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Nel nostro immaginario collettivo Marta e Maria rappresentano proverbialmente azione e contemplazione, servizio e ascolto. Ma la casa di Betania, non dimenticando Lazzaro, forse offre altre valenze simboliche: ci ricorda che il Verbo fatto carne ha preso dimora tra noi; che in quel luogo Gesù si rapporta ad una famiglia; che lì si realizza ante litteram una “chiesa domestica”.
Se tutto questo è vero, se ne può trarre qualche altra conseguenza: e dire, per esempio, che lì c’era già eucarestia vissuta, così come in altri momenti di incontro di Gesù e con Gesù. C’è la spia di tutta un'esistenza di dedizione per chi ha fame e sete di giustizia: che Gesù sia pane di vita e acqua che disseta lo prova tutto il vangelo. E non c’è da aspettare l’ultima cena per parlare di eucarestia! Basti ricordare che “prima della festa di Pasqua, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13,1). È la stessa linea!
È di tutto questo che siamo invitati a fare memoria, sia lavando i piedi gli uni agli altri che spezzando il pane insieme! In gioco c’è il fatto che “Cristo ha amato la chiesa e ha dato se stesso per lei, per santificarla dopo averla purificata lavandola con l’acqua della parola” (Ef 5,25-26). L’eucarestia cioè è vissuta prima d’essere celebrata: la realtà precede il segno!
In questa dimensione trasversale, anche la questione dei ministeri e della celebrazione cambia aspetto, perché ne va della nostra unione reale col Cristo come suo corpo: non si tratta più di destrutturare l'esistente per come si è costruito nel tempo, ma di rigenerare dalla radice il nostro modo di vivere il “mistero della fede”. Non come momento a sé e fatto compiuto, ma come evento in fieri di tutta l'esistenza cristiana! E forse Betania è il luogo in cui il servizio o ministero ritrova la sua collocazione originaria rispetto alla sola cosa necessaria: l’intima comunione col Cristo Signore e l’unità di tutti come suo “corpo e sue membra, ciascuno per la sua parte” (1Cor 12,27).



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