10 novembre 2019 -  XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

 

Antonio Ciseri: Il Martirio dei Maccabei (1853-63)

 

PRIMA LETTURA (2 Maccabèi 7,1-2.9-14)

 

In quei giorni, ci fu il caso di sette fratelli che, presi insieme alla loro madre, furono costretti dal re, a forza di flagelli e nerbate, a cibarsi di carni suine proibite.

Uno di loro, facendosi interprete di tutti, disse: «Che cosa cerchi o vuoi sapere da noi? Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le leggi dei padri».

[E il secondo,] giunto all’ultimo respiro, disse: «Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re dell’universo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna».

Dopo costui fu torturato il terzo, che alla loro richiesta mise fuori prontamente la lingua e stese con coraggio le mani, dicendo dignitosamente: «Dal Cielo ho queste membra e per le sue leggi le disprezzo, perché da lui spero di riaverle di nuovo». Lo stesso re e i suoi dignitari rimasero colpiti dalla fierezza di questo giovane, che non teneva in nessun conto le torture.

Fatto morire anche questo, si misero a straziare il quarto con gli stessi tormenti. Ridotto in fin di vita, egli diceva: «È preferibile morire per mano degli uomini, quando da Dio si ha la speranza di essere da lui di nuovo risuscitati; ma per te non ci sarà davvero risurrezione per la vita».

 

 

SALMO RESPONSORIALE (Salmo 16)

 

Rit. Ci sazieremo, Signore, contemplando il tuo volto.

 

Ascolta, Signore, la mia giusta causa,

sii attento al mio grido.

Porgi l’orecchio alla mia preghiera:

sulle mie labbra non c’è inganno.

 

Tieni saldi i miei passi sulle tue vie

e i miei piedi non vacilleranno.

Io t’invoco poiché tu mi rispondi, o Dio;

tendi a me l’orecchio, ascolta le mie parole.

 

Custodiscimi come pupilla degli occhi,

all’ombra delle tue ali nascondimi,

io nella giustizia contemplerò il tuo volto,

al risveglio mi sazierò della tua immagine.

 

SECONDA LETTURA (2 Tessalonicési 2,16-3,5)

 

Fratelli, lo stesso Signore nostro Gesù Cristo e Dio, Padre nostro, che ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza, conforti i vostri cuori e li confermi in ogni opera e parola di bene.

Per il resto, fratelli, pregate per noi, perché la parola del Signore corra e sia glorificata, come lo è anche tra voi, e veniamo liberati dagli uomini corrotti e malvagi. La fede infatti non è di tutti. Ma il Signore è fedele: egli vi confermerà e vi custodirà dal Maligno.

Riguardo a voi, abbiamo questa fiducia nel Signore: che quanto noi vi ordiniamo già lo facciate e continuerete a farlo. Il Signore guidi i vostri cuori all’amore di Dio e alla pazienza di Cristo.

 

 

 

 

 

VANGELO (Luca 20,27-38)

 

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».

Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

 

 

In altre parole

 

L’immagine che illustra la tragedia narrata dalla prima lettura non fa che ricordarci che la fede è martirio, testimonianza resa con la vita alla verità, e cioè al fatto che la nostra vita è in Dio, per quanto nascosta: “Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio!” (Col 3,3). Questi sette fratelli, insieme alla loro madre, non fanno che darci prova, a prezzo della stessa propria vita, della loro fede come fondamento delle cose sperate e ancora invisibili. E questo non per il solo rispetto di una legge, che prescriveva di non cibarsi di carni suine proibite, ma perché lì c’era in gioco la fedeltà al loro Dio e il rifiuto di ogni idolatria.

 

Possiamo rimanere colpiti anche noi, come quel re e i suoi dignitari, di tanta fortezza d’animo e coraggio di parola, ma certamente non si tratta solo di un bell’esempio da ammirare, quanto invece del richiamo al realismo estremo della fede, che non è solo adesione mentale a dogmi e visioni spirituali, ma è contatto vivo con Dio vivente, esperienza della sua potenza e partecipazione ai misteri della sua manifestazione e comunicazione agli uomini. Davanti a fatti simili, siamo costretti a renderci conto di avere una percezione riduttiva e sbiadita della nostra fede, come qualcosa di accessorio e di circostanza, mentre non è che coinvolgimento pieno di comunione col Padre, col Figlio e con lo Spirito santo. In 1Gv 3,1 ci viene detto: “Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!”.

