8 settembre 2019 - XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Frammento papiraceo della Lettera a Filemone, dal Papiro 87

PRIMA LETTURA (Sapienza 9,13-18)

Quale uomo può conoscere il volere di Dio?
Chi può immaginare che cosa vuole il Signore?
I ragionamenti dei mortali sono timidi
e incerte le nostre riflessioni,
perché un corpo corruttibile appesantisce l’anima
e la tenda d’argilla opprime una mente piena di preoccupazioni.
A stento immaginiamo le cose della terra,
scopriamo con fatica quelle a portata di mano;
ma chi ha investigato le cose del cielo?
Chi avrebbe conosciuto il tuo volere,
se tu non gli avessi dato la sapienza
e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito?
Così vennero raddrizzati i sentieri di chi è sulla terra;
gli uomini furono istruiti in ciò che ti è gradito
e furono salvati per mezzo della sapienza».


SALMO RESPONSORIALE (Salmo 89)


Rit. Signore, sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione.

 

Tu fai ritornare l’uomo in polvere,
quando dici: «Ritornate, figli dell’uomo».
Mille anni, ai tuoi occhi,
sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte.

Tu li sommergi:
sono come un sogno al mattino,
come l’erba che germoglia;
al mattino fiorisce e germoglia,
alla sera è falciata e secca.

Insegnaci a contare i nostri giorni
E acquisteremo un cuore saggio.
Ritorna, Signore: fino a quando?
Abbi pietà dei tuoi servi!

Saziaci al mattino con il tuo amore:
esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio:
rendi salda per noi l’opera delle nostre mani,
l’opera delle nostre mani rendi salda.

 

 

SECONDA LETTURA (Filemone 1,9-10.12-17)

Carissimo, ti esorto, io, Paolo, così come sono, vecchio, e ora anche prigioniero di Cristo Gesù. Ti prego per Onèsimo, figlio mio, che ho generato nelle catene. Te lo rimando, lui che mi sta tanto a cuore.
Avrei voluto tenerlo con me perché mi assistesse al posto tuo, ora che sono in catene per il Vangelo. Ma non ho voluto fare nulla senza il tuo parere, perché il bene che fai non sia forzato, ma volontario.
Per questo forse è stato separato da te per un momento: perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo, in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore.

Se dunque tu mi consideri amico, accoglilo come me stesso.

 



VANGELO (Luca 14,25-33)

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.

Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.

Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.

Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».



In altre parole…

 

Possiamo anche rallegrarci che Gesù esca liberamente dalle imboscate verbali e teologiche di scribi e farisei, anche se alla fine questo gli costerà la vita. Ma quando decidessimo di stargli dietro nel suo girovagare per le strade – come la folla numerosa che lo accompagna una volta uscito dalla casa del capo dei farisei – bisogna aspettarsi che si rivolga anche a noi in termini ultimativi: “Si voltò e disse loro”. In fondo, non fa altro che dirci quello che sta vivendo lui per compiere il disegno del Padre tra gli uomini e portando il suo giogo. E quando ci dice “io sono la via, la verità, la vita” non è da intendere come metafora di qualcosa fuori del mondo, ma è lui stesso in quello che vive, che dice e che fa: quello che vorrebbe diventassimo anche noi per altri. Tanto che ci dice: “Voi siete la luce del mondo” (Mt 5,14), “Voi siete il sale della terra” (Mt 5,13).

 

È chiaro che per essere tutto questo per il mondo e per la terra non possiamo contare sulle nostre capacità, ma è frutto della sapienza che ci è data per conoscere il volere di Dio e del santo spirito che ci viene inviato dall’alto, in modo appunto che vengano raddrizzati i sentieri di chi è sulla terra, siano istruiti in ciò che è gradito a Dio e siano salvati per mezzo della sapienza. Tutto sta a vedere se questo spirito e questa sapienza noi la mutuiamo da colui che “cresceva e si fortificava, pieno di sapienza” (Lc 2,40), e sappiamo crescere a nostra volta per comunicarla. E Paolo ci dice chiaramente: “predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio” (1Cor 1,24). Perché siamo così poco abituati a parlare di questa sapienza, come se riguardasse solo i sapienti di questo mondo e non invece i piccoli a cui è riservata e rivelata?

