1 settembre 2019 - XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Pieter Bruegel: Banchetto nuziale (1568)

PRIMA LETTURA (Siràcide 3,19-21.30-31)

Figlio, compi le tue opere con mitezza,

e sarai amato più di un uomo generoso.

Quanto più sei grande, tanto più fatti umile,

e troverai grazia davanti al Signore.

Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi,

ma ai miti Dio rivela i suoi segreti.

Perché grande è la potenza del Signore,

e dagli umili egli è glorificato.

Per la misera condizione del superbo non c’è rimedio,

perché in lui è radicata la pianta del male.

Il cuore sapiente medita le parabole,

un orecchio attento è quanto desidera il saggio.



SALMO RESPONSORIALE (Salmo 67)


Rit. Hai preparato, o Dio, una casa per il povero.

 

I giusti si rallegrano,

esultano davanti a Dio

e cantano di gioia.

Cantate a Dio, inneggiate al suo nome:

Signore è il suo nome.


Padre degli orfani e difensore delle vedove

è Dio nella sua santa dimora.

A chi è solo, Dio fa abitare una casa,

fa uscire con gioia i prigionieri.


Pioggia abbondante hai riversato, o Dio,

la tua esausta eredità tu hai consolidato

e in essa ha abitato il tuo popolo,

in quella che, nella tua bontà,

hai reso sicura per il povero, o Dio.

 

 

SECONDA LETTURA (Ebrei 12,18-19.22-24)

 

Fratelli, non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile né a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano Dio di non rivolgere più a loro la parola.

Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, mediatore dell’alleanza nuova.

 

VANGELO (Luca 14,1.7-14)

Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.

Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».

Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

 

 

In altre parole…

 

Sarebbe troppo scontato e riduttivo contentarsi dell’insegnamento sull’umiltà o di norme di “galateo cristiano”. Se siamo – e vogliamo essere – alla sequela di Gesù, dobbiamo renderci conto che abbiamo davanti qualcuno che è sempre completamente se stesso in ogni suo gesto, e non si lascia confinare in ruoli diversi a seconda delle circostanze. Certamente egli preferisce ritrovarsi a pranzo e a cena con amici e con pubblicani e peccatori, ma accetta di mettersi a tavola anche con i farisei e con i suoi oppositori, senza venir meno a quanto è mandato a compiere.

Siamo di sabato, in un giorno sacro e delicato dal punto di vista di osservanze rituali  e di etichetta religiosa. Ed accetta di ritrovarsi tra quanti stanno lì ad osservarlo per coglierlo in fallo. Ma questa condizione di osservato speciale egli la trasforma ancora una volta in opportunità di “predicazione” del suo vangelo, ponendo lui stesso l’interrogativo sul sabato al momento in cui si presenta un idropico per farsi guarire, e chiede se sia lecito o no andargli incontro: “Ma essi tacquero… Ed essi non potevano risponder nulla in contrario”. Senza porre tempo in mezzo, è lui questa volta che osserva il comportamento degli invitati, e ne prende spunto per ulteriori richiami di carattere pratico, ma significativi in ordine al banchetto del Regno di Dio. 

Sentendoci in qualche modo partecipi di simile evento, potremmo parlare di una vera e propria liturgia della Parola in un contesto conviviale che a sua volta prefigura la liturgia eucaristica: infatti “diceva agli invitati una parabola”, per far capire  il modo giusto di vivere l’invito al convito nuziale del Regno. Il Siracide oggi ci dice che “il cuore sapiente medita le parabole”, mentre fa l’elogio dei miti e degli umili a cui “Dio rivela i suoi segreti” e da cui “egli è glorificato”. Quindi siamo in contesto teologico che vale per tutti prima che in ottica morale per i singoli. Siamo sul piano in cui Gesù si muoveva per compiere la volontà del Padre, suo cibo quotidiano: ”Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera” (Gv 4,34).

