26 maggio 2019 - VI DOMENICA DI PASQUA (ANNO C)

 

La Chiesa della circoncisione e la Chiesa delle genti (432–440).

Roma, Basilica di Santa Sabina

 

 

PRIMA LETTURA (Atti degli Apostoli 15,1-2.22-29)

 

In quei giorni, alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli: «Se non vi fate circoncidere secondo l’usanza di Mosè, non potete essere salvati».

Poiché Paolo e Bàrnaba dissentivano e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Bàrnaba e alcuni altri di loro salissero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione.

Agli apostoli e agli anziani, con tutta la Chiesa, parve bene allora di scegliere alcuni di loro e di inviarli ad Antiòchia insieme a Paolo e Bàrnaba: Giuda, chiamato Barsabba, e Sila, uomini di grande autorità tra i fratelli. E inviarono tramite loro questo scritto: «Gli apostoli e gli anziani, vostri fratelli, ai fratelli di Antiòchia, di Siria e di Cilìcia, che provengono dai pagani, salute! Abbiamo saputo che alcuni di noi, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con discorsi che hanno sconvolto i vostri animi. Ci è parso bene perciò, tutti d’accordo, di scegliere alcune persone e inviarle a voi insieme ai nostri carissimi Bàrnaba e Paolo, uomini che hanno rischiato la loro vita per il nome del nostro Signore Gesù Cristo. Abbiamo dunque mandato Giuda e Sila, che vi riferiranno anch’essi, a voce, queste stesse cose. È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenersi dalle carni offerte agl’idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime. Farete cosa buona a stare lontani da queste cose. State bene!».

 

 

SALMO RESPONSORIALE (Salmo 66)

 

Rit. Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti.

 

Dio abbia pietà di noi e ci benedica,

su di noi faccia splendere il suo volto;

perché si conosca sulla terra la tua via,

la tua salvezza fra tutte le genti.

 

Gioiscano le nazioni e si rallegrino,

perché tu giudichi i popoli con rettitudine,

governi le nazioni sulla terra.

 

Ti lodino i popoli, o Dio,

ti lodino i popoli tutti.

Ci benedica Dio e lo temano

tutti i confini della terra.

 

SECONDA LETTURA (Apocalisse 21,10-14.22-23)

 

L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino.

È cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e a occidente tre porte.

Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.

In essa non vidi alcun tempio:

il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello

sono il suo tempio.

La città non ha bisogno della luce del sole,

né della luce della luna:

la gloria di Dio la illumina

e la sua lampada è l’Agnello.

 

 

 

 

VANGELO (Giovanni 14,23-29)

 

In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]:

«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.

Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.

Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.

Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».

 

 

In altre parole…

 

MAI SENZA LO SPIRITO SANTO

 

Forse è il caso di tenere presente l’antefatto di questo nuovo passaggio del discorso di addio di Gesù ai suoi discepoli. Aveva appena detto: “Chi mi ama sarà amato dal Padre mio, e io lo amerò e mi manifesterò a lui”. Affermazione che ha provocato la domanda di Giuda Taddeo: “Come mai ti manifesterai a noi e non al mondo?”. In effetti è capitato di dirci che il discorso di Gesù – imperniato sul “comandamento nuovo” – è tutto interno, ma non per questo è riservato: la sua apertura e destinazione universale è messa nelle mani di quei pochi discepoli, ai quali vien detto. “Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). Prima che con le parole, devono essere loro il vero messaggio!

 

Non si tratta infatti di un codice morale o di un insegnamento di principio valido per tutti e a cui attenersi o meno.  Si tratta di una relazione e comunicazione di vita tra persona e persona, di fede appunto. Ecco perché quando parliamo di evangelizzazione, non dobbiamo dimenticare che si tratta di un “tu per tu”! Quello che in fondo Gesù ci insegna a fare, quando lava i piedi, quando ci dice della conoscenza reciproca tra Pastore e singola pecora, ma anche in questa risposta un po’ evasiva all’interrogativo di Giuda.

 

Senza voler escludere nessuno, egli riconosce come un dato di fatto che ci sia chi lo ama e chi non lo ama, qualcosa che è alla base dell’ascolto e dell’osservanza della sua parola. Qualcosa che è prioritario rispetto alla stessa sequela di lui e che consiste nell’essere “generati da Dio” o essere dalla verità, perché  ”chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” (Gv 18:37). C’è nel cuore dell’uomo un profondo istinto di Dio, che dà i suoi frutti fin quando è quel terreno buono su cui cade il seme della parola, mentre rimane infecondo quando la Parola cade su terreni diversi.

