28 luglio 2019 -  XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

 

Albrecht Dürer: Studio di mani in preghiera (1508)

 

 

PRIMA LETTURA (Genesi 18,20-32)

In quei giorni, disse il Signore: «Il grido di Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave. Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere!».

Quegli uomini partirono di là e andarono verso Sòdoma, mentre Abramo stava ancora alla presenza del Signore.

Abramo gli si avvicinò e gli disse: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Lontano da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lontano da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?». Rispose il Signore: «Se a Sòdoma troverò cinquanta giusti nell’ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutto quel luogo».

Abramo riprese e disse: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere: forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?». Rispose: «Non la distruggerò, se ve ne troverò quarantacinque».

Abramo riprese ancora a parlargli e disse: «Forse là se ne troveranno quaranta». Rispose: «Non lo farò, per riguardo a quei quaranta». Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno trenta». Rispose: «Non lo farò, se ve ne troverò trenta». Riprese: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei venti». Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola: forse là se ne troveranno dieci». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci».

 

 

SALMO RESPONSORIALE (Salmo 137)


Rit. Nel giorno in cui ti ho invocato mi hai risposto.

 

Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:

hai ascoltato le parole della mia bocca.

Non agli dèi, ma a te voglio cantare,

mi prostro verso il tuo tempio santo.


Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà:

hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.

Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto,

hai accresciuto in me la forza.


Perché eccelso è il Signore, ma guarda verso l’umile;

il superbo invece lo riconosce da lontano.

Se cammino in mezzo al pericolo, tu mi ridoni vita;

contro la collera dei miei avversari stendi la tua mano.

 

La tua destra mi salva.

Il Signore farà tutto per me.

Signore, il tuo amore è per sempre:

non abbandonare l’opera delle tue mani.

 

 

SECONDA LETTURA (Colossesi 2,12-14)

 

Fratelli, con Cristo sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti.

Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti a causa delle colpe e della non circoncisione della vostra carne, perdonandoci tutte le colpe e annullando il documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce.


VANGELO (Luca 11,1-13)

 

Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:

“Padre,
sia santificato il tuo nome,

venga il tuo regno;

dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,

e perdona a noi i nostri peccati,

anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,

e non abbandonarci alla tentazione”».

Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.

Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.

Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».


In altre parole…

 

Non so quanto queste parole a margine delle letture possano essere di qualche sussidio: più che pensate in profondità, esse sono dette come nascono via via per mettere in moto quel pensare comune che ci faccia ritrovare insieme nell’ascolto e nella sequela di Cristo come apprendisti della sua sapienza.

 

Dobbiamo riconoscere onestamente che siamo interessati e preoccupati più per problemi ecologici di inquinamento che per la condizione umana dei popoli. Questo almeno in pubblico, ma forse nel nostro intimo non possiamo non chiederci qual è il grado di umanità sulla faccia della terra, se sia possibile che accada quello che accade, se ci sia un Dio che sappia e che possa cambiare le sorti del mondo e salvarci. Ma forse siamo i primi ad averci rinunciato e a dimenticare la risposta di Pietro a chi gli chiedeva nel giorno di Pentecoste cosa avrebbero dovuto fare: «Salvatevi da questa generazione perversa» (At 2,40).

 

Certamente non è il nostro modo di vedere il mondo, e preferiamo “pensare positivo” e guardare tutto in bene e in miglioramento. Ma al tempo stesso non possiamo nasconderci che “Sodoma e Gomorra” fanno parte del nostro immaginario e del nostro vocabolario, come simbolo di corruzione e di storture della nostra società, quasi che tutto il bene sia da una parte e tutto il male dall’altra. Siamo un po’ manichei e preferiamo trattare separatamente il bene e il male con logiche e con sistemi che ci mettano al sicuro e ci lascino tranquilli. Se poi pensiamo al grano e alla zizzania che coesistono e vogliamo entrare nel vivo della situazione in chiave biblica – da credenti e da cristiani – ecco ancora Abramo a farci capire come viverla in solidarietà col proprio Dio

 

Abramo è messo a parte dei pensieri e dei disegni di Dio, che ha ascoltato il grido di Sodoma e Gomorra e intende intervenire per vedere quali margini di salvezza ci possano essere. Da parte sua, Abramo teme per un verso la sua giustizia, mentre per l’altro verso in quelle parole intravede uno spiraglio di disponibilità a graziare quel popolo: sì, che faccia giustizia, ma che sia la sua giustizia, quella di un Dio richiamato da Abramo ad onorare il proprio nome e ad accettare una lunga trattativa, perché i giusti non soccombano a causa degli empi, ma anche gli empi vengano risparmiati a causa anche di pochi giusti.

