25 agosto 2019 - XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

 

Giotto: Giudizio universale, part. (1303-1305)

 

PRIMA LETTURA (Isaia 66,18-21)

 

Così dice il Signore:

«Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria.

Io porrò in essi un segno e manderò i loro superstiti alle popolazioni di Tarsis, Put, Lud, Mesec, Ros, Tubal e Iavan, alle isole lontane che non hanno udito parlare di me e non hanno visto la mia gloria; essi annunceranno la mia gloria alle genti.

Ricondurranno tutti i vostri fratelli da tutte le genti come offerta al Signore, su cavalli, su carri, su portantine, su muli, su dromedari, al mio santo monte di Gerusalemme – dice il Signore –, come i figli d’Israele portano l’offerta in vasi puri nel tempio del Signore.

Anche tra loro mi prenderò sacerdoti levìti, dice il Signore».

 

 

SALMO RESPONSORIALE (Salmo 116)

 

Rit. Tutti i popoli vedranno la gloria del Signore.

 

Genti tutte, lodate il Signore,

popoli tutti, cantate la sua lode.

 

Perché forte è il suo amore per noi

e la fedeltà del Signore dura per sempre.

 

 

SECONDA LETTURA (Ebrei 12,5-7.11-13)

 

Fratelli, avete già dimenticato l’esortazione a voi rivolta come a figli:

«Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore

e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui;

perché il Signore corregge colui che egli ama

e percuote chiunque riconosce come figlio».

È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? Certo, sul momento, ogni correzione non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo, però, arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati.

Perciò, rinfrancate le mani inerti e le ginocchia fiacche e camminate diritti con i vostri piedi, perché il piede che zoppica non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire.

 

 

VANGELO (Luca 13,22-30)

 

In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme.

Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».

Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.

Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”.

Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.

Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

 

 

 

In altre parole…

 

Mettiamoci sulle tracce di Gesù nel suo peregrinare. È in giro per città e villaggi insegnando, ma tutto questo nella determinazione di essere in cammino verso Gerusalemme. Sappiamo cosa questo significa e comporta, e sappiamo anche che di questo vuol far prendere coscienza a chi lo segue. Tanto è vero che dall’evangelista viene ricordato anche a noi, che dobbiamo tenerne conto. Non sono semplici circostanze, ma sono segnali di un modo di essere e di agire che dovrebbe fare testo nella nostra vita di discepoli-missionari!

 

Noi abbiamo ridotto tutto ad insegnamento, sottovalutando il fatto che questo avviene strada facendo, tra la gente, passando da città e villaggi, nel vivo delle situazioni e degli incontri. Ci contentiamo della pura e semplice dottrina magari “ex cathedra”, ma sorvoliamo sul fatto che tutto quello che Gesù fa e dice vuole orientare e preparare anche noi a quanto l’aspetta e avverrà a Gerusalemme: ciò che è preannunciato per il Figlio dell’uomo. Quando però i propositi degli uomini vengono capovolti dal volere di Dio, in una sorta di eterogenesi dei fini. È quello che in qualche modo intendiamo quando proverbialmente affermiamo “l’uomo propone e Dio dispone”!

 

Ce lo fa capire questo passaggio del capitolo 11,47-52 del vangelo di Giovanni che merita di essere meditato: “Allora i sommi sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dicevano: «Che facciamo? Quest'uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione». Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell'anno, disse loro: «Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera». Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi”.

 

Ci viene detto apertamente che “Gesù doveva morire… per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi”. Perché è proprio qui lo scandalo e il mistero della croce, stoltezza per gli uomini ma sapienza di Dio! Ma forse dobbiamo imparare a tener conto di quanto dice il profeta  Isaia 55,8: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie - oracolo del Signore”,  e di conseguenza cercare di entrare nell’ottica di salvezza che ci viene aperta, appunto andando verso Gerusalemme. Leggendo i pochi versetti del libro di Isaia, ci rendiamo conto che proprio la riunificazione di tutti i popoli è il filo conduttore di tutta la storia della salvezza: “Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria”.