 

Perché relegare queste verità ai margini dell’esistenza, quasi si trattasse di miti? C’è una sorta di simultaneità e contemporaneità nel mondo della fede, per cui possiamo ritrovarci a dire con i sette fratelli: “Aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà”. È come se da loro arrivasse fino a noi il dono di una consolazione eterna e una buona speranza, a conforto dei nostri cuori e a conferma di ogni parola e opera di bene. 

 

È quindi lo stesso realismo delle parole di Paolo ai Tessalonicesi, quando chiede di pregare “perché la parola del Signore corra e sia glorificata” anche in noi, così come lo è stato nei tanti testimoni, in modo che anche attraverso di noi continui la sua corsa e diventi annuncio di resurrezione “a vita nuova ed eterna… quando da Dio si ha la speranza di essere da lui di nuovo risuscitati”. Per questo abbiamo bisogno di essere sostenuti e guidati “all’amore di Dio e alla pazienza di Cristo”.

 

Venendo però a noi, il fatto è che nel passaggio a questo al di là che è dentro di noi – quello della fede nella resurrezione – noi siamo un po’ tutti “sadducei”, cioè persone che circoscrivono la Parola di Dio – a cui peraltro si fa riferimento – nell’ambito del proprio successo storico e all’esercizio del proprio potere, tra pragmatismo e fondamentalismo autoreferenziale. Per cui non c’è nessuno spazio per una possibile resurrezione o vita eterna. Ecco allora la sfida lanciata con spavalderia a Gesù da “alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione”, forti della autorità di Mosè e sicuri di poter equiparare il mondo futuro a quello presente.

 

Secondo loro, questi sette fratelli, che prendono in moglie successivamente la stessa donna per assicurare una discendenza alla famiglia, dovrebbero poi ritrovarsi a contendersela in un’esistenza futura, che risulterebbe pertanto assurda. Certamente argomentazione ineccepibile dal loro punto di vista, ma in discussione c’è proprio il diverso punto di vista e non tanto quello che vi si trova e vi si mette dentro noi in maniera unilaterale e strumentale. Non si tratta di far tornare tutto dentro un nostro modo di vedere ma di cambiare modo di vedere in una collocazione diversa di vita e di ottica!

 

A questo invita ancora una volta Gesù quando mette a confronto i “figli di questo mondo” che prendono moglie e prendono marito, e i “figli della risurrezione, che sono figli di Dio”: due ordini di cose in cui non vigono le stesse leggi e dove i rapporti sono regolati secondo modalità diverse, là dove questi “non possono più morire, perché sono uguali agli angeli”. La loro condizione è appunto quella dei “figli di Dio”, che “non è “Dio dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui”. E questo sulla base della stessa autorità di Mosè, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”.

 

Da questo punto di vista noi possiamo ora dire: “Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo; nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, per la vostra salvezza, prossima a rivelarsi negli ultimi tempi” (1Pt 1,3-5).

 

Consentitemi qualche altra libera considerazione sulla base di quanto è venuto da dire strada facendo fino ad ora, senza pretese di dare spiegazioni esaurienti, ma solo dicendo qualcosa di quanto la Parola di Dio via via suggerisce. Nel nostro linguaggio facciamo spesso riferimento ai “farisei” e al “fariseismo” per denunciare legalismo, ipocrisia, vanteria davanti a Dio e superiorità nei confronti di estranei. E cioè un modo interessato di praticare la giustizia per ritenersi e apparire giusti: insomma, qualcosa che è facile pensare e dire a carico degli altri e del sistema.

 

Ma se guardiamo a noi stessi, forse c’è motivo di riconoscerci più che altro “sadducei”, per la maniera convenzionale e blanda di intendere e di vivere la nostra fede, semplice elemento integratore ed identitario del nostro modo di stare al mondo, piuttosto che spinta a quel salto di qualità che ci proietta nel Regno di Dio da rendere in qualche modo visibile nella nostra vita. Diciamoci francamente che dovremmo avere l’unica ambizione che “la parola del Signore corra e sia glorificata” in noi e attraverso di noi! È per questo che San Paolo ci chiede di pregare, cosa che dobbiamo fare gli uni per gli altri, per venire liberati dagli uomini, perché la fede infatti non è di tutti. “Ma il Signore è fedele: egli ci confermerà e ci custodirà dal Maligno”. (ABS)


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