 

Come tralci della vite, possiamo acquisirla, prima ancora che attraverso un insegnamento dottrinale, attraverso l’innesto in Colui che “è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione” (1Cor 1,30). Ma tutto questo si effettua appunto come sequela, e cioè nel fare proprio il cammino di Gesù e riproporlo nella storia: nel dare continuità alla sua missione messianica. Sarebbe insufficiente rassomigliare a lui solo per ragioni di perfezione personale e onorabilità sociale e non invece per farsi carico di quel riscatto che egli opera e in cui siamo coinvolti.

 

Non si può stare dietro a lui per entusiasmo, ammirazione, fanatismo, ma solo per dedizione di amore al di sopra di ogni altro legame affettivo e perfino della propria stessa vita; solo se davvero ci sta a cuore essere suoi discepoli. E quindi portare insieme a lui la propria croce. Se ci chiede di rimanere attaccati  a lui come il tralcio alla vite -  a prezzo della propria vita - non è per penalizzarci e annullarci, ma perché sa benissimo che solo così possiamo avere la sua stessa vita: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).

 

Non è da pensare che tutto questo valga solo per alcuni o per i più intraprendenti, ma vale incondizionatamente per tutti. Di ciò bisogna essere consapevoli e agire di conseguenza. Il proverbio dice: Chi ben comincia è alla metà dell’opera. Il brano del vangelo di oggi ci dice invece che chi mal comincia lascia a metà la sua opera. La condizione imprenscindibile per essere discepoli non lascia scampo, quella di rinunciare a tutti i propri averi, in questo preciso senso: “Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni” (Lc 12,15).

 

È una condizione capestro che non si lascia declassare a scelta facoltativa ed opzionale, i cosiddetti “consigli evangelici”. In questa prospettiva andrebbe ripensata quella che va sotto il nome di “vita religiosa” rispetto alla comune “vita cristiana”. Nel tempo infatti sono stati pensati metodi, sistemi, forme, modelli, prassi di vita cristiana che si sono imposti come scorciatoie o come vie di perfezione, dimenticando e sottovalutando il fatto che solo diventare discepoli è ciò che conta, tanto che il compito primario affidato agli apostoli sarà quello di fare discepole tutte le genti (cfr Mt 28,20). Forse è qui il compito da riqualificare e da riportare in primo piano, rispetto alle tante attività, iniziative, organizzazioni, investimenti pastorali di efficienza e di successo. Ciò che conta e rimane è “l'amore del Cristo che ci spinge” (2Cor 5,14). E che non può rimanere sepolto e nascosto nei nostri cuori.

 

Ce ne dà prova anche il frammento di papiro che riporta parole della lettera a Filemone: è il segno di quanto la chiesa nascente abbia dato importanza a questo breve biglietto personale di Paolo all’amico per un fratello in Cristo. Abbiamo Paolo che si dichiara “prigioniero di Cristo Gesù” e “in catene per il vangelo”, che prende a cuore “Onèsimo, figlio mio, che ho generato nelle catene”. Uno schiavo che si era sottratto a quella condizione fuggendo dal suo padrone Filemone, ma che da Paolo gli viene rinviato ora con questo biglietto in mano, perché lo accolga di nuovo “non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo, in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore”.  Può darsi che i rapporti tra Onesimo e Filemone siano rimasti di fatto come da servo a padrone, ma su un piano e in una luce diversa di dignità e di uguaglianza, “sia come uomo sia come fratello nel Signore”.

 

Questo ci dice che non basta modificare la condizione materiale delle relazioni umane per ottenere un mondo più giusto, ma solo se riusciamo a far vivere la nuova giustizia del Regno dentro di noi, è possibile che cambino e migliorino anche le relazioni sociali. In una vicenda quasi privata e nelle poche parole che ce la rivelano ci sono una intensità umana e una potenza di fede, che ci fanno capire la singolarità e la potenza innovativa racchiusa nell’essere semplicemente discepoli: “Ma voi non fatevi chiamare ‘rabbì’, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli” (Mt 23,8).  È una consapevolezza da recuperare e da riportare al centro. (ABS)


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