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Siamo in tempo di Sinodo, e per la verità sembra che una “chiesa sinodale” sia già realtà, per cui non rimane che attendere interventi su alcuni “punti sensibili”, dando per risolta la rigenerazione storica della presenza della chiesa nel mondo: qualcosa a cui il Vaticano II ha dato sì risposte di principio, ma tradite nella loro materializzazione. Se noi continuiamo a batterci per la causa persa di una nuova presenza complessiva della chiesa nel mondo, quando i giochi sembrano fatti, è perché i tanti ammodernamenti cultuali e celebrativi non riducono affatto il grave ritardo denunciato a suo tempo dal card. Martini e ridotto a slogan.
Se in origine il disegno era di riportare la chiesa ad essere “segno e strumento” di comunicazione del “mistero della fede”, la tendenza dominante è quella di ripresentarla nelle sue strutture visibili, mentre rimane latente come soggetto-fede. È questa nuova soggettività - non clericale ma laicale, non cultuale ma storica, non religiosa ma culturale - che dovrebbe emergere. Ma questo comporta che il mondo non sia solo un “finis cui”, e cioè qualcosa a favore del quale ci si adopera, ma un “finis quo”, e cioè qualcosa di solidale mediante cui si raggiunge il “finis qui” e cioè la salvezza. Per essere salvato, il mondo ha bisogno di essere assunto e non solo beneficato!
Si arriva a dire che “credere al vangelo” ha una sua valenza politica che va riattivata al di là del “fare politica”: quando si dice Popolo di Dio, “segni dei tempi”, chiesa dei poveri, non si dice niente di diverso e siamo in linea con la Lumen gentium quando dice di annunciare il Vangelo ad ogni creatura, “illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa” (LG 1). Se vogliamo un riferimento evangelico, forse colui che sotterra il talento ricevuto è la figura tipica di una chiesa che sembra bastare a se stessa, con la pretesa di fare la cosa più giusta. Ma se di lievito o di sale si tratta, come pensare ad un vangelo separato?



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