6 ottobre 2019 - XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

 

Donatello: Il profeta Abacuc (1425)

PRIMA LETTURA (Abacuc 1,2-3;2,2-4)

Fino a quando, Signore, implorerò aiuto
e non ascolti,
a te alzerò il grido: «Violenza!»
e non salvi?
Perché mi fai vedere l’iniquità
e resti spettatore dell’oppressione?
Ho davanti a me rapina e violenza
e ci sono liti e si muovono contese.
Il Signore rispose e mi disse:
«Scrivi la visione
e incidila bene sulle tavolette,
perché la si legga speditamente.
È una visione che attesta un termine,
parla di una scadenza e non mentisce;
se indugia, attendila,
perché certo verrà e non tarderà.
Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto,
mentre il giusto vivrà per la sua fede».


SALMO RESPONSORIALE (Salmo 94)

Rit. Ascoltate oggi la voce del Signore.

 

Venite, cantiamo al Signore,
acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
a lui acclamiamo con canti di gioia.

Entrate: prostràti, adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio
e noi il popolo del suo pascolo,
il gregge che egli conduce.

Se ascoltaste oggi la sua voce!
«Non indurite il cuore come a Merìba,
come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri:
mi misero alla prova
pur avendo visto le mie opere».

 

 

SECONDA LETTURA (2 Timòteo 1,6-8.13-14)

Figlio mio, ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza.
Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo.

Prendi come modello i sani insegnamenti che hai udito da me con la fede e l’amore, che sono in Cristo Gesù. Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato.


VANGELO (Luca 17,5-10)

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».

Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.

Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?

Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».



In altre parole

 

L’immagine di Abacuc, il profeta che ci parla oggi, fa pensare che proprio ascoltando Mosè e i profeti abbiamo imparato a vedere e valutare il mondo della ricchezza e dei ricchi, che genera il mondo dell’ingiustizia e della povertà. Ma abbiamo capito anche che questo mondo non basta denunciarlo e riprovarlo per sconfiggerlo, non bastano giuste rivendicazioni per cambiare il corso delle cose. Questo non vuol dire rinuncia alla lotta per arginare, per difendersi e creare condizioni e strumenti di equità e di uguaglianza, ma vuol dire consapevolezza dei rapporti di forza e della impossibilità di risanare il sistema alla radice, come ci ricordano il cammello e la cruna d’ago e come ci conferma il fatto che neanche qualcuno risorto dai morti riuscirebbe a indurre un ricco ad uscire dal proprio bunker di sicurezza. Non a caso mammona e Dio sono inconciliabili.

 

Di qui la perplessità e la domanda dei discepoli dopo le parole che Gesù pronuncia mentre il giovane ricco si allontana da lui: “Essi, ancora più sbigottiti, dicevano tra loro: «E chi mai si può salvare?». Ma Gesù, guardandoli, disse: «Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio»” (Mc 10,26-17).  E allora c’è da capire seriamente quale possibilità e via di salvezza siano presso Dio. Forse è proprio la via della povertà e dei poveri.

 

Il segreto e il mistero da meditare è in queste parole di 2Cor 8,9: ”Infatti voi conoscete la grazia del nostro Signore Gesù Cristo il quale, essendo ricco, si è fatto povero per voi, affinché, mediante la sua povertà, voi poteste diventare ricchi”.  Sta di fatto che il vangelo è annunciato ai poveri, e se è invito anche ai ricchi a diventare poveri, è anche annuncio ai poveri ad essere poveri e a scoprire quale ricchezza è loro assicurata: “Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno che ha promesso a quelli che lo amano?” (Gc 2,5). Ma se è difficile per un ricco farsi povero, è altrettanto difficile per un povero volgere in ricchezza la propria povertà.

 

Cosa possibile da apprendere e realizzare alla sequela di Cristo. Quindi non è questione di rompersi la testa per conciliare astrattamente ricchezza e povertà e accordare ricchi e poveri, ma è questione di farsi apprendisti discepoli del nostro Signore Gesù Cristo ed essere suoi testimoni nel mondo. Dopo averne tanto parlato come la vera novità del Vaticano II, da un pezzo a questa parte abbiamo smesso di ricordare la “chiesa dei poveri”!