 

Prima ancora di ascoltare la sua parola, vedere la manifestazione di Gesù è come una cartina di tornasole del desiderio dell’uomo di entrare in comunione col Padre e della capacità di ascoltare la sua stessa parola in quella del suo inviato. In sostanza, se all’origine c’è una sincera ricerca del Regno di Dio e della sua giustizia. C’è però da mantenere aperta questa via di comunicazione mediante il Consolatore, lo Spirito Santo, che ci viene dato dal Padre nel nome del Figlio, per insegnarci ogni cosa e per ricordarci quello che Gesù ha detto. Per portarci alla verità tutta intera, qualcosa a cui forse abbiamo rinunciato per contentarci di verità provvisorie e contraffatte.

 

È veramente un bel dono e una bella risorsa quella dello Spirito, forse troppo poco sfruttata. Qualcosa che ci può assicurare la pace di cui abbiamo bisogno nelle vicende della vita, fino a poterci rallegrare che Gesù non sia più con noi, perché la nostra condizione diventa più favorevole: se però continuiamo ad amarlo. Il distacco è sempre doloroso come un parto, ma è anche prova e potenziamento di un rapporto!

 

Anche queste sue parole, Gesù le rivolge ai suoi nel Cenacolo, ma è chiaro che non possono rimanere riservate ad alcuni “cenacolari”: in effetti sono dirette a coloro che inconsapevolmente sono destinati a costituire la base su cui sorgerà “la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo”, là dove “i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele” vengono a coincidere con “i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello”. È in questo orizzonte che bisogna imparare a muoversi, al di là delle corte vedute di una spiritualità autoreferenziale.

 

Non è senza significato che la Gerusalemme terrestre si inveri nella Gerusalemme del cielo che scende in terra dal cielo, che le dodici tribù dei figli di Israele vengano rilevati dai dodici apostoli dell’Agnello, anche se questo passaggio non è indolore. La nuova Gerusalemme è senza un tempio, perché “il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio”. Infatti “l'ora viene che né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre… Ma l'ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori” (Gv 4,22-23). È la novità del Regno di Dio presente tra noi, qualcosa che non avviene sotto la luce del sole e della luna, ma nella gloria di Dio e con la lampada dell’Agnello. Se vogliamo dare spessore alla nostra fede non possiamo sorvolare su questi dati di fatto che la sostanziano e ridurla invece ad un vago sentimento religioso!

 

Questo passaggio della storia della salvezza avviene nelle cose ed ha delle ricadute nella storia del Popolo di Dio tra antico e nuovo regime di salvezza. E allora si spiega come “alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli: «Se non vi fate circoncidere secondo l’usanza di Mosè, non potete essere salvati»”. La circoncisione era il simbolo dell’appartenenza all’Israele secondo la carne, lasciapassare per l’accesso al Tempio come adoratori di Dio in Gerusalemme. Si capisce come di qui potesse nascere tra i primi cristiani un conflitto di posizioni sulla necessità o meno di passare attraverso la circoncisione per arrivare alla fede in Cristo o se le fede in Cristo bastasse di suo per la salvezza. È stato questo il motivo che ha portato a pensare al primo Concilio di Gerusalemme per dirimere la questione, proprio perché “Paolo e Bàrnaba dissentivano e discutevano animatamente contro costoro”.

 

Nel passo degli Atti di oggi ci viene ricordato il messaggio che a conclusione del Concilio viene inviato alla chiesa di Antiochia, dove il problema era sorto. Ma quello che conta per noi è renderci conto che simili conflitti non sono mai mancati nella storia della chiesa e sono scottanti anche ai nostri giorni. Quello che ci manca è il coraggio di dissentire e di discutere, di averne consapevolezza e volontà di risoluzione, di trovare seriamente un metodo di confronto secondo questo principio e questa prassi: “È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi”.

 

Vorrei per un attimo riportare l’attenzione sulle immagini del mosaico che illustra la “Chiesa dalla circoncisione” e la “Chiesa dai Gentili”, a dimostrazione che nella coscienza della chiesa rimane viva questa duplice dimensione e che una sana dialettica tra le due chiese dovrebbe portarci alla comprensione e risoluzione di tanti problemi che ci affliggono come Popolo di Dio nel mondo!   (ABS)

 

 

 

 

Prendere la parola…

 

Una riflessione di Anna Marina Storoni Piazza (Roma)

IL  COMANDAMENTO  NUOVO

Per rispondere alla sollecitazione di padre Alberto che ci invita ad essere “liberi interpreti” del COMANDAMENTO NUOVO (“amatevi gli uni gli altri”) dobbiamo innanzitutto riconoscere che questo è il comandamento in assoluto più difficile da mettere in pratica. Non ci viene richiesto infatti di “agire come se” si amasse: prodigarsi, donare, sacrificarsi, ma ben di più. Lo stesso San Paolo ci spiega che: “se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova”. Non si tratta quindi soltanto di un modo di agire, (anche se ad esso si accompagna: “è paziente, è benigna, non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità, tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta…”, ma di un modo di essere.  San Paolo enumera, come si vede, non tanto “atti” quanto “sentimenti”, chiede una trasformazione, una metànoia, non un progetto.

 Per chi capisce di non albergare dentro di sé la pazienza, la modestia, l’altruismo, il disinteresse, la tolleranza, la generosità che gli viene richiesta, chi avverte l’insorgere dei sentimenti opposti, non è utile che si faccia violenza e reprima quel che spontaneamente nasce in lui: ogni giardiniere sa che la gramigna strappata rispunta più forte e rigogliosa di prima. Occorre farsi forti del discernimento, di quella capacità che ci distingue dalle bestie.

Può essere utile, in questo desiderio di trasformazione interiore, il concetto junghiano di “ombra”. Il grande Maestro di psicoanalisi formulò questo concetto interpretando un suo sogno. Ecco come lo racconta: “Era notte, in un posto sconosciuto, e camminavo lentamente e con fatica contro un forte vento. Dapprima intorno v’era una forte nebbia. Con le mani facevo schermo a un fievole lume che minacciava di spegnersi ad ogni momento. Tutto dipendeva dal riuscire a mantenere viva questa piccola luce. Improvvisamente avevo la sensazione che qualcuno stava sopraggiungendo alle mie spalle, mi voltavo e vedevo una figura nera gigantesca che mi seguiva. Ma al momento stesso avevo coscienza, nonostante il mio terrore, del fatto che, indifferente a qualsiasi pericolo, dovevo salvare il mio lanternino attraverso la notte e l’uragano … Quando mi svegliai capii subito di aver visto… la mia propria ombra nella nebbia, proiettata dalla piccola luce che portavo, mi resi conto anche che questa piccola luce era la mia coscienza, la sola luce che avessi…” (Ricordi, p. 121).  Se la luce rappresenta la coscienza, quella figura nera che seguiva il giovane Jung rappresenta il lato della personalità che la coscienza non illumina. L’Ombra è quindi quella parte di noi che ci rifiutiamo di accogliere come nostra, non accettiamo perché ci sembra non confacente all’altra parte, quella che riteniamo veramente nostra.

L’Ombra si forma in noi attraverso la repressione esercitata dall’ambiente nel quale cresciamo e dal nostro io che, con il tempo, si crea un credo, una norma, un criterio di giudizio, una scala di valori. Di solito l’Ombra è una figura che ci suscita forte riprovazione, disprezzo, rifiuto: essa è il nostro contrario, o meglio, il contrario di quello che vorremmo essere. Essa cozza contro le regole che ci sforziamo di attuare, i gusti, le affinità che riteniamo di avere. Normalmente l’io cosciente proietta l’Ombra su una persona esistente: quanto più forte è l’esecrazione che questa persona ci suscita, tanto più essa assorbe la carica emotiva della proiezione.

L’Ombra si manifesta nei sogni, nelle reazioni emotive abnormi, nelle forti intolleranze. Nella storia della cultura ci sono molte rappresentazioni di essa: basti pensare al Mefistofele di Goethe o al “Dr. Jakill e Mr. Hyde” di Stevenson.

Nella vita della psiche l’Ombra svolge una funzione importante perché fornisce energia, favorisce la crescita, aiuta nel processo di individuazione. Perché questo avvenga occorre però che la coscienza impari pian piano a riconoscerla, occorre che l’io instauri con lei un rapporto dialettico. Non a caso Ulisse ha voluto ascoltare le Sirene pur valutando tutta la loro pericolosità (infatti si fece legare all’albero per non rimanerne vittima). Ignorare l’Ombra potrebbe essere pericoloso, potrebbe restringere la personalità, bloccarla, perdersi, come se si spegnesse il lanternino del sogno di Jung. 

Non basta però un lavoro di analisi astratto, fatto a tavolino. Bisogna cimentarsi con le ombre in carne ed ossa che incontriamo, con le persone che ci sembrano più distanti, diverse, antipatiche. Bisogna rendersi conto che l’“altro” è, innanzitutto, dentro di noi.

                                               Anna Marina Storoni Piazza


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