11 agosto 2019 - XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

 

Piero del Pollaiolo: Allegoria della Fede (1470)

 

 

PRIMA LETTURA (Sapienza 18,6-9)

 

La notte [della liberazione] fu preannunciata ai nostri padri,

perché avessero coraggio,

sapendo bene a quali giuramenti avevano prestato fedeltà.

Il tuo popolo infatti era in attesa

della salvezza dei giusti, della rovina dei nemici.

Difatti come punisti gli avversari,

così glorificasti noi, chiamandoci a te.

I figli santi dei giusti offrivano sacrifici in segreto

e si imposero, concordi, questa legge divina:

di condividere allo stesso modo successi e pericoli,

intonando subito le sacre lodi dei padri.

 

 

SALMO RESPONSORIALE (Salmo 32)

 

Rit. Beato il popolo scelto dal Signore.

 

Esultate, o giusti, nel Signore;

per gli uomini retti è bella la lode.

Beata la nazione che ha il Signore come Dio,

il popolo che egli ha scelto come sua eredità.

 

Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,

su chi spera nel suo amore,

per liberarlo dalla morte

e nutrirlo in tempo di fame.

 

L’anima nostra attende il Signore:

egli è nostro aiuto e nostro scudo.

Su di noi sia il tuo amore, Signore,

come da te noi speriamo.

 

 

SECONDA LETTURA (Ebrei 11,1-2.8-19)

 

Fratelli, la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio.

Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.

Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso.

Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare.

Nella fede morirono tutti costoro, senza aver ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra. Chi parla così, mostra di essere alla ricerca di una patria. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto la possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio. Ha preparato infatti per loro una città.

Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, del quale era stato detto: «Mediante Isacco avrai una tua discendenza». Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo.

 

VANGELO (Luca 12,32-48)

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.

Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.

Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.

Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!

Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?».

Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi.

Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli.

Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.

A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».

 

 

In altre parole…

 

Il mio non è che un ascolto anticipato, col desiderio che la “Parola di Dio” diventi moneta corrente della nostra comunicazione e solidarietà di cammino: lampada ai miei passi è la tua Parola, luce sul mio cammino! Nessuna volontà, quindi, di spiegazione o di commento, da applicare come toppa nuova sul tessuto vecchio di una pratica religiosa convenzionale, semmai necessità di rifare l’ordito per nuove trame di fede vissuta. Se davvero c’è in noi consapevolezza di una svolta necessaria e in atto, non basta infatti contentarsi di dettagli innovativi, ma dobbiamo rinnovare il nostro impianto mentale e la qualità delle nostre relazioni: fare nostra una visione d’insieme, si direbbe “sinodale”, dello stato delle cose alla luce del vangelo.

 

In questo senso, sono di stimolo e di incoraggiamento le parole di Gesù: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno”. Il fatto invece  è che pensiamo di essere sempre un grande gregge, anche se pieno di paure e poco interessato al dono del Regno, la nostra vera ricchezza. Forse dobbiamo fare attenzione a queste istruzioni che Gesù dà ai discepoli, proprio per ritrovare le nostre dimensioni minime, ma di massima portata: in fondo altro non è che la beatitudine dei poveri, perché di essi è il regno di Dio. Bisognerebbe che questa dichiarazione innervasse la nostra coscienza e diventasse l’asse portante della nostra vita, al di là di moralismi e spiritualismi!

 

Ecco allora la spinta a vendere tutto per acquistare il campo in cui abbiamo scoperto il tesoro nascosto, “perché dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore”. Viene da pensare ai talenti che ci sono consegnati e di cui dover rendere conto. Qui ci viene detto quale prontezza e quale vigilanza si richiedano per farsi trovare svegli e accoglienti al momento del ritorno di chi ci ha affidato i suoi stessi beni, addirittura il suo Regno e i beni della propria casa. È previsto infatti il ritorno, una seconda venuta del Figlio dell’uomo, che nel frattempo vuole essere riconosciuto e servito nei più piccoli dei fratelli, poiché è questa la vigilanza richiesta.