 

Ecco allora venirci incontro il profeta Abacuc e farsi voce dei poveri, chiamando in causa il loro Dio con parole che possiamo fare nostre, se impariamo che c’è anche una preghiera di “lamentazione” verso colui che non ascolta, non salva e sembra rimanere spettatore indifferente dell’oppressione: “Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese”. Verrebbe da pensare al Dio motore immobile e impassibile, mentre rimaniamo impotenti e increduli davanti a deturpazioni dell’umanità e del creato: dove sono le cose buone e addirittura molto buone della creazione?

 

Se da una parte il profeta si fa portavoce del povero che implora, al tempo stesso si fa interprete di una risposta del Signore, che è invitato a incidere su tavolette “perché la si legga speditamente”. La visione gli fa dire che non sarà sempre così e che finirà la schiavitù degli eterni faraoni. Ci sarà un termine e si va verso una scadenza: vuol dire che una liberazione è in atto e richiede fin da ora la partecipazione degli interessati, che devono attenderla anche se indugia, “perché certo verrà e non tarderà”. Viene offerto un nuovo orizzonte di vita in cui entrare e avventurarsi, senza stare ad aspettare che tutto avvenga qui e ora secondo le nostre attuali attese!

 

Sta di fatto che una liberazione non viene a noi se noi non ci proiettiamo verso di essa con tutte le nostre forze, perché “ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto”: chi non getta se stesso oltre l’ostacolo e non va diritto alla meta, ma si adagia sugli allori di una pretesa del tutto dovuto o del tutto fatto, senza muovere dito! Al contrario, “il giusto vivrà per la sua fede”: chi si rapporta in maniera giusta e corretta con l’opera di liberazione in atto, costui vivrà per la sua fedeltà e perseveranza, per la sua partecipazione e collaborazione attiva. In questo senso la fede che salva è affidamento e abbandono, perché si compia in noi il disegno di Dio, fino a diventarne testimoni: “Si faccia di me secondo la tua parola!”.

 

Quando si dice “il giusto vivrà per la sua fede” non possiamo non pensare alla centralità di questa affermazione e a tutte le controversie a cui ha dato origine nella storia. È fuori discussione che rimane anche per noi, soprattutto oggi, il punto focale e il banco di prova per una chiesa che non solo si ritiene Regno di Dio realizzato ma intenderebbe realizzarlo nel mondo attraverso le sue opere. Non ci dice e non ci insegna nulla il dibattito secolare sulla fede e sulle opere?

 

Possiamo fare nostra la richiesta degli apostoli al Signore: “Accresci in noi la fede!”. È una buona occasione per Gesù di fare chiarezza e farci capire che quando si dice “fede” vuol dire appunto partecipazione viva alla potenza di Dio che rende praticabile ciò che è impossibile agli uomini, fino a rasentare l’assurdo o l’inaudito, si trattasse pure di dire ad un gelso di trapiantarsi nel mare! L’esemplificazione del padrone e del servo sta a dirci che non è questione di accampare pretese per meriti acquisiti o per opere compiute. L’atteggiamento da mantenere è quello di docilità, disponibilità e obbedienza, perché quanto ci è dato o richiesto di fare è già dono di grazia. E quando avessimo fatto tutto quello che ci è stato comandato, non ci rimane che dire: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”.

 

Se riuscissimo ad avere tanta fede quanto un granello di senape, alla fine dovremmo poter dire anche noi: “Ha fatto in me grandi cose colui che è onnipotente”. Ciò che conta in ultima analisi è che Dio sia tutto in tutti e operi per mezzo di tutti! A questo punto non ci rimane che ascoltare come rivolte a noi le parole che Paolo scrive a Timoteo, per invitarlo a ravvivare il dono di Dio, e soprattutto quando dice di soffrire con lui per il vangelo con la forza di Dio!

 

Diciamoci francamente che non solo dentro di noi ma all’interno della chiesa ci sarebbe da riportare la barra della fede allo zenit della Parola di Dio viva ed efficace, e ritrovare così equilibrio tra la potenza intrinseca della fede e l’efficacia delle opere, sapendo che “questa è l'opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato” (Gv 6,29). Non basta più una fede delle grandi misure o grandi opere: premessa ideologica, presupposto confessionale, ortodossia dottrinale, apparato religioso, sistema di appartenenza… Bisognerebbe ritornare alla fede dei piccoli, grande quanto un granello di senape. Le conseguenze non mancherebbero, neanche in chiave pastorale! (ABS)


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