7 luglio 2019 - XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

 

 

William-Adolphe Bouguereau: Sguardo materno (1869)

PRIMA LETTURA (Isaia 66,10-14)

Rallegratevi con Gerusalemme,
esultate per essa tutti voi che l’amate.
Sfavillate con essa di gioia
tutti voi che per essa eravate in lutto.
Così sarete allattati e vi sazierete
al seno delle sue consolazioni;
succhierete e vi delizierete
al petto della sua gloria.
Perché così dice il Signore:
«Ecco, io farò scorrere verso di essa,
come un fiume, la pace;
come un torrente in piena, la gloria delle genti.
Voi sarete allattati e portati in braccio,
e sulle ginocchia sarete accarezzati.
Come una madre consola un figlio,
così io vi consolerò;
a Gerusalemme sarete consolati.
Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore,
le vostre ossa saranno rigogliose come l’erba.
La mano del Signore si farà conoscere ai suoi servi».


SALMO RESPONSORIALE (Sal mo 65)


Rit. Acclamate Dio, voi tutti della terra.

 

Acclamate Dio, voi tutti della terra,
cantate la gloria del suo nome,
dategli gloria con la lode.
Dite a Dio: «Terribili sono le tue opere!».

«A te si prostri tutta la terra,
a te canti inni, canti al tuo nome».
Venite e vedete le opere di Dio,
terribile nel suo agire sugli uomini.

Egli cambiò il mare in terraferma;
passarono a piedi il fiume:
per questo in lui esultiamo di gioia.
Con la sua forza domina in eterno.

Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio,
e narrerò quanto per me ha fatto.
Sia benedetto Dio,
che non ha respinto la mia preghiera,
non mi ha negato la sua misericordia.

 

 

SECONDA LETTURA (Galati  6,14-18)

Fratelli, quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo.

Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura. E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio.

D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo.

La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen.



VANGELO (Luca 10,1-12.17-20)

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.

Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.

Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città».
I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».

 

 


In altre parole…

L’immagine dello “sguardo materno” porta subito l’attenzione alle parole che ci presentano Gerusalemme come luogo della liberazione e della consolazione: “Così sarete allattati e vi sazierete al seno delle sue consolazioni; succhierete e vi delizierete al petto della sua gloria… Voi sarete allattati e portati in braccio, e sulle ginocchia sarete accarezzati. Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; a Gerusalemme sarete consolati”.

Esse trovano riscontro nel testo della lettera ai Galati, che ripropone l’allegoria dei due figli di Abramo, “uno dalla schiava e uno dalla donna libera” – e di conseguenza tra le due madri, che “rappresentano le due Alleanze; una, quella del monte Sinai, che corrisponde alla Gerusalemme attuale, che di fatto è schiava insieme ai suoi figli. Invece la Gerusalemme di lassù è libera ed è la nostra madre” (Gal 4,22.24.26).

Quando ci è stato detto che “Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme”, vuol dire che egli accetta la Gerusalemme attuale, che di fatto è schiava insieme ai suoi figli, ma all’unico scopo di riportarla ad essere la madre libera. Motivo della Pasqua, questa volta, non è più soltanto l’esodo dall’Egitto come popolo verso la terra promessa; è la stessa Gerusalemme, attraverso la quale dovrà passare il Figlio dell’uomo verso la nuova ed eterna alleanza nel suo sangue. È Gerusalemme stessa che deve essere liberata. 

Non è solo qualcosa di spirituale e di interiore nella sfera del mistero, ma conversione di questo popolo e di questa città, Gerusalemme, da schiava a libera. È quanto possiamo intuire anche dalle parole di Efesini 5,25-27 in riferimento alla Chiesa: “Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell'acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata”. Che sia in gioco una trasfigurazione interna al popolo di Dio ci viene confermato in maniera ancora più esplicita dal lamento di Gesù: “Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!” (Mt 23,37).

La visione di una semplice immagine ci ha portati a fare questi rilievi, fino a farci rendere conto che in effetti noi consideriamo troppo poco il passaggio dall’antica alla nuova alleanza come nuova Gerusalemme (cfr Apocalisse 3,12; Apocalisse 21,2), o forse lo diamo per compiuto in assoluto, mentre è un processo in atto. È questo in effetti il processo di liberazione reale in cui siamo coinvolti, prima di ogni altro progetto, metodo o prassi di spiritualità X o Y: è semplicemente la sequela di Cristo.

In un tempo in cui tutti i discorsi di aggiornamento, di riforma, di “chiesa in uscita” ecc… sono diventati retorica dominante di voci ufficiali – dopo che voci libere fuori campo erano state disinnescate e messe a tacere – quello che rimane da fare è il ritorno senza mezzi termini alla linea che è Cristo, via verità e vita. Magari senza darla per scontata e cercando di capirla di nuovo passo dopo passo! Perché, “chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato” (1Gv 2,6). È la vera sfida per tutti!

