chiesa “povera” e si domanda in quale modo salvare la bellezza nell’arte nella Chiesa, cosa che indubbiamente richiede anche un sostegno economico.

Ti inviamo un affettuoso saluto,

Angela   

 

 

 

Da Elisabeth Crosier Del Greco (Patrica)

 

Caro Padre Alberto,

non potrei non rispondere al tuo invito a partecipare, in Spirito di fede, all'incontro di domenica sul tema " Ecclesia semper reformanda". Sai quanto mi sta a cuore la situazione della Chiesa-popolo di DIO-Umanità in Divenire nella sua piena dignità di Figli dell’UNICO PADRE.

Quante domande mi faccio in questo tempo pressato da tante urgenze che vengono da tutte le parti del mondo...e che ci interpellano. Dopo la fase di allarmismo nel considerare le nostre chiese vuote e la poca e timida partecipazione dei "fedeli occasionali", le diverse comunità parrocchiali si sono affannate nella ricerca di "mezzi" per attirare di nuovo i giovani o richiamare le pecore stanche del "middle age". Anche questo è passato all'effimero per poi finire all'adesione a varie discipline che promettono felicità e facile guadagno personale illusori .

Forse non abbiamo ancora "toccato" il fondo per poterci dare la buona spinta per riemergere dalla palude (è proprio il termine adeguato) del conformismo e  ritrovare il vigore della Fede nella riscoperta INSIEME del Vangelo.

Siamo ancora troppo nel lamento di strutture ecclesiali perse che ci rende ciechi nel vedere lontano, intorno a noi, orizzonti aperti come campi incolti da arare, seminare, deserti dell' indifferenza da irrigare con la pazienza dell'ascolto.

Lasciare la nozione di religione da parte per entrare in relazione vera gli uni con gli altri e fare della PAROLA INCARNATA persona viva in noi, tramite lo SPIRITO. LA PAROLA da ascoltare, che si fa sentire dai più poveri e dagli emarginati, PAROLA che ci sorprende a volte nel triste SILENZIO della routine delle nostre sicurezze "mondane". PAROLA da osare con FEDE, da DIRE con voce GIOIFERA e con SPERANZA !

E per concludere: "Non è sempre facile capire le Scritture, non possiamo spiegare tutto, ma basta credere", mi diceva ieri sera una persona anziana all'uscita della Chiesa.

 

Elisabeth Crosier Del Greco

 

 

 

 

 

 

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