Possiamo contentarci di pensare che soltanto l’ultima cena sia quella dell’eucarestia e non invece che Gesù abbia vissuto e condiviso la stessa realtà di continuo in tante altre occasioni conviviali, come in questa? Se così è, forse possiamo permetterci di comprendere questo passo del vangelo – come tutto il capitolo 14 di Luca – proprio in chiave eucaristica: e cioè per capire il “mistero della fede” vissuto nella sua realtà prima che liturgicamente: e cioè nelle relazioni umane prima che nei riti!

 

In effetti, se guardiamo ad una nostra assemblea eucaristica, non possiamo nasconderci lo spettacolo di gerarchie inveterate, non solo tra chi celebra e chi presenzia, ma anche tra gli stessi praticanti. Idealmente siamo abituati a considerare l’eucarestia come il luogo della comunione, della fraternità e della uguaglianza, ma niente impedisce di scoprirlo come il luogo delle differenze e delle diverse categorie, da quelle di ministero a quelle delle precedenze. Il luogo dove le divisioni vengono alla luce e in cui dovrebbero ricomporsi, il luogo del confiteor e del perdono!

 

Guardando ancora alle nostre assemblee, c’è da dire che a parte ministri e ministranti vari, la maggioranza è degli “ultimi” che “assistono” passivamente o con tutta la comprensione possibile. Bisognerebbe che chi li ha invitati alla mensa del Signore andasse loro incontro e dicesse a ciascuno: “Amico, vieni più avanti”, perché la cena a cui stai partecipando non è per l’esibizione o l’esaltazione di qualcuno, ma è per tutti gli umili e i poveri, “buoni e cattivi” (Mt 22,10). Da questo punto di vista, non si sa quale significato possano avere celebrazioni eucaristiche per solennizzare eventi pubblici ad esaltazione di poteri costituiti! È sempre vero per tutti che “Parigi val bene una messa”, o è necessario sfatare simili convenzioni?

 

Se poi si considera il fatto che proprio la liturgia eucaristica è teologicamente terreno di conflitti, di scontri, di scomuniche incrociate, si capisce anche perché diventa il luogo di esibizione degli osservanti rigorosi e di accusa per quanti si permettono qualche licenza comunicativa. Il fatto è che tutto rimane tacitamente sotto traccia o sotto silenzio come norma sacra indiscutibile. A questo proposito ecco il consiglio di Gesù per quelli che sono i responsabili dell’invito: non si tratta di invitare i propri pari per essere osannati o ricambiati, e così fare personalmente bella figura. Si tratta invece di tenere conto della natura stessa del banchetto nel suo significato più ampio di banchetto del Regno, e quindi invitare “poveri, storpi, zoppi, ciechi”, sapendo che una ricompensa c’è alla “risurrezione dei giusti”. Inevitabile pensare a Matteo 25: come si vede, nella eucarestia c’è tutto il vangelo, così come l’eucarestia è tutta nel vangelo: non è altro che il “Cristo totale”, “mediatore dell’alleanza nuova” (Eb 12,24)!

 

Siamo riportati al cuore del “mistero della fede”, che è sì un fatto liturgico e sacramentale, ma è soprattutto partecipazione viva alla liturgia perenne della Gerusalemme celeste, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti, al Dio giudice di tutti, a Gesù che ci introduce a questa comunione a 360°. C’è sempre un passaggio dal timore e tremore del monte Sinai alla città del Dio vivente del monte Sion, dalla figura alla realtà, dalla ritualità alla fraternità. Ed è un passaggio che deve sempre avvenire dentro di noi e tra di noi per rispondere nella maniera giusta all’invito e anche per rivolgerlo in maniera corretta ad altri!

 

Anche questa nostra libera comunicazione – nel caso possa servire - altro non è se non un invito ad andare oltre le parole, per ritrovarci in una esperienza di fede condivisa, che diventi contagiosa. Ed in questo nessuno è secondo o ultimo! (ABS)


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