29 settembre 2019 - XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

 

Emilio Longoni: Riflessioni di un affamato (1893)

 

 

PRIMA LETTURA (Amos 6,1.4-7)

 

Guai agli spensierati di Sion

e a quelli che si considerano sicuri

sulla montagna di Samaria!

Distesi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani

mangiano gli agnelli del gregge

e i vitelli cresciuti nella stalla.

Canterellano al suono dell’arpa,

come Davide improvvisano su strumenti musicali;

bevono il vino in larghe coppe

e si ungono con gli unguenti più raffinati,

ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano.

Perciò ora andranno in esilio in testa ai deportati

e cesserà l’orgia dei dissoluti.

 

 

SALMO RESPONSORIALE (Salmo 145)

 

Rit. Loda il Signore, anima mia.

 

Il Signore rimane fedele per sempre

rende giustizia agli oppressi,

dà il pane agli affamati.

Il Signore libera i prigionieri.

 

Il Signore ridona la vista ai ciechi,

il Signore rialza chi è caduto,

il Signore ama i giusti,

il Signore protegge i forestieri.

 

Egli sostiene l’orfano e la vedova,

ma sconvolge le vie dei malvagi.

Il Signore regna per sempre,

il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione.

 

 

SECONDA LETTURA (1 Timòteo 6,11-16)

 

Tu, uomo di Dio, evita queste cose; tendi invece alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni.

Davanti a Dio, che dà vita a tutte le cose, e a Gesù Cristo, che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, ti ordino di conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo,

che al tempo stabilito sarà a noi mostrata da Dio,

il beato e unico Sovrano,

il Re dei re e Signore dei signori,

il solo che possiede l’immortalità

e abita una luce inaccessibile:

nessuno fra gli uomini lo ha mai visto né può vederlo.

A lui onore e potenza per sempre. Amen.

 

 

 

VANGELO (Luca 16,19-31)

 

In quel tempo, Gesù disse ai farisei:

«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.

Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.

Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.

E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

 

 

In altre parole

 

Nel corso della celebrazione eucaristica di sabato scorso è stato chiesto un chiarimento su queste parole del vangelo: “Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne”. La risposta del momento ha fatto riferimento alle parole di Matteo 25: "In verità vi dico che in quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l'avete fatto - o non l’avete fatto - a me". Come dire, in senso generale, che solidarietà, generosità, farsi carico delle necessità del prossimo, oltre al beneficio immediato per gli interessati, ha una sua proiezione nella vita eterna. Ciò che avviene o non avviene nell’ordine naturale della condivisione dei beni ha una sua risultanza escatologica.

 

Ma proseguendo la lettura del capitolo 16 di Luca troviamo la storia di un altro uomo ricco, che ci offre il chiarimento più diretto – sia pure in senso contrario – di come un comportamento in terra si traduca in qualcosa di simile in cielo – se così possiamo esprimerci! Si tratta del ricco epulone e del povero Lazzaro, di chi è super-sazio e di chi è affamato, di chi è indifferente e sprezzante e di chi è umiliato e offeso. Siamo davanti alla esemplificazione più cruda delle Beatitudini, dove il capovolgimento di condizioni è previsto e promesso: “ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi” (Lc 1,53).

 

Lazzaro e l’anonimo ricco si ritrovano oltre la morte uno accanto ad Abramo e l’altro  sepolto tra i tormenti negli inferi, in un amaro gioco delle parti. Sembra che il ricco conosca Lazzaro, tanto da chiedere senza ritegno che gli sia mandato in soccorso, spinto dalla disperazione. Veniamo a sapere come stanno e come vanno le cose tra i due mondi separati e incomunicabili. Il povero epulone non si arrende e sembra provare una punta di compassione per i suoi cinque fratelli e invoca ancora una volta l’intervento di Lazzaro perché vada ad avvertirli severamente dicendo a cosa vanno incontro.

