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A proposito di accoglienza c’è da dire che, prima che verso altri o altro, è quanto ci è dato di vivere tra noi e ci costituisce in comunione, nel desiderio di quel "cuor solo e anima sola" che ci fa chiesa di Dio: “Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio” (Rm 15,7).
C’è dunque una dimensione teologica da dare a questa parola! Se essa ha acquisito un significato mediatico molto ristretto, in riferimento alla immigrazione come emergenza sbarchi più che come dramma globale, è certamente per una strumentalizzazione politica di bassa “lega”, ma è anche perché non siamo capaci di quella carica umana ed evangelica, di cui dovrebbero essere portatori quanti credono al vangelo.
In questo senso, una chiesa o le chiese, prima di trasformarsi in agenzie assistenziali e in centri operativi in prima persona, dovrebbero diventare luoghi di riserva profetica per l'umanità, sia come coscienza che come disponibilità. Ogni specifica azione in questo campo dovrebbe mantenere il valore di segno e di annuncio del Regno, al di là di una funzione di supplenza, che sembra anacronistica come già per altri ambiti della vita sociale.
Ciò che invece si impone è recuperare e far valere l’originaria irriducibilità del “credere al vangelo”, e tentare di farlo diventare habitus o modo di essere di una "chiesa dei poveri" in senso pieno, fatta da chi trova la sua unica ricchezza e ragion d'essere nel Regno di Dio e nella sua giustizia. Forse è una battaglia persa in partenza, ma è pur sempre la “buona battaglia” (2Tim 4,7) da combattere! Se è vero, come si usa dire, che bisogna vedere moralisticamente Cristo nei poveri, è altrettanto vero che è prima di tutto lui a rivestirsi di povertà e immedesimarsi nei poveri come semplice "Figlio dell'uomo" tra gli uomini: per cui, consapevolmente o meno, ogni azione nei confronti del prossimo è a suo modo un atto di fede: l'altra faccia dell'amore di Dio!


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