Per uscire da ogni ambiguità, l’unica cosa è rifarsi al vangelo, che peraltro risente già di situazioni posteriori più evolute: la designazione da parte di Gesù di quei settantadue ad essere inviati, così come precedentemente aveva mandato messaggeri davanti a sé, riflette già uno stato avanzato della prima comunità cristiana e la consapevolezza di un mandato che interessa tutti verso tutti. Questo starebbe a dirci il numero simbolico “72”, ma il fatto significativo rimane quello di essere inviati “a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi”. Niente di personale da protagonisti, ma pura disponibilità alla sua stessa opera. Le istruzioni che egli dà sono normative e ad esse bisogna sempre tornare per ritrovare l’anima evangelica di ogni servizio pastorale ormai troppo sofisticato e regolato da criteri di efficienza e di cura dell’esistente. Non a caso siamo tornati a parlare di “conversione pastorale”, che però si presenta più come involuzione che come rivoluzione.

Quanto Gesù dice riflette quello che lui sta facendo e ci fa capire quale cooperazione si aspetta dai suoi. Egli stesso si trova da solo davanti a tanta messe, ma quello che gli interessa è che come lui ogni operaio si senta mandato dal signore della messe e non sia un abusivo o un mercenario nei confronti del gregge. Così come si ritrova ad essere lui, egli ci manda ad essere come agnelli in mezzo ai lupi. Come Figlio dell’uomo che non ha dove posare il capo, vuole che andiamo senza “borsa, né sacca, né sandali”, perché non sembri che la forza del messaggio sia nei mezzi di cui disponiamo. Egli che ci ha detto di lasciare che i morti seppelliscano i loro morti e di non voltarsi indietro con l’aratro tra le mani, non vuole che ci attardiamo in conversazioni da salotto, ma che portiamo pace ad ogni casa in cui si viene accolti, mentre, entrando nell’abitato, il compito è di guarire i malati e annunciare  a tutti che “è vicino a voi il regno di Dio”: un annuncio che purtroppo si può ritorcere contro quanti non li accoglieranno.

Il successo della missione può diventare giustamente motivo di gioia, ma soprattutto c’è da riconoscere da chi ci viene “il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi”; per cui il vero motivo della gioia non sono tanto gli effetti dell’operazione quanto la partecipazione attiva al mistero del Regno di Dio che viene. La nascita del nuovo Popolo dell’alleanza, la rinascita di Gerusalemme, una Chiesa veramente di comunione sono opera solidale di Cristo con i suoi discepoli, e non è che da parte nostra gli obiettivi possano essere diversi o minori rispetto a quelli che il Figlio dell’uomo persegue nel suo cammino tra gli uomini. Se egli ci vuole disponibili, rimane che senza di lui non possiamo fare nulla!

Se vogliamo un modello di questa identificazione a Cristo Signore senza risparmio, ecco l’apostolo Paolo che arriva a riconoscersi come crocifisso “nella croce del Signore nostro Gesù Cristo”, per cui a contare è diventare con lui nuova creatura, mentre diventano irrilevanti le appartenenze al mondo della circoncisione come a quello della non circoncisione. È una norma di pace e di misericordia che vale per tutti e anche per l’Israele di Dio, tanto che Paolo non vuole stare più a discuterne con i suoi oppositori, ma gli sta a cuore che la grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con lo spirito dei fratelli.

Non sono considerazioni buone soltanto per arricchire il nostro mondo interiore ma postulano una modificazione del nostro modo di essere discepoli in una rinnovata sequela meno convenzionale e più personale di solidarietà col Signore Gesù. Del resto, se queste riflessioni prendono una certa piega è unicamente perché nascono dalla vostra presenza e dalla nostra condizione più che mai di diaspora, in cui proprio l’ascolto della Parola del Signore ci consente di ritrovarci in comunione. Più che ascolto in ambito eucaristico finalizzato alla celebrazione liturgica, siamo in un contesto di vita e di comunicazione destinato a trasformarsi in eucarestia quando ci è dato.

Il mistero della presenza reale di Cristo in noi, della nostra comunione con lui per lui e in lui, del fare memoria di lui davanti al mondo è già in atto nel nostro modo di ritrovarci uniti nel suo nome e di rapportarci gli uni agli altri e aperti a tutti. Ed è su questo piano che vogliamo continuare a muoverci prima ancora che in spazi sacri e istituzionali da occupare ufficialmente: la nostra identità di discepoli vogliamo che risulti più dalla solidarietà vissuta che dalla appartenenza. Si tratta in sostanza di una esperienza e processo di vita attraverso la sequela di Cristo nel mondo. “La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen”. (ABS)


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