21 luglio 2019 -  XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

 

Jan Vermeeer: Cristo nella casa di Marta e Maria (1654-55)

 

 

PRIMA LETTURA (Genesi 18,1-10)

 

In quei giorni, il Signore apparve ad Abramo alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno.

Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: «Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo. Si vada a prendere un po’ d’acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero. Andrò a prendere un boccone di pane e ristoratevi; dopo potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo». Quelli dissero: «Fa’ pure come hai detto».

Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: «Presto, tre sea di fior di farina, impastala e fanne focacce». All’armento corse lui stesso, Abramo; prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. Prese panna e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse loro. Così, mentre egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono.

Poi gli dissero: «Dov’è Sara, tua moglie?». Rispose: «È là nella tenda». Riprese: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio».

 

 

SALMO RESPONSORIALE (Salmo 14)

 

Rit. Chi teme il Signore, abiterà nella sua tenda.

 

Colui che cammina senza colpa,

pratica la giustizia

e dice la verità che ha nel cuore,

non sparge calunnie con la sua lingua.

 

Non fa danno al suo prossimo

e non lancia insulti al suo vicino.

Ai suoi occhi è spregevole il malvagio,

ma onora chi teme il Signore.

 

Non presta il suo denaro a usura

e non accetta doni contro l’innocente.

Colui che agisce in questo modo

resterà saldo per sempre.

 

 

SECONDA LETTURA (Colossesi 1,24-28)

 

Fratelli, sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa.

Di essa sono diventato ministro, secondo la missione affidatami da Dio verso di voi di portare a compimento la parola di Dio, il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi.

A loro Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo alle genti: Cristo in voi, speranza della gloria. È lui infatti che noi annunciamo, ammonendo ogni uomo e istruendo ciascuno con ogni sapienza, per rendere ogni uomo perfetto in Cristo.

 

 

VANGELO (Luca 10,38-42)

 

In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.

Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.

Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

 

 

In altre parole…

 

 

È capitato di dire che nella figura del buon samaritano Gesù non fa che interpretare e presentare se stesso, più che offrirci un modello etico ideale, al tempo stesso in cui rivela e incarna Dio-amore! Questa opera di rivelazione è continua, ed anche il breve passo evangelico proposto ce lo dimostra: se non ci fermiamo alla sottolineatura spiritualistica degli atteggiamenti di Marta e Maria, ma rivediamo la scena nel suo insieme - Gesù tra due donne vicine - non è esagerato pensare ad un possibile accostamento alla scena di Emmaus: anche qui, a Betania, un momento e un quadro in cui si realizza e si rivela quello che egli predicava e praticava del Regno di Dio vicino. Che è poi anche quanto aveva detto di fare ai suoi inviati: di dire “pace a questa casa” in ogni casa in cui sarebbero entrati. Chi ci impedisce di vedere in questa scena una icona reale di chiesa tutta da metabolizzare?

 

Se infatti Gesù, “mentre erano in viaggio”, entra in una casa e si fa ospitare da una donna di nome Marta, non è come quando si invita da Matteo o da Zaccheo, pubblicani e peccatori? Lì ci sono solo due donne, anche se sappiamo che sono sorelle di un certo Lazzaro; e forse una delle due, Maria, era la peccatrice anonima di cui parla Luca 7,27. Se poi pensiamo che nel caso della samaritana al pozzo di Giacobbe (Gv 4) i discepoli si meravigliavano che parlasse da solo con una donna, si capisce quale sfida e quale salto di qualità avviene in questo episodio; quale carica di rivelazione sia insita in questa sosta domestica a Betania, come veniamo a sapere dal vangelo di Giovanni, quando Luca rimane emblematicamente sulle generali. E quando anche ai nostri giorni si ripresenta il problema e il relativo discorso sulla donna nella chiesa, forse è a questo momento tanto intenso quanto rivelativo che bisogna tornare. Per trarne le dovute conseguenze mentali e pratiche.