 

Se siamo trovati fedeli nell’ora del tutto imprevedibile in cui il Figlio dell’uomo busserà alla porta, avremo anche la sorpresa di essere serviti a tavola da lui. Forse le nostre attese sono ridimensionate e affievolite, probabilmente perché ci stanno a cuore altre scadenze, mentre sottovalutiamo quanto di grazia e di verità ci è messo nelle mani e ci è promesso. In verità, non sembra essere questa la merce di scambio nella comunicazione interna della chiesa o nelle sue relazioni esterne, dove sembra contare più il baratto di sentimenti e servizi religiosi fine a se stesso, surrogato formale di una comunione effettiva.

 

La domanda di Pietro, che vuol sapere dal Signore per chi sta facendo quel discorso, dà modo a lui di fare qualche precisazione sulle rispettive responsabilità riguardo al “per noi o anche per tutti”, parole che fanno pensare al “per voi e per tutti” pronunciate sul calice del vino: se il suo discorso è per tutti come vigilanza e come attesa, in particolare lo è per chi deve essere messo “a capo della servitù per dare la razione di cibo a tempo debito”, e cioè per chi deve essere messo “a capo di tutti i suoi averi”. Ci vuole una prova di fedeltà per essere messi a parte dei propri beni, mentre c’è il pericolo di appropriazione indebita e di farla da padroni rispetto a quanto è stato affidato da amministrare.

 

Di qui la differenza di trattamento, alla resa dei conti, tra chi conosce la volontà del padrone e non la rispetta e chi non la rispetta perché non la conosce: tra coloro a cui fu dato molto e coloro a cui è stato affidato molto: una cosa è rispondere di quanto si riceve per se stessi e basta, e ben altra cosa rendere conto di quanto ci viene affidato a beneficio degli altri! Come discepoli conosciamo la volontà del Signore e sappiamo quello che ci è stato affidato, e non possiamo comportarci come se non la conoscessimo.  

 

Ci viene ricordato in termini ultimativi che la nostra vita è sempre sulla soglia della conversione e della decisione, come chi deve sforzarsi di passare per la porta stretta: la necessità di rimanere svegli e di essere pronti “con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese” come nella “notte della liberazione, preannunciata ai nostri padri, perché avessero coraggio”. Se, come piccolo gregge, siamo invitati a non temere, è per rivivere il nostro esodo, “sapendo bene a quali giuramenti prestare fedeltà”, secondo “questa legge divina: di condividere allo stesso modo successi e pericoli”.

 

È il passaggio decisivo che, dietro la scia di Abramo, viviamo come credenti e che prende il nome di “fede”. Leggiamo attentamente il passo della lettera agli Ebrei per capire meglio di quale straordinario potenziale di liberazione si tratta, tanto da dare vita ad un Popolo di Dio numeroso nella storia. Ma prendiamo questa occasione per interrogarci sulla nostra identità di credenti: su come noi concepiamo, valutiamo e investiamo questa carica di salvezza. Per la verità, siamo abituati ad una visione della fede come qualcosa di fisso, di statico, di definito, di dogmatico, di indiscutibile, di confessionale, di appartenenza, di identitario ecc... e non invece come “fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede”: vale a dire come affidamento incondizionato al mondo della speranza e dell’invisibile, spinta alla ricerca di una patria migliore e senso di orientamento verso la città preparata da Dio.

 

A parte l’impalcatura liturgica e dottrinale a sé stante, si può dire che a strutturare la nostra coscienza ecclesiale davanti al mondo sia proprio un’attitudine di questo tipo? Abbiamo forse una percezione della fede come fattore religioso di integrazione ad un qualche sistema, mentre essa è avventura totale e punto di appoggio per vincere il mondo: “Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?” (1Gv 5.4-5). Stiamo attenti a non sotterrare per paura questo talento, pensando di poterlo restituire intatto al ritorno di chi ce lo ha consegnato! (ABS)


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