18 agosto 2019 -  XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

 

Michelangelo Buonarroti: Il profeta Geremia (1512)

 

 

PRIMA LETTURA (Geremia 38,4-6.8-10)

 

In quei giorni, i capi dissero al re: «Si metta a morte Geremìa, appunto perché egli scoraggia i guerrieri che sono rimasti in questa città e scoraggia tutto il popolo dicendo loro simili parole, poiché quest’uomo non cerca il benessere del popolo, ma il male». Il re Sedecìa rispose: «Ecco, egli è nelle vostre mani; il re infatti non ha poteri contro di voi». Essi allora presero Geremìa e lo gettarono nella cisterna di Malchìa, un figlio del re, la quale si trovava nell’atrio della prigione. Calarono Geremìa con corde. Nella cisterna non c’era acqua ma fango, e così Geremìa affondò nel fango.Ebed-Mèlec uscì dalla reggia e disse al re: «O re, mio signore, quegli uomini hanno agito male facendo quanto hanno fatto al profeta Geremìa, gettandolo nella cisterna. Egli morirà di fame là dentro, perché non c’è più pane nella città». Allora il re diede quest’ordine a Ebed-Mèlec, l’Etiope: «Prendi con te tre uomini di qui e tira su il profeta Geremìa dalla cisterna prima che muoia».

 

SALMO RESPONSORIALE (Salmo 39)

 

Rit. Signore, vieni presto in mio aiuto.

 

Ho sperato, ho sperato nel Signore,

ed egli su di me si è chinato,

ha dato ascolto al mio grido.

 

Mi ha tratto da un pozzo di acque tumultuose,

dal fango della palude;

ha stabilito i miei piedi sulla roccia,

ha reso sicuri i miei passi.

 

Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo,

una lode al nostro Dio.

Molti vedranno e avranno timore

e confideranno nel Signore.

 

Ma io sono povero e bisognoso:

di me ha cura il Signore.

Tu sei mio aiuto e mio liberatore:

mio Dio, non tardare.

 

SECONDA LETTURA (Ebrei 12,1-4)

 

Fratelli, anche noi, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento.

Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio.

Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato.

 

 

VANGELO (Luca 12,49-53)

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!

Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

 

 

 

In altre parole…

 

Il profeta Geremia visto da Michelangelo è tutto concentrato in se stesso, ma proprio per questo estremamente eloquente. Vuol dire che il profeta è sì uomo della parola, ma anche del silenzio e della comunicazione non verbale: è vita di profeta prima che attività di profeta! Prima di essere pronunciata, la Parola deve essere divorata e fatta crescere nel cuore, come appunto ci viene detto in Geremia 15,16: “Quando le tue parole mi vennero incontro, le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore, perché io portavo il tuo nome, Signore, Dio degli eserciti”. Ma egli confessa anche: “Mi dicevo: «Non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome!». Ma nel mio cuore c'era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo” (Ger 20,9).

 

Nessuna meraviglia, allora, ritrovare Geremia del tutto silenzioso calato nella cisterna fangosa con queste motivazioni: “Si metta a morte Geremìa, appunto perché egli scoraggia i guerrieri che sono rimasti in questa città e scoraggia tutto il popolo dicendo loro simili parole, poiché quest’uomo non cerca il benessere del popolo, ma il male”. Qualcosa del genere si dirà anche di Gesù: “Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione” (Gv 11,48). Anche lui era un attentatore, proprio perché voleva liberare il popolo. Ma il popolo, lo sappiamo, ama essere ingannato, e alle parole di verità di chi lo vuol mettere in guardia preferisce sempre chi lo blandisce e lo illude. Possiamo ricordare che in una cisterna senz’acqua era stato calato anche Giuseppe il sognatore dai fratelli che lo volevano uccidere perché scomodo (Gen 37,20-27).

 

Proiettandoci invece con lo sguardo in avanti, ecco ripresentarsi ancora una volta la stessa vicenda nella persona di Gesù, colui che “il popolo considerava un profeta” (Mt 14,5), e che davanti a Pilato dice di essere venuto per rendere testimonianza alla verità. Lo incontriamo ora in un momento confidenziale, quando, dopo aver dato diverse istruzioni ai discepoli, tenta di far capire loro il senso profondo della sua venuta nel mondo. Lo fa in termini figurati, ma inequivocabili: “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!”. Il fuoco, come l’acqua, è quanto di più prezioso e significativo ci sia, ma è anche qualcosa a doppio taglio. E non a caso noi parliamo della prova del fuoco!