 

L’immagine delle mani in preghiera, tremanti e imploranti, riassume il senso profondo del dialogo segreto e fiducioso tra l’orante e il proprio Dio: rimanda a quella “intima unione con Dio” che è alla base dell’unità del genere umano, che è poi la chiesa-sacramento di salvezza. Ma ci rimanda anche a tante immagini note di Gesù in preghiera. E se ora lo troviamo “in un luogo a pregare” non siamo certamente lontani dalla preghiera che conosciamo nell’orto degli ulivi e da quella che va sotto il nome di preghiera sacerdotale nel vangelo di Giovanni. La sua preghiera altro non è se non la incessante comunicazione col Padre nella quale coinvolgere tutti coloro per i quali si adoperava senza avere neanche il tempo di mangiare: è solidarietà di compassione per tutti e collaborazione all’opera di salvezza del Padre fino all’abbandono estremo sulla croce. Non è una preghiera intimistica di momenti separati della vita, ma è un modo di essere orante e operante, mai teatrale e liturgicamente solenne e sempre vissuto in spirito e verità.

 

I discepoli percepiscono tutto questo, ma si sentono sfavoriti rispetto ai discepoli di Giovanni che sanno come pregare, per cui rivolgono al Maestro questa richiesta: “Signore, insegnaci a pregare”. Per quanto riguarda le modalità esteriori della preghiera Gesù si era già espresso, invitando a prendere le distanze dal modo vistoso di pregare dei farisei e ad entrare nello spazio interiore, là dove il Padre vede nel segreto, che non vuol dire indifferenza e chiusura a tutti, ma vuol dire appunto mettersi in ascolto e a disposizione del volere del Padre, per farne il proprio pane quotidiano. Già al pozzo di Giacobbe ai discepoli aveva detto: “Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera” (Giovanni 4,34).

 

Strano che per insegnare loro a pregare Gesù abbia dovuto aspettare una loro esplicita richiesta e non abbia fatto una apposita “scuola di preghiera”. In ogni caso non si sottrae alla loro richiesta e non fa altro che dire anche ad essi quanto fino a quel momento aveva detto lui al Padre, per sottoporre se stesso alla sua opera e per sottoporgli la propria opera nel mondo. Ecco allora il “Padre nostro” come preghiera anche dei discepoli, ma prima di tutto impostazione e conduzione di vita. In effetti potremmo commentare il “Padre nostro” alla luce di tutto il vangelo e della esistenza di Gesù, ma potremmo fare anche il contrario: leggere il vangelo e la vita di Gesù in quelle poche parole, come se fossero l’altra faccia o la dimensione interiore di questa fonte di salvezza per il mondo.

 

Impariamo a fare nostre le parole che Gesù suggerisce e a rispecchiarci in esse, per comprendere il nostro rapporto col Padre attraverso di lui: con la realtà del suo Nome,

con la venuta del suo Regno, col farsi del suo volere, col cibo di ogni giorno, col bisogno di perdono da ricevere e da dare, con la richiesta di non lasciarci soli nell’ora della prova e di liberarci dal male. C’è tutta la nostra esistenza interiore, personale, sociale, storica.  Perché tutto questo si realizzi, Gesù fa di tutto per suscitare in noi fiducia nel Padre e ci autorizza ad insistere come fa Abramo, ma ci vuole desiderosi nel chiedere lo Spirito santo e nel cercare il Regno di Dio e la sua giustizia. Il segno di questa fiducia è bussare con la certezza che ci sarà aperto!

 

Non possiamo pensare ad un insegnamento di Gesù in cui egli non sia coinvolto e che non ci coinvolga in lui, per sintonizzarci col Padre così come è per lui, fino a poter fare nostra la sua stessa preghiera. Una conferma di questa immedesimazione l’abbiamo dalle parole di Paolo, che fanno ritrovare sepolti con lui mediante il battesimo al tempo stesso in cui dobbiamo riconoscerci “risorti mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti”. Il suo è il nostro destino perché prima il nostro destino è il suo, e questo per la “fede nella potenza di Dio”, quella appunto di un Padre alla cui porta possiamo bussare.

 

In sostanza non possiamo dimenticare che sulla croce è inchiodato il documento scritto contro di noi – che è poi la morte prezzo del peccato – in segno che Dio ci ha ridato la vita col suo perdono, da morti che eravamo a causa delle nostre colpe. È un linguaggio non semplice, ma che ci fa capire dove e come si rivela l’amore del Padre: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Giovanni 3,16). È quanto possiamo ricordare ed avere presente quando recitiamo il “Padre nostro”. Magari tenendoci presenti anche gli uni gli altri in rinnovata fraternità! (ABS)


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