 

A parte l’accoglienza, l’ospitalità, la libertà di fare famiglia e quindi di “essere chiesa domestica”, sia pure in due o tre, lo scambio tra Marta e Gesù, nel pieno silenzio di Maria, è indicativo di questo passaggio di liberazione che era in atto.  Marta infatti è l’emblema del ruolo a cui era destinata la donna nel servizio e nelle faccende domestiche. Per lei era l’unica prerogativa della ospitalità a cui voleva riportare anche la sorella, che invece si era messa abusivamente alla scuola di Gesù come tutti gli altri discepoli.

 

È qui che Gesù rimette le cose in chiaro, non tanto per rivendicare il primato della contemplazione sull’azione (come spesso si intende), quanto per affermare la sua volontà di rivolgere anche alla donna il suo insegnamento e di renderla portatrice della sua parola. Del resto, se Maria di Betania è la Maddalena che apparirà anche in seguito, sappiamo che è stata lei a dare l’annuncio pasquale ai discepoli. Non si tratta di parità o di rivendicazioni ma di fare verità e di “fare uguaglianza” (2Corinzi 8,13). Questo per dire che comportamenti, azioni e gesti di Gesù ci fanno capire il suo modo di essere che dovremmo far diventare anche nostro.

 

In questo senso, anche l’episodio narrato nel libro della Genesi è rivelativo: Abramo accoglie i “tre uomini” ma poi si rivolge ad essi come ad un solo uomo: “Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi”.  Qualcosa fa pensare al “mistero” dell’incontro nel suo valore unitario sia pure nella differenziazione dei soggetti; nella sua imprevedibilità e come promessa, quando è vissuto come un dono. Ricordando il samaritano della parabola, ci siamo chiesti chi o cosa abbia ispirato o suggerito il comportamento che ha avuto come “prossimo”. Non un imperativo categorico sopra di lui, né un precetto della legge, ma semplicemente quello che egli era come uomo prima di qualunque altra qualifica.

 

In qualche modo, la stessa domanda possiamo farcela riguardo ad Abramo: chi e cosa gli consente di vivere questo incontro in totalità e in maniera così decisiva per la sua esistenza e per la nascita della fede nel mondo? Semplicemente quello che egli era: uomo generato da Dio nella verità, che ha fatto spazio alla visita e all’irruzione della grazia piovuta dal cielo, appunto come “amico di Dio” prima ancora che questa amicizia prendesse corpo e forma.

È l’uomo “capax Dei”, compatibile con Dio, “familiari di Dio”, come potremo poi leggere in Efesini 2,19: “Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio”.  Quando si parla di conversione e di tornare ad essere bambini, in fondo c’è da recuperare e ricreare questa condizione di familiarità, di fiducia, di abbandono. Il segreto forse è diventare uomo/donna del Padre nostro, per dare poi vita a qualche forma di convivenza, di convivialità, di alleanza. Sapendo bene, però,  che qui c’è la prova della fede: “Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio”. Il figlio della promessa, in una sorta di annunciazione ante-litteram, in cui tutto accade secondo la sua Parola.

C’è una dimensione di grazia e di verità che attraversa gli eventi e la storia della salvezza: è quella dimensione di “mistero” che non può rimanere marginale in una esperienza autentica di fede e che non deve essere contraffatta e barattata liturgicamente con suggestioni sacrali dell’occulto.  Se nella casa di Betania ne abbiamo una visione umana di questo mistero, e se in Abramo troviamo un uomo che la sa percepire e vivere, è però Paolo che ci dice in realtà di cosa si tratta, quando parla appunto “di questo mistero in mezzo alle genti: Cristo in voi, speranza della gloria”.