 

È a questa prova del fuoco che è sottoposto il mondo dalla parola di chi è “segno di contraddizione”. Ma sia chiaro che il primo a sottoporsi liberamente a questa prova estrema è lui stesso, colui che è venuto a “gettare fuoco sulla terra”. Il Battista ci aveva avvertito: “Colui che viene dopo di me è più potente di me; egli vi battezzerà in Spirito santo e fuoco”. Ma questo non è altro che il suo stesso battesimo, quello nel quale egli è battezzato, e cioè il “battesimo di sangue”. Si capisce perciò perché egli sia angosciato finché tutto non sia compiuto: lo lascia intuire nell’orto degli ulivi quando arriva a sudare sangue, quando ha davanti gli esiti e gli sviluppi incerti del fuoco della sua passione, quello che vorrebbe vedere acceso. E quando la madre dei figli di Giacomo e Giovanni si presenta a chiedere i primi posti per i figli, la risposta è senza mezzi termini: “Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?” (Mt 20,22). Vuol dire che il suo calice dobbiamo berlo anche noi, anche  perché è il calice che spetterebbe a noi e che egli fa suo per primo!

 

In effetti, incuranti di quanto egli chiede ai suoi, noi non sappiamo quello che chiediamo e continuiamo a fraintendere o ad edulcorare il suo insegnamento e la sua testimonianza. Ed ecco allora una ulteriore chiarificazione: “Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione”. Forse abbiamo una visione troppo irenica e concordista del discepolato, e una concezione spiritualista e intimistica della vita cristiana, dimenticando di essere mandati come agnelli in mezzo a lupi e di essere autorizzati a scuotersi la polvere dai calzari, quando in gioco c’è la fedeltà dei discepoli. Siamo molto lontano da una mistica della pace o da un pacifismo a buon mercato: non si tratta di fare crociate o guerre sante, ma di sapere a cosa si va incontro nella sequela di Cristo ed avere forza e resistenza davanti ad ostilità e a manifestazioni di odio anche in casa propria, quando ci presentiamo in suo nome. L’esistenza cristiana è sì di operatori di pace, ma non per questo ci fa stare in acque tranquille!

 

Non ci mancano testimoni e testimonianze che ci indicano e ci aprono la strada da percorrere, alleggerendoci di pesi inutili e uscendo da uno stato di assedio in cui ci sentiamo rinchiusi. Ma è chiaro che lo sguardo va tenuto fisso su Gesù, “colui che dà origine alla fede e la porta a compimento”. Non dovremmo mai dimenticare che all’origine e a compimento del nostro credere c’è lui, che opera con noi. Anzi che è lui in persona colui a cui diamo fede, sapendo che per noi “si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio”. Quando abbiamo bisogno di riprendere coraggio, sentiamo rivolte a noi queste parole: “Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato”.

 

Se le prendiamo sul serio, forse non abbiamo bisogno di inventare forme supplementari di vita cristiana, e magari è il caso di ripassare al vaglio quelle correnti della tradizione, per riportarci allo spirito di Cristo e condividere il suo desiderio: “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!”. Che ci sia dato di ripeterci nel nostro cammino le parole che si dicevano l’un l’altro i discepoli di Emmaus: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc 24,32).

 

A proposito di fuoco da diffondere, permettete che riporti qui alcune parole del primo biografo di san Domenico, il beato Giordano di Sassonia, che scrive: “Alla madre [Giovanna], prima che lo concepisse, era parso in visione, di portare in seno un cagnolino, il quale tenendo in bocca una fiaccola ardente, una volta uscitole dal grembo, sembrava dar fuoco a tutto il mondo. Ciò prefigurava che ella avrebbe concepito un predicatore insigne che (...) avrebbe destato le anime addormentate nel peccato, spargendo per il mondo intero quel fuoco che il Signore Gesù era venuto a portare sulla terra” (B. Giordano, Libellus, 5). (ABS)


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