4 agosto 2019 - XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

 

Adriaen van Utrecht: Vanitas (1642)

 

 

PRIMA LETTURA (Qoèlet 1,2;2,21-23)

 

Vanità delle vanità, dice Qoèlet,

vanità delle vanità: tutto è vanità.

Chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e un grande male.

Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità!

 

 

SALMO RESPONSORIALE (Salmo 89)

 

Rit. Signore, sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione.

 

Tu fai ritornare l’uomo in polvere,

quando dici: «Ritornate, figli dell’uomo».

Mille anni, ai tuoi occhi,

sono come il giorno di ieri che è passato,

come un turno di veglia nella notte.

 

Tu li sommergi:

sono come un sogno al mattino,

come l’erba che germoglia;

al mattino fiorisce e germoglia,

alla sera è falciata e secca.

 

Insegnaci a contare i nostri giorni

e acquisteremo un cuore saggio.

Ritorna, Signore: fino a quando?

Abbi pietà dei tuoi servi!

 

Saziaci al mattino con il tuo amore:

esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.

Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio:

rendi salda per noi l’opera delle nostre mani,

l’opera delle nostre mani rendi salda.

 

 

SECONDA LETTURA (Colossèsi 3,1-5.9-11)

 

Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra.

Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria.

Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria.

Non dite menzogne gli uni agli altri: vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato.

Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti.

 

VANGELO (Luca 12,13-21)

 

In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».

E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».

Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così - disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

 

 

In altre parole…

 

Poche parole del libro sapienziale di Qoèlet dicono tutto – e a tutti – dell’esistenza umana, di come si svolge e di quanto vale: niente! Filosofi, pensatori, romanzieri sono famosi per aver teorizzato ed enfatizzato questa condizione di fondo del genere umano, ma a noi bastano queste poche battute della Scrittura per ritrovarci con la coscienza condivisa di quanto forse non abbiamo neanche il coraggio di riconoscere e di dire: tutto è vanità!

 

Ingegnarsi, darsi da fare, costruire, realizzare sono tutte spinte a vincere questa misteriosa forza gravitazionale che ci fa ritrovare nel nulla, ma alla fine in quali mani va a finire tutta la nostra opera? Magari in quelle di chi è pronto a disfarsene. Tutta la fatica di una vita viene vanificata da chi non ha mosso un dito! A parte quanto possiamo aver prodotto per dare senso alla nostra vita, viene vanificato tutto il cumulo di preoccupazioni e di affanni del cuore con cui abbiamo dato vita a qualcosa di buono. In sostanza, ogni poveruomo si ritrova a riconoscere che “tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità!”.

Ma forse noi, pur pensandolo e dicendolo, non siamo poi troppo convinti che le cose stiano così e non la prendiamo come verità, ma solo come condizione passeggera e rimediabile, grazie anche ad un certo sentimento religioso che rifugge dal nulla e che ci rassicura. Di fatto, la Scrittura ci dà coraggio e ci autorizza ad essere realisti e quindi “pessimisti”, nel senso di povertà, di umiltà, di speranza come base di recettività e di ricerca di quel bene a cui nonostante tutto aspiriamo.

Possiamo pensare al mistero della “chenosi”, e cioè dello svuotamento dello stesso Verbo di Dio fatto carne e fatto croce. Così come potremmo ricordare le parole con cui santa Caterina da Siena rivela il suo rapporto con Dio: “Tu sei colui che è, io sono colei che non è”. Alla fine si scopre che proprio la luce della fede, anziché velare questa verità di fondo con discorsi consolatori, ci consente e ci richiede di guardare in faccia la nostra esistenza umana per quello che è.

Possiamo anche dire che evangelicamente è come ritrovarsi nella serie di quanti vengono proclamati “beati” non per la loro condizione esistenziale – poveri, afflitti, miti, misericordiosi, assetati e affamati, puri di cuore, operatori di pace, perseguitati – ma in quanto base di passaggio dell’esistenza umana ad esistenza evangelica: da figli del mondo a figli del Regno! Esistenza evangelica che è prima di tutto quella di Gesù, da fare anche nostra alla sua sequela.

Tutti quelli che lo seguono toccano con mano la sua singolarità e statura, ma invece di “andare a lui” – come egli si esprime – ciascuno cerca di tirarlo dalla sua parte. Come fa questo tale della folla che lo invita a dirimere questioni di eredità col fratello. Avrebbe potuto negarsi uno come lui davanti a tanta ingiustizia? No, non si nega, ma chiarisce subito che egli non ha competenza tecnica e professionale, e se quel tizio fa appello al senso diverso di giustizia, è da precisare che la giustizia diversa del Regno impegna tutti alla stessa maniera ed esige conversione. Il resto si accomoderebbe da sé da una parte e dall’altra.

In questo caso, conversione vuol dire tenersi lontani da ogni cupidigia ed entrare nell’ordine di idee che la vita non dipende da ciò che uno possiede: la dignità non si commisura all’avere. C’è un ammonimento preciso per un mondo che va avanti esclusivamente in termini di PIL, di crescita, di sicurezza e non si stanca di ripetere a se stesso – come la pubblicità dimostra – “ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. E questo nonostante le riprove di stoltezza che accompagnano le ostentazioni di ricchezza e di potenza. Mammona è sempre mammona, ed è illusorio pensare ad alternative o a bonifiche della tendenza all’accumulo, della logica del profitto, del capitalismo e del mercato come motori materiali dell’umana convivenza.

Certamente si richiede forza di resistenza, ma una vera e propria inversione di tendenza non sembra storicamente praticabile. Una possibile via di uscita da un sistema economico incentrato su se stesso comunque c’è: ed è quella di arricchire presso Dio, che ci riporta a “beati voi poveri, perché vostro è il Regno di Dio”, unico contrappeso a mammona. Forse potremmo leggere il brano della lettera ai Colossesi in questa chiave e impegnarci a cercare le cose di lassù, a rivolgere il pensiero alle cose di lassù, se questo lassù non è evasione di comodo dal mondo ma “esistenza cristiana” nel mondo in quanto portatori della morte e della vita di Cristo tra gli uomini. Non a caso ci viene detto di far morire in noi “quella cupidigia che è idolatria”, quell’asservimento a mammona che ci mette fuori dal regno di Dio.

L’esistenza cristiana è rivestirsi dell’uomo nuovo, “che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato”. Nella misura in cui riuscissimo a dare vita a questo uomo nuovo - “creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera” (Efesini 4,24) – nascerebbe anche un’umanità nuova, in cui “non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti”. Ci rendiamo conto di quale e quanta forza rivoluzionaria c’è racchiusa in tutto questo? Dove sono quelli che la fanno esplodere? (ABS)


.