Di questo fatto del tutto inedito egli si fa appassionato testimone e annunciatore indefesso, fino a rallegrarsi delle sofferenze da sopportare nella missione affidatagli “di portare a compimento la parola di Dio, il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi”. Con tutti i proclami e i progetti di “nuova evangelizzazione”, inutile dire quale sia la sensibilità corrente in proposito, quali siano le dimensioni e le proporzioni reali del ministero a favore del corpo di Cristo che è la Chiesa: se per ministero si intenda una investitura per l’esercizio di un qualche potere o se sia invece farsi servi di Cristo per annunciare il vangelo di Dio (cfr. Romani 1,1), “ammonendo ogni uomo e istruendo ciascuno con ogni sapienza, per rendere ogni uomo perfetto in Cristo”.

Non è propriamente la stessa cosa, e un discernimento trasversale a questo proposito non sarebbe fuori luogo: del resto, l’esercizio effettivo di una sinodalità dovrebbe partire di qui! (ABS)

 

Passaparola…

 

1 – Da Enrico Peyretti (Torino)

«È lecito o no curare di sabato?». Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò. Poi disse: «Chi di voi, se un asino o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà subito fuori in giorno di sabato?». E non potevano rispondere nulla a queste parole”.

È lecito o no salvare chi naufraga? Se una persona umana, non solo l'asino o il bue, ti cade nel mare, è lecito tirarlo fuori comunque?

Beh, quelli "non potevano rispondere nulla". Oggi invece rispondono, eccome! "No, non  ti è lecito curare, guarire, salvare!".  La vita è proibita. Essere prossimo è proibito, in più è insultato, ridicolizzato.

Dove siamo arrivati? In tanti imperi, antichi e recenti, questo si faceva, consapevolmente; si macellavano le vittime designate. Forse non si esibiva, o forse sì. Comunque ora si legifera l'esclusione. Noi sì, quelli no. Siamo quel sacerdote e quel levita: tiriamo diritto. È norma. Tanti obbediscono. Questo ci spaventa. L'amore del prossimo è proibito. Se alzi "Ama il prossimo tuo" in un comizio, ti picchiano.

Ma se questa legge è scritta nel cuore, torneremo a sentirla. Bisogna credere nel nostro cuore, prima che a Dio lassù. C'è chi di Dio non sa, ma del cuore tutti sappiamo, se appena....

Buona domenica. Aiutiamoci. Enrico

 

2 – Da Anna Marina Storoni Piazza (Roma)

 

Dice il Signore: La farina della giara non si esaurirà e l'orcio dell'olio non si svuoterà finché il Signore non farà piovere sulla terra”.

Qesto versetto della Bibbia mi ha colpito perché sembra rispondere a Esiodo (che proprio in questi giorni sto leggendo a fondo) il quale dice esattamente l'opposto: (cito a memoria) "coloro che si cullano nelle vuote speranze e non combattono quotidianamente "la lotta buona", cioè quella che il contadino combatte per garantirsi il pane, quando arriverà il momento del bisogno "duri rimproveri muoveranno al loro cuore". Esiodo ritiene che il compito primario dell'uomo sia di lavorare senza risparmiarsi mai. Non che la sua quotidiana fatica possa garantirgli il benessere futuro, ma, quanto meno, avrà la consapevolezza di avere fatto tutto quanto è in sua capacità di fare. La parola "speranza", in lui significa "illusione", così come la parola "fiducia" è sinonimo di "creduloneria". L'essere umano da un lato porta sulle spalle tutto il peso della vita, dall'altro è privato di ogni reale potere. 

Mi sembra di poter dire che una visione così spietata della condizione umana (ancora condivisa da molti) porti l'uomo a condurre un'esistenza che somiglia più alla morte che non alla vita: un'esistenza nella quale manca ogni slancio, ogni generosità, ogni atto d'amore, ogni vero dono.  Se non si riesce a credere che il Signore manterrà piena la giara della farina e l'orcio dell'olio (se non si guarda ai gigli del campo) allora non si crede neanche all'affetto dei nostri cari e alle nostre stesse capacità di dare gratuitamente.  

A.M.Storoni Piazza


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