 

Anche il breve salmo 116 ci riporta a questo motivo di fondo: “Tutti i popoli vedranno la gloria del Signore”. Ma il fatto più sorprendente da non sottovalutare è che questa impresa il Signore la compie non solo per i popoli, ma proprio attraverso le genti di tutte le lingue: “Io porrò in essi un segno e manderò i loro superstiti… alle isole lontane che non hanno udito parlare di me e non hanno visto la mia gloria; essi annunceranno la mia gloria alle genti”. Non basta che la chiesa sia missionaria in esclusiva, ma è importante che anche “missionari” dal di fuori possano diventare chiesa, appunto “chiesa dei gentili”!

 

Se ascoltiamo Paolo – “il prigioniero di Cristo per voi Gentili” – scopriamo che è proprio qui che si gioca il “mistero di Cristo” nella storia: “Questo mistero non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come al presente è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che i Gentili cioè sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e ad essere partecipi della promessa per mezzo del vangelo” (Ef 3,5-6). È una storia aperta di cui rendersi consapevoli e diventare attori, perché la chiesa è sì una, ma in quanto “ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l'inimicizia” (Ef 2,14).

 

“Per mezzo del vangelo”: è chiaro quali sono la via maestra e lo strumento primario con cui questo mistero si sta realizzando nel tempo e per i secoli. Se noi infatti ripercorriamo i vangeli, ci viene fatto capire come tutto questo avvenga o debba avvenire – quasi di necessità – nella persona del Figlio dell’uomo: ma è chiaro che il compito del Servo o Agnello di Dio - il giogo del Cristo Gesù – debba passare sulle nostre spalle. Non dobbiamo avere paura a riproporre la sequela in tutta la sua portata. Sì, “per mezzo del vangelo”, ma a patto che questo vangelo passi attraverso di noi nella sua radicalità e non in versioni ridotte!

 

Messi davanti alle esigenze di una sequela ardua e impegnativa, possiamo anche noi fare la domanda di quel tale: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. Come al solito non ci viene data una risposta diretta come ci aspetteremmo. Gesù ne approfitta per proporre il suo punto di vista e per portare anche noi a vedere le cose come lui. Più che interrogarci sul numero dei salvati, quello che dobbiamo cercare di fare subito è sforzarci di entrare per la porta stretta, che in ultima analisi è lui stesso: “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo” (Gv 10,9).

 

È in gioco il giusto rapporto con lui, che non sempre va a buon fine, “perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno”. È un dramma anche questo, e ci deve mettere in guardia sul nostro modo di entrare in relazione con lui quando bussiamo alla sua porta dicendo: “Signore, aprici!”. E magari sentirsi rispondere: “Non so di dove siete”. Certamente la risposta di Gesù era nel contesto polemico in cui si muoveva, tra i tanti oppositori in nome della Legge, della Tradizione, del Tempio, del Sabato: non a caso si fa riferimento ad “Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti”.  Ma è chiaro che essa vale sempre per tutti, e possiamo ritrovarci disconosciuti anche quando facciamo presente di aver mangiato e bevuto in sua presenza e di averlo ascoltato nelle nostre piazze! Quando ci sentiamo sicuri della familiarità avuta con lui nella nostra pratica religiosa, ma non abbiamo cercato prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia, vero banco di prova della sequela di lui.

 

Su questa base, rimane vero che il Regno sarà tolto a quanti presumono di averne diritto “e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare” (Mt 21,43). Sappiamo che ci viene detto di andare fino ai confini della terra e fare discepole tutte le genti, ma senza dimenticare che al tempo stesso “verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio”.

 

In questa luce, una chiesa dovrebbe essere – come nuova Gerusalemme – madre generatrice dei popoli al di là di ogni retorica. Ma proprio per questo siamo avvertiti che “ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi”. È un preciso avvertimento per il Popolo di Dio, al tempo stesso in cui è una chance e un invito chiaro per quanti si ritengono ultimi e tagliati fuori dalla salvezza, che si realizza appunto nella storia ed escatologicamente nel raduno dei popoli.

 

C’è da stare attenti che quanti si ritengono primi si ritrovino poi ultimi, mentre quanti sono ultimi devono sapere che possono diventare primi. Su questo abbiamo davvero bisogno di essere corretti per ritrovare coscienza ed orientamento giusti per la missione nel mondo. Se ci mettiamo davanti al problema della salvezza e della unificazione dei popoli non potremmo che perderci d’animo e abbandonare il campo. Ma ecco l’esortazione di cui abbiamo bisogno: “Rinfrancate le mani inerti e le ginocchia fiacche e camminate diritti con i vostri piedi, perché il piede che zoppica non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire”. (ABS)


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