15 settembre 2019 - XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Baccio Maria Bacci: Il figliol prodigo (1925)

 

 

 

PRIMA LETTURA (Esodo 32,7-11.13-14)



In quei giorni, il Signore disse a Mosè: «Va’, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: “Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto”».

Il Signore disse inoltre a Mosè: «Ho osservato questo popolo: ecco, è un popolo dalla dura cervìce. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione».
Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: «Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto con grande forza e con mano potente? Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: “Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti e la possederanno per sempre”».

Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo.



SALMO RESPONSORIALE (Salmo 50)


Rit. Ricordati di me, Signore, nel tuo amore.

 

Pietà di me, o Dio, nel tuo amore;

nella tua grande misericordia

cancella la mia iniquità.

Lavami tutto dalla mia colpa,

dal mio peccato rendimi puro.

 

Crea in me, o Dio, un cuore puro,

rinnova in me uno spirito saldo.

Non scacciarmi dalla tua presenza

e non privarmi del tuo santo spirito.

 

Signore, apri le mie labbra

e la mia bocca proclami la tua lode.

Uno spirito contrito è sacrificio a Dio;

un cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi.

 

 

SECONDA LETTURA (1 Timoteo 1,12-17)



Figlio mio, rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù.

Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna.

Al Re dei secoli, incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.


VANGELO (Luca 15,1-32)

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.

Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

 

 

In altre parole

 

Se ci facciamo caso, l’apertura dei passi del vangelo di Luca proposti in queste domeniche delinea un quadro e una situazione dentro cui si sviluppa poi tutta la vicenda e il discorso. Questa volta, gli attori sono tutti i pubblicani e i peccatori che si avvicinano a Gesù per ascoltarlo, mentre i farisei e gli scribi mormorano per l’accoglienza e la convivialità ad essi riservata. L’accusa è quella di sempre e viene da parte di chi si fa legge, ortodossia, correttezza, conformismo, di chi insomma pratica la giustizia davanti agli uomini per averne gloria e non nel segreto del proprio cuore davanti a Dio. Chi insomma crea la propria onorabilità disonorando gli altri: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”. Sta tutto da un’altra parte, non ha niente a che fare con noi, e i peccatori sono lo strumento per screditare chi li frequenta. È la storia di sempre, in cui Gesù interviene una volta per tutte per aprirci gli occhi.

 

Non difende se stesso e non prende le difese neanche dei “peccatori”, perché servirebbe a poco un braccio di ferro con chi non è ben disposto. Non per niente ci ha insegnato a non mettersi a tu per tu col maligno. Come sempre, ci mette davanti a situazioni in cui rispecchiarsi, e arrivare così da noi stessi a dare una risposta, spesso facendoci ritrovare in contraddizione con noi stessi che abbiamo sempre un doppio metro di giudizio: quello del nostro interesse e quello a carico degli altri. Portandoci ad esempio il pastore che perde la pecora e la donna di casa che smarrisce il suo gruzzolo, ci fa capire che davanti agli angeli c’è festa e gioia per un peccatore ravveduto come per la pecora o la moneta ritrovata. Perché questo è l’interesse del Padre che è nei cieli, ed è il motivo per cui egli è stato mandato: infatti “non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati… non sono venuto per i giusti ma per i peccatori” (Mt 9,12.13). E questa è la lezione da apprendere una volta per sempre!

 

Ma dove tutto questo trova la sua assoluta rivelazione è nella parabola che va sotto il nome del “figliol prodigo”, colto da Baccio Maria Bacci nel momento in cui si confronta con la condizione dei porci che seguiva al pascolo, tanto che “avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla”. Fino a sentire i morsi della fame e provare nostalgia della casa.

 

Si prepara interiormente a mettersi sulla via del ritorno pensando alle parole da dire al padre: che non era più degno di essere accolto come figlio, pronto ad essere trattato come uno dei servitori. Al di là di ogni previsione, trova il padre pronto ad abbracciarlo, e lui sembra sparire dalla scena, a parte il grande banchetto che si fa in suo onore come figlio ritrovato, morto e tornato in vita.

 

La brutta sorpresa viene invece dal fratello tutto casa e servizio, che però covava la sicurezza e la presunzione di essere ormai figlio unico e padrone incondizionato, ligio in tutto e per tutto, tanto da non prendersi neanche la libertà di disporre di un capretto per far festa con gli amici. Insieme alla gioia di aver riavuto il figlio che aveva sperperato egoisticamente tutti i suoi beni, ma che era tornato sui suoi passi, il padre deve riscontrare con pena che il figlio rimasto in casa era in realtà uno schiavo, di fatto meno vicino a lui di colui che era partito per un paese lontano.

 

Se tradizionalmente si parlava della parabola del figliol prodigo come incentivo al pentimento e alla conversione, da un po’ di tempo a questa parte si preferisce parlare del Padre misericordioso. Ma tenendo conto della premessa e del contesto di questo passo, in cui figurano peccatori accanto a farisei e scribi, forse è anche giusto considerarla come parabola dei due figli, in parallelo a Matteo 21, 28-32, quando Gesù fa la domanda sul comportamento dei due fratelli invitati dal padre ad andare alla vigna: “Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?”. Sullo sfondo c’è sempre il confronto tra pubblicani e prostitute, che credono a Giovanni, e scrini e farisei che si sono guardati bene dal pentirsi per credergli, tanto che saranno scavalcati nel regno di Dio da quanti ritenevano esclusi. È la storia di sempre che si ripete!

Mentre in casa si fa grande festa per il figlio tornato, il padre va incontro alla sorpresa e all’amarezza per l’indignazione del figlio “buono” che si rifiuta di entrare per partecipare al banchetto. E mentre può perdonare con l’abbraccio il figlio che ha peccato contro il cielo e contro di lui, si ritrova impotente verso il fratello che non vuole perdonare il fratello.  Questo spiega la sproporzione tra la tanta gioia in cielo per un peccatore convertito, rispetto ai novantanove giusti che ritengono di non aver bisogno di conversione. Tutto si gioca su queste parole: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. La correttezza e l’osservanza formale fanno illudere di essere giusti e di avere solo diritti, mentre impediscono di godere della gratuità della vita e indispongono verso chi si prende la libertà di viverla pur sbagliando!

Se poi vogliamo entrare di più nel cuore del Padre, abbiamo il precedente dell’Esodo, quando il Signore deve toccare con mano il pervertimento di quel popolo che aveva risollevato dalla miseria della sua schiavitù e che ora si faceva schiavo di se stesso e della propria idolatria, “un popolo dalla dura cervice”.  Ma Mosé sa che egli è un “Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di grazia e di fedeltà”, che non può smentire se stesso, e lo induce a pentirsi “del male che aveva minacciato di fare al suo popolo”. È il senso della intercessione, di cui usufruiamo ma a cui siamo chiamati!

È la forza della mediazione di cui Paolo si rallegra e di cui rende grazie a Cristo Gesù Signore, che lo ha accettato a suo servizio facendo di lui un testimone della misericordia ricevuta e una dimostrazione viva della sua magnanimità, perché fosse “esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna”.  Certo, se vogliamo conoscere Dio e Padre di nostro Signore Gesù Cristo e far intuire quello che continua ad essere per noi, non ci mancano stimoli e testimonianze. Anche per non avere una idea fissista e definitiva di colui in cui ”viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28) (ABS) 


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