14 luglio 2019 - XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

 

Vincent van Gogh: Il buon samaritano (1890)

 

 

 

 

PRIMA LETTURA (Deuteronomio 30,10-14)

 

Mosè parlò al popolo dicendo:

«Obbedirai alla voce del Signore, tuo Dio, osservando i suoi comandi e i suoi decreti, scritti in questo libro della legge, e ti convertirai al Signore, tuo Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima.

Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: “Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?”. Non è di là dal mare, perché tu dica: “Chi attraverserà per noi il mare, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?”. Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica».

 

 

SALMO RESPONSORIALE (Salmo 18)

 

Rit. I precetti del Signore fanno gioire il cuore.

 

La legge del Signore è perfetta,

rinfranca l’anima;

la testimonianza del Signore è stabile,

rende saggio il semplice.

 

I precetti del Signore sono retti,

fanno gioire il cuore;

il comando del Signore è limpido,

illumina gli occhi.

 

Il timore del Signore è puro,

rimane per sempre;

i giudizi del Signore sono fedeli,

sono tutti giusti.

 

Più preziosi dell’oro,

di molto oro fino,

più dolci del miele

e di un favo stillante.

 

SECONDA LETTURA (Colossesi 1,15-20)

 

Cristo Gesù è immagine del Dio invisibile,

primogenito di tutta la creazione,

perché in lui furono create tutte le cose

nei cieli e sulla terra,

quelle visibili e quelle invisibili:

Troni, Dominazioni,

Principati e Potenze.

Tutte le cose sono state create

per mezzo di lui e in vista di lui.

Egli è prima di tutte le cose

e tutte in lui sussistono.

Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa.

Egli è principio,

primogenito di quelli che risorgono dai morti,

perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose.

È piaciuto infatti a Dio

che abiti in lui tutta la pienezza

e che per mezzo di lui e in vista di lui

siano riconciliate tutte le cose,

avendo pacificato con il sangue della sua croce

sia le cose che stanno sulla terra,

sia quelle che stanno nei cieli.

 

 

VANGELO (Luca 10,25-37)

 

In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».

Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

 

 

In altre parole…

 

A voler commentare parole come queste si rischia solo di tradirle, quasi a volersi sottrarre alla forza della loro verità: esse sono la prova del nove non solo di una esistenza cristiana, ma di ogni vita umana, a cui prima o poi arriviamo a vincolarci da noi stessi, così come succede al dottore della Legge che si sente dire: «Va’ e anche tu fa’ così»!

Non è solo un imperativo morale: “Fa’ così”, fa’ questo e questo, come se tutto si risolvesse nella correttezza del proprio comportamento e non invece nella comunicazione con gli altri e nelle vicende della vita! C’è invece un dover andare, un muoversi, un essere mandati verso gli altri, senza stare ad aspettare nel proprio territorio.  

Come si può vedere da queste prime battute, più che ad improbabili commenti, siamo indotti a leggere noi stessi: a misurarci con la vita e magari renderci conto che siamo nostro malgrado al di fuori della corrente giusta che tutti vorremmo seguire. A noi viene comunque ripetuto come al dottore della legge «Va’ e anche tu fa’ così»! Senza più possibilità di replica.

Ma facciamo l’ipotesi che quell’anonimo samaritano sia stato personaggio concreto e non solo espediente didattico di Gesù, così come del resto dobbiamo pensare che fossero uomini in cane ed ossa il levita e il sacerdote: a lui chi glielo aveva insegnato a fare quello che ha fatto? Chi glielo aveva detto di essere quello che ha dimostrato di essere: prossimo, uomo giusto, fratello? Avrebbe auto anche lui tutti i motivi di dispensarsi e giustificarsi, come gli altri due. Se ha fatto quello che ha fatto non è stato certamente per lo scrupolo di osservare un comandamento o per la paura di sottrarsi ad una legge: è stato semplicemente per intima obbedienza al cuore, là dove un Padre vede nel segreto e non fa mancare la sua ricompensa, là dove ciascuno è se stesso e si rispecchia nell’altro.

È quella dimensione di bontà e di “intima unione” al Bene che ci abita e che possiamo trovare espressa sia nel salmo responsoriale che nelle parole di Mosè al Popolo: è obbedire alla voce del Signore e convertirsi a lui “con tutto il cuore e con tutta l’anima”. Qualcosa che viene pima di tutti i comandi e i decreti del libro della legge e da cui nasce la stessa loro osservanza: “Questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica». È infatti la giustizia e la rettitudine del cuore a convalidare l’osservanza della legge, e non questa ultima a creare giustizia.

La nostra parabola non fa che dimostrare che il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato. E a questo proposito vale la pena ricordare la sfida che questa volta Gesù lancia ai dottori della legge e ai farisei in Luca 14,1-6: “Un sabato era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo. Davanti a lui stava un idropico. Rivolgendosi ai dottori della legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no curare di sabato?». Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò. Poi disse: «Chi di voi, se un asino o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà subito fuori in giorno di sabato?». E non potevano rispondere nulla a queste parole”.

Qui era in gioco un interesse personale e nessuno osa farsi avanti per rispondere, come quando altri furono invitati a scagliare la prima pietra. Il dottore della legge che ci ottiene la parabola del samaritano, messo davanti a qual racconto non può dispensarsi dal dare una risposta in merito, che è l’unica possibile, ma con una chiarezza inaspettata: il prossimo è stato «chi ha avuto compassione di lui». Come dire che farsi carico dell’altro - ed in questo dice tutto l’immagine di Vincent van Gogh - è ciò che in ultima analisi rimane (cfr 1Cor 13,13), ciò in cui deve portare anche la Legge: “Tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: «Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Gal 5,14).

Stando così le cose, forse possiamo dire che raccontando questa parabola Gesù non ha fatto altro che interpretare e farci capire se stesso, la sua compassione e il suo farsi prossimo: farci capire che egli è amore fatto carne e pertanto “è immagine del Dio invisibile”, “perché Dio è amore” (1Gv 4,8). Sì, l’amore del Padre trova la sua espressione massima nella parabola del figliol prodigo, ma qui trova i suoi interpreti, di cui c’è bisogno per arrivare a tutti; non però il levita, non il sacerdote, “invece un samaritano che era in viaggio”: non l’uomo del tempio, non l’uomo del culto, ma l’uomo della strada, in cui appunto vuol farsi riconoscere Gesù.

Proprio questo suo farsi prossimo – “veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,9) - induce Paolo, con la comunità di Colossi, ad esplorare il mistero di questa vicinanza costitutiva del Verbo fatto carne – e a dichiarare che c’è lì colui che “è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono. Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa. Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose”. Questa consapevolezza scaturisce per la chiesa di Colossi dal rapporto di amore e di fede col Cristo Gesù. È il cammino dei discepoli verso la verità tutta intera.

La vicinanza e lo stare dietro a Gesù nel suo itinerario terreno ci porta alla fede in lui. Ma la fede nel Cristo Signore ci porta alla comprensione del suo mistero, fino a dire che “è piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli”. Come si può vedere, non si tratta di teorie mistiche buone per spiritualisti, ma si tratta di una inesauribile lettura del “libro della croce - “con il sangue della sua croce” – da cui non possiamo prescindere in questa “comunione eucaristica” che viviamo in diaspora, nella attesa che ci sia dato di fare memoria del Signore faccia a faccia nello stesso luogo. (ABS)


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