 

La secca risposta del padre Abramo – che impersona il suo Dio – non lascia scampo ed è di ammonimento per tutti: Mosè con la Legge e i Profeti ci sono proprio per questo, per aprirci gli occhi sul mistero della nostra vita e farci conoscere le vie della salvezza. Se non si dà giusto ascolto ad essi tutto diventa inutile, anche se uno risorgesse dai morti e venisse ad avvertirci e metterci in guardia.

 

C’è come una premonizione per noi, per rimanere sorpresi se il Cristo Risorto non riscuota poi tutta quella attenzione e non sia così decisiva come ci aspetteremmo, ma  c’è anche un richiamo a non sbandierarla troppo come motivo apologetico, se prima non c’è un lavoro di dissodamento e di purificazione del cuore per la conversione. E questo appunto mediante Mosè e i Profeti, come del resto Gesù stesso fa con i due in fuga verso Emmaus e come fa anche Filippo con l’eunuco sul carro: fanno ricorso alle Scritture. E non a caso il Cristo morto e risorto è oggetto di predicazione prima che di celebrazione, anche se al momento i valori restano purtroppo invertiti, per cui abbiamo celebrazioni cariche di sentimento religioso, ma prive di fede!

 

Dunque, hanno Mosè e i profeti, ed ancora una volta il profeta Amos mette a fuoco il mondo della opulenza, della bella vita e della spensieratezza, che certamente non si preoccupa della rovina e della miseria del popolo, ma che rimane sotto la minaccia del “guai”, tant’è che “ora andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l’orgia dei dissoluti”. Siamo in tutt’altro mondo rispetto a quello delle beatitudini evangeliche, a cui peraltro vogliono riportarci le parole a Timoteo in quanto appunto “uomo di Dio”.

 

Egli è esortato a fuggire dall'”amore del denaro radice di ogni specie di mali” (v.10) e a ricercare invece “la giustizia, la pietà, la fede, l'amore, la costanza e la mansuetudine”. Il buon combattimento della fede rimane in sostanza quello di servire Dio e non mammona, una contrapposizione che segna il discrimine tra l’uomo di Dio e l’uomo di mondo. Al cospetto di Dio Paolo si aspetta da Timoteo la bella confessione di fede alla maniera in cui Cristo Gesù ha reso testimonianza davanti a Ponzio Pilato, e inoltre che rimanga fedele al comandamento, e cioè a quanto ha ricevuto in consegna “fino all'apparizione del nostro Signore Gesù Cristo”.

 

 Tutto il ministero di Timoteo deve caratterizzarsi come servizio al “beato e unico sovrano, il Re dei re e Signore dei signori” nel rifiuto di quanto vi si oppone come mammona o culto idolatrico del Dio-denaro. In effetti, se continuiamo la lettura di questo passo della lettera, troviamo questa rinnovata raccomandazione: “Ai ricchi in questo mondo ordina di non essere d'animo orgoglioso, di non riporre la loro speranza nell'incertezza delle ricchezze, ma in Dio, che ci fornisce abbondantemente di ogni cosa perché ne godiamo; di fare del bene, di arricchirsi di opere buone, di essere generosi nel donare, pronti a dare, così da mettersi da parte un tesoro ben fondato per l'avvenire, per ottenere la vera vita”.

 

È sempre più chiaro qual è il discrimine tra gli uomini di Dio discepoli di Cristo, ma al tempo stesso siamo costretti a riconoscere che “i figli di questo mondo, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce”: i primi sanno curare i loro interessi più di quanto facciano i secondi, che con le labbra rendono culto a Dio, ma con il cuore vanno verso questo mondo. Forse bisognerebbe tener conto che è qui il combattimento della fede, prima che in ogni altra questione di contorno.

 

L’immagine riportata in apertura ci dice che se il ricco non vede il povero, il povero però guarda il ricco, e Colui che scruta i cuori non può lasciare le cose come stanno, perché “questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo libera da tutte le sue angosce” (Sal 33,7).


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