22 settembre 2019 -  XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

 

Quentin Metsys: Il cambiavalute (1514) part.

 

 

PRIMA LETTURA (Amos 8,4-7)

 

Il Signore mi disse:

«Ascoltate questo,

voi che calpestate il povero

e sterminate gli umili del paese,

voi che dite: “Quando sarà passato il novilunio

e si potrà vendere il grano?

E il sabato, perché si possa smerciare il frumento,

diminuendo l’efa e aumentando il siclo

e usando bilance false,

per comprare con denaro gli indigenti

e il povero per un paio di sandali?

Venderemo anche lo scarto del grano”».

Il Signore lo giura per il vanto di Giacobbe:

«Certo, non dimenticherò mai tutte le loro opere».

 

 

SALMO RESPONSORIALE (Salmo 112)

 

Rit. Benedetto il Signore che rialza il povero.

 

Lodate, servi del Signore,

lodate il nome del Signore.

Sia benedetto il nome del Signore,

da ora e per sempre.

 

Su tutte le genti eccelso è il Signore,

più alta dei cieli è la sua gloria.

Chi è come il Signore, nostro Dio,

che siede nell’alto

e si china a guardare

sui cieli e sulla terra?

 

Solleva dalla polvere il debole,

dall’immondizia rialza il povero,

per farlo sedere tra i prìncipi,

tra i prìncipi del suo popolo.

 

 

SECONDA LETTURA (1 Timòteo 2,1-8)

 

Figlio mio, raccomando, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio. Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità.

Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Questa testimonianza egli l’ha data nei tempi stabiliti, e di essa io sono stato fatto messaggero e apostolo - dico la verità, non mentisco -, maestro dei pagani nella fede e nella verità.

Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza contese.

 

 

 

 

 

VANGELO (Luca 16,1-13)

 

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:

«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.

L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.

Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.

Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.

Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.

Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?

Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».

 

 

In altre parole…

 

Questa volta manca un antefatto che provochi il ricorso a qualche parabola. Gesù si rivolge direttamente ai discepoli, evidentemente per comunicare un insegnamento irrinunciabile al di fuori di ogni altra circostanza. L’immagine del cambiavalute riportata in apertura lascia capire subito che si tratta del rapporto col denaro come simbolo di ricchezza e ricchezza esso stesso, appunto “mammona” versus Dio.

 

In realtà una premessa l’abbiamo nella prima lettura del profeta Amos, che riferisce quanto il Signore dice a lui e ci rimanda al “Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione” (Lc 6,24). Sbaglieremmo se vedessimo nelle parole del profeta solo il richiamo ad un comportamento personale più giusto; egli ci offre invece uno spaccato perfetto della nostra società e del mondo di cui facciamo allegramente parte, fino a ritenerlo normale e inevitabile: quello del capitalismo radicale, del mercato senza freni, della finanza dominante, e quindi del profitto come legge trasversale di vita. Il mondo governato da mammona e dalle sue leggi!

 

In sostanza è il mondo della corruzione, che produce impoveriti e sfruttati, anche quando questi sembrano o si ritengono beneficati. E questo anche da parte di quanti si dimostrano rispettosi di noviluni e di sabati, e strumentalizzano simboli religiosi per lucrare su tutto e comprare tutti, magari per un paio di sandali. Il fatto è che si è abbassato il livello di guardia morale in tutti, per cui manca un punto di appoggio per risollevare le sorti di un popolo: parlare di bene comune oggi sembra che riguardi solo l’ambiente e l’ecologia, mentre tutto il resto è alla mercé dell’arbitrio idolatrato da tutti.

 

Se il quadro è questo, viene da chiedersi cosa sia possibile fare, stante il fatto che il Signore stesso giura che non dimenticherà mai tutte le opere di quanti calpestano il povero e sterminano gli umili del paese: e stante che tutto questo sistema di ingiustizia grida vendetta al cospetto di Dio, come ci lascia capire la storia del povero Lazzaro e del ricco epulone (Lc 16,19ss). Ma basta rimettersi al giudizio finale, o un giudizio profetico va pronunciato fin da ora, al di là di dottrine sociali che penserebbero di risanare il sistema? In effetti, se il male è alla radice – quasi come peccato originale – una soluzione è solo nelle scelte radicali dei singoli, come dimostra Francesco di Assisi, nella sequela evangelica di Cristo.

È quanto possiamo ricavare dal passo del vangelo odierno che sentenzia “non potete servire Dio e la ricchezza”, qualcosa che non è proponibile se non ad ogni singolo. Il segreto è: se non c’è la decisione per Dio, anche a non volere si serve la ricchezza, invece di servirsi della ricchezza. La parabola lascia capire che si dovrebbe servire Dio come figli della luce alla stessa maniera e con la stessa accortezza che hanno i figli delle tenebre nel servire mammona. Sembra che non ci siano mezze misure o facili compromessi, come insegna la storia del giovane ricco, quando Gesù ammonisce: “È più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno di Dio!”.

