Koinonia Ottobre 2021


Quattro recensioni di Giancarla Codrignani

 

Le librerie sono cambiate: si pubblica una grande quantità di scritti e non è facile distinguere gli autori meno noti. Capita spesso che si trovino libri interessanti per caso, o perché conosci l’autore non così celebre, perché arrivano e sono del tuo territorio. Così mi permetto qualche segnalazione

 

LUIGI BERZANO, UN ALTRO GESU’, IL TEMPO E LE PAROLE DI UN UOMO, elledici, To, 2020

Se si cerca su wikipedia Luigi Berzano, l’identificazione è sociologo, prete e accademico italiano, uno insomma il cui “mestiere” è solo quello di docente dell’università di Torino, dedito a interessi culturali concernenti la tematica religiosa non banale. Si dà il caso che sia prete, evidentemente estraneo alla professionalità clericale, una scelta di libertà che gli ha consentito di scrivere un gran numero di saggi probabilmente riferibili ai suoi corsi universitari, ma espressione di una diversa presenza nel mondo delle religioni. Una figura non frequente nel mondo cattolico, che in questo libro di spiritualità laica esprime una fede umana che appare “bella”, forse necessaria se viene letta da persone che sentono il bisogno di evitare la “predicazione” e, confessiamolo, le inadeguatezze delle comunità di credenti (leggi parrocchie) in cui circola un’appartenenza “conforme”, ma poco vitale che ormai non soddisfa più nessuno. Il “sacro” è oggi il grande pericolo: annulla la fascinazione autentica del Vangelo, ma rappresenta anche la grande tentazione di contentarsi della “dottrina”, del devozionismo, delle degenerazioni dell’obbedienza ipocrita. Un libro che si rivela dai titoli di alcuni momenti della ricerca: Equilibrio delle pratiche, Primato del prossimo, Svegliare la presