8 novembre 2020XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

 

Edward Burne-Jones: Le vergini sagge e le vergini stolte (disegno del 1859)

 

 

PRIMA LETTURA (Sapienza 6,12-16)

La sapienza è splendida e non sfiorisce,
facilmente si lascia vedere da coloro che la amano
e si lascia trovare da quelli che la cercano.
Nel farsi conoscere previene coloro che la desiderano.
Chi si alza di buon mattino per cercarla non si affaticherà,
la troverà seduta alla sua porta.
Riflettere su di lei, infatti, è intelligenza perfetta,
chi veglia a causa sua sarà presto senza affanni;
poiché lei stessa va in cerca di quelli che sono degni di lei,
appare loro benevola per le strade
e in ogni progetto va loro incontro.


SALMO RESPONSORIALE (Salmo 62)


Rit. Ha sete di te, Signore, l’anima mia.

 

O Dio, tu sei il mio Dio,
dall’aurora io ti cerco,
ha sete di te l’anima mia,
desidera te la mia carne
in terra arida, assetata, senz’acqua.

Così nel santuario ti ho contemplato,
guardando la tua potenza e la tua gloria.
Poiché il tuo amore vale più della vita,
le mie labbra canteranno la tua lode.

Così ti benedirò per tutta la vita:
nel tuo nome alzerò le mie mani.
Come saziato dai cibi migliori,
con labbra gioiose ti loderà la mia bocca.

Quando nel mio letto di te mi ricordo
e penso a te nelle veglie notturne,
a te che sei stato il mio aiuto,
esulto di gioia all’ombra delle tue ali.

 

 

SECONDA LETTURA (1Tessalonicesi 4,13-18)

 

Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti.

Sulla parola del Signore infatti vi diciamo questo: noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore.

Confortatevi dunque a vicenda con queste parole.



VANGELO (Matteo 25,1-13)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:

«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.

A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.

Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.

Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

 

 

In altre parole…

 

Sono giorni in cui mancano tranquillità e sicurezza di vita e che richiederebbero più che mai prudenza e senso di responsabilità e non invece insensatezza e spregiudicatezza. Tutti in qualche modo ci sentiamo sbilanciati rispetto agli abituali equilibri di convivenza. Ma, a ben vedere, sbilanciati siamo comunque, anche in condizioni ritenute normali. Il tempo di pandemia non fa che mettere a nudo fragilità permanenti: per un’esistenza umana equilibrata ci mancano contrappesi mentali, culturali, spirituali, che facciano da argine al degrado anche morale e civile di un intero popolo. Anche la “fede della chiesa” è come una riserva ad uso e consumo personale, senza più quella forza e incidenza di vita che il vangelo dovrebbe avere e dare di suo.

 

Se dunque, sulla scorta del libro della Sapienza, vogliamo parlare di “sapienza”, lo dobbiamo fare non in termini di prerogativa personale, ma come  patrimonio di Popolo di Dio, forte della fedeltà alla sua Legge: “Perché quella sarà la vostra sapienza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli, i quali, udendo parlare di tutte queste leggi, diranno: «Questa grande nazione è il solo popolo savio e intelligente»” (Dt 4,6). A parte l’insipienza dominante di cui soffriamo come società, quale è la forza di coesione e di impatto di un Popolo di Dio come erogatore di intelligenza e di sapienza per il mondo? Non possiamo nasconderci che siamo sulla scia di colui che dice di sé “ io sono la via, la verità, la vita” (Gv 14,6), e di cui Paolo dice che “da Dio è stato fatto per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione” (1Cor 1,30). Tutte cose che ci ripetiamo a memoria, ma che sembra non ci tocchino.

 

Forse è lecito azzardare l’ipotesi che le parole della prima lettura saranno fatte cadere nel vuoto nella predicazione domenicale, come se la sapienza fosse un lusso per pochi o qualcosa di inutile per i più, e non invece bene prezioso come saggezza, buon senso, e “timor del Signore” che ne è il principio (Sal 111,10): capacità di visione ampia e profonda del mondo, delle cose, della vita. Sarebbe come dire che la luce e la vista sono fenomeni accessori rispetto a quanto si vede e si può manovrare, come se le cose avessero solo un valore d’uso!

 

In effetti, se la fede è intima unione con Dio - e quindi fatto intimo di ciascuno -, nella sua espressione e configurazione ecclesiale essa non sembra vivere di vita propria in quanto corpo di credenti, ma è mutuata per via di “autorità” o di coinvolgimento esterno. Non è vissuta come verità e visione del mondo – e quindi come mentalità matura e critica – ma prevalentemente come imperativo morale e dettame operativo, se non come pura osservanza cultuale. Il mondo della fede, in altre parole, non è una realtà che possa reggere il confronto e trovare una convergenza con la realtà dell’esistenza: o si colloca spiritualisticamente al di fuori del mondo, o si integra surrettiziamente col mondo, perdendo il suo specifico sapore! (cfr Lc 14,34): “Il sale è buono; ma se il sale diventa insipido, con che gli darete sapore? Abbiate del sale in voi stessi e state in pace gli uni con gli altri” (Mc 9,50).

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Sapore viene da sapere o sapienza, qualcosa che ci abita dentro e dà significato a tutto, consentendo un rispecchiamento interiore che ci apre agli altri e al mondo, così come ci apre a Dio. La sapienza “si lascia trovare da quelli che la cercano, nel farsi conoscere previene coloro che la desiderano. Chi si alza di buon mattino per cercarla non si affaticherà, la troverà seduta alla sua porta. Riflettere su di lei, infatti, è intelligenza perfetta”. Certamente non siamo cercatori di sapienza! Verrebbe da pensare a Maria di Nazaret che “serbava in sé tutte queste cose, meditandole in cuor suo” (Lc 2,19); e a Maria di Betania in ascolto ai piedi di Gesù! Quanta vita interiore di fatto è costruita sulla sabbia dell’emozione, del sentimentalismo, del devozionismo e non sulla verità che ci è comunicata! Ed anche tanto ascolto della Parola di Dio è sì approfondimento esegetico di consumo spirituale, ma non sempre riesce a svilupparsi in mentalità, in discorso, in dialogo col mondo: e quindi  in evangelizzazione aperta e significativa ad extra! La fede non riesce ad essere cultura!

 

E così siamo introdotti al capitolo 25 del vangelo di Matteo, che con la parabola delle dieci ragazze in attesa dello sposo ci dice che alla fine c’è una prova del fuoco tra chi è saggio e chi è stolto, tra chi è ammesso “alla cena delle nozze dell'Agnello" (Ap 19,9) e chi rimane chiuso fuori. Il capitolo 25 di Matteo è forse il passo più ricordato, perché vi si parla del “giudizio finale”, oltre che della parabola dei talenti: ma spesso si evoca per pronunciare noi giudizi anzitempo, mentre ci presenta una sorta di generale resa dei conti o banco di prova della vita. Naturalmente evidenziando di volta in volta momenti e aspetti diversi di questo esame finale.

 

Nel caso di queste damigelle che devono scortare lo sposo verso le nozze, il disegno di Edward Burne-Jones evidenzia il momento finale delle cinque stolte costrette a rimanere fuori della porta e disconosciute dallo sposo, nonostante il loro bussare e dopo il rifiuto delle compagne di un po’ d’olio per tenere le loro lampade accese. C’è la loro imprevidenza e superficialità a fronte dell’accortezza e saggezza delle altre, che avevano fatto provvista di olio, a scanso di imprevisti. A parte sbagliare i propri calcoli, la loro vera colpa è quella di essersi intruppate nel gruppo senza la consapevolezza necessaria di cosa le aspettava, ma solo sull’onda dell’entusiasmo del momento, portate dalle altre e dalla consuetudine.  

 

È avvertimento a non fare della partecipazione al Regno un fatto sporadico di suggestione collettiva, che farebbe pensare a “colui che ode la parola e subito la riceve con gioia, però non ha radice in sé ed è di corta durata” (Mt 13,20-21); a chi mette mano all’aratro  ma poi si volta indietro; a chi vuole costruire una torre e intraprendere una battaglia senza valutare di potercela fare o meno, a chi costruisce la propria casa sulla sabbia. Si potrebbe pensare anche alla vicenda del giovane ricco che mira alla perfezione ma non va fino in fondo. Quando ci viene detto “vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”, c’è sì da pensare al momento imprevedibile dell’incontro, ma c’è soprattutto un invito a vigilare su se stessi di continuo, perché i fatti decisivi della vita di suo sono improvvisi, ma non per questo si improvvisano.

Questo ci porterebbe a chiederci quale è la nostra attesa del Regno, anche quando ci diciamo di essere lì insieme per invocarlo. Forse ci rendiamo poco conto di quante volte ripetiamo d’essere “in attesa della tua venuta”, nell’attesa che venga il nostro Salvatore Gesù Cristo: quasi si trattasse di qualcosa da rinviare a chissà quando, e intanto non facciamo scorta di olio necessario, come se tutto dovesse consumarsi sul momento. La dimensione escatologia è stata recuperata biblicamente, teologicamente, ecumenicamente, ma nient’affatto come il respiro stesso della fede di ogni giorno.

Nel necessario trapasso vissuto col Concilio Vaticano II, in effetti si sono creati dei vuoti di coscienza ecclesiale non opportunamente colmati: per il vino nuovo non sono stati approntati otri nuovi, per cui si è preferito fare ricorso ad otri vecchi, magari con mescolanze di sapore antico. Una volta per esempio c’era il catechismo con i “novissimi”, che in qualche modo delineavano e ispiravano il rapporto con gli eventi ultimi e con la morte. Spariti quelli dallo scenario cristiano, è calata la tensione verso le “realtà ultime” e tutto sembra appiattirsi e risolversi in evento liturgico, magari anche più elaborato e sofisticato, relegando l’”al di là” ai confini della coscienza o del sentimento individuale.

Tant’è che neanche più la morte rientra nell’orizzonte della coscienza e della prassi cristiana.  La fede della chiesa non fa più scuola in questo ambito, se non come dottrina a sé o come ritualità spesso sofferta! Ed ecco allora Paolo, sempre impegnato a far crescere la sua comunità di Tessalonica, dire parole di fede e di conforto “a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza”. A che scopo credere, se alla fine ci ritroviamo tutti nella stessa condizione degli altri che non hanno speranza? C’è qualcosa di nuovo di cui tener conto e anche da testimoniare riguardo a quelli che sono morti in Cristo?

Paolo non esita a creare nuova coscienza e consapevolezza di fede in quella comunità: quei cristiani non devono piangere i loro morti come i pagani, perché Gesù è morto e risorto, e Dio che lo ha risuscitato dai morti risusciterà anche per mezzo di Gesù coloro che si sono addormentati, e alla sua parusia li farà partecipare con lui al corteo trionfale. La risurrezione di Gesù implica quella dei credenti. E la parusia di Gesù implica l’essere con lui dei credenti. Questo è detto sulla parola del Signore e queste sono le parole con cui anche tra di loro essi devono darsi conforto.

Sarebbe già abbastanza se almeno questo avvenisse, ma è chiaro che a dover essere ricreato non è solo il senso e il rapporto con la morte o con le “realtà ultime”, ma è tutto l’universo culturale, il tessuto mentale dei credenti e l’apparato comunicativo della fede. Ma proprio rispetto a questo compito storico è accaduto e accade di ritrovarci senza olio sufficiente per avere le lampade accese al momento decisivo, quando tutto sembra essersi esaurito con gli entusiasmi di una mobilitazione ormai al lumicino! Parlare di sapienza e di “realtà ultime” non può rimanere un discorso frammentario a sé, ma ci rimanda all’istanza profonda di una visione unitaria della fede. Ciò a cui dovremmo applicarci, senza la pretesa che qualcuno ce la offra e senza la presunzione di essere noi ad offrirla. Un bagno di sapienza evangelica che dovremmo fare tutti. (ABS)


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