Di “un uomo ricco” si parla nella parabola, quasi a dire che essere ricco non va demonizzato, se e quando la ricchezza è ancora per l’uomo e umana, e non invece l’uomo per la ricchezza, divenuta idolo. Così infatti accade nel caso dell’amministratore portato allo scoperto per aver sperperato quanto gli era stato affidato e chiamato a renderne conto. Trovatosi alle perse, egli non demorde e rimane fedele e coerente alla sua logica di approfittatore, passando per benefattore verso i debitori del suo padrone, fino a meritarsi da lui elogi per la sua scaltrezza. L’avidità insaziabile senza freni aguzza l’ingegno e diventa metodo di vita, creando connivenze e solidarietà con i propri pari. Ed è così che la corruzione dilaga.

Quindi non è solo comportamento disonesto individuale, ma processo corruttivo trasversale che nasce da ciascuno dei “figli di questo mondo”. Possiamo ricordare che “dal di dentro, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive” (Mc 7,21). Realisticamente, non è da pensare che si possa bonificare simile sistema con correttivi dottrinali, ideologici, politici e così estirparlo, per dare vita ad un mondo più giusto, fraterno e in pace. Ci viene detto invece che andrebbe creata una corrente diversa di vita uguale e contraria da parte dei “figli della luce”: uguale nel metodo, nella determinazione e nella coerenza, contraria nei contenuti e nelle finalità.

Appunto, facendoci “degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne”: e cioè con un uso solidale e condiviso dei propri beni in spirito di povertà evangelica. Tutto questo non è indifferente, ma ha un corrispettivo nel giudizio finale. Per cui la fedeltà o la disonestà in cose di poco conto trovano riscontro nelle cose importanti, la ricchezza vera e finalmente nostra! Rimane il fatto che non si può servire a due padroni, e una scelta decisa va fatta senza mezzi termini tra Dio e mammona, tra il Regno di Dio e la sua giustizia e se stessi o la propria giustizia. Certamente non siamo a questi livelli, ma almeno è bene fare chiarezza, e l’incoerenza di fatto non deve diventare compromesso di principio, se davvero vogliamo diventare discepoli!

In questa luce, il passo della lettera di Paolo a Timoteo ci offre suggerimenti per convivere come “figli della luce” con i “figli del mondo” (nel mondo e non del mondo, in rapporto dialettico). Ben vengano decreti di sicurezza, di anticorruzione, di antimafia e quant’altro, ma non possiamo sottovalutare il fatto che la chiesa è per definizione “sacramento di salvezza”, qualcosa a cui noi siamo chiamati a dare spessore e corpo come mistero nella storia. Una volta si puntava molto sulla “salvezza dell’anima” in chiave personale; accantonata questa preoccupazione, sembra che il problema “salvezza” non esista più, mentre rimane primario e coinvolge totalmente la nostra responsabilità personale di Popolo di Dio.

Ecco allora Paolo raccomandarci di alzare al cielo mani pure, senza collera e senza contese e di intercedere “per tutti gli uomini”, ma anche “per tutti quelli che stanno al potere”. Il motivo di fondo di questa preghiera è “perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio”. Perché in altre parole si creino le condizioni ed il clima favorevoli alla ricerca del Regno di Dio, “il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità”. C’è qui una dimensione dell’impegno pubblico e politico del credente insieme a quella profetica di risveglio delle coscienze alla giustizia e di denuncia evangelica della corruzione, nell’unico intento “che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità”. Si tratta di qualcosa di bello e di gradito a Dio nostro salvatore: che noi cioè si cooperi al suo disegno di salvezza! Ma quanto tutto questo ispira la nostra coscienza umana e cristiana?

Al di là di tutte le beghe e le insulsaggini del mondo politico che sono sotto i nostri occhi ogni giorno, bisognerebbe riscoprire l’importanza e la dignità di una partecipazione orante e profetica alle vicende dei popoli e del nostro popolo, ritrovando la dimensione di fede e teologica della salvezza nel fatto che “uno solo è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti”. È l’evento generatore della fede, e questa opera di riscatto e di testimonianza dovrebbe continuare anche attraverso di noi. così come è avvenuto per Paolo, “fatto messaggero e apostolo – dico la verità, non mentisco –, maestro dei pagani nella fede e nella verità”.

Sono parole significative e impegnative, che dovrebbero strutturare la coscienza e la preghiera “politica” dei discepoli, se usciamo da stereotipi e da intimismi che da una parte ci mettono al riparo dal mondo e dall’altra ci proiettano nella lotta con armi improprie rispetto a quelle del vangelo “potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede”. Paolo ci tiene a presentarsi messaggero e apostolo, “maestro dei pagani nella fede e nella verità”. È anche la nostra impostazione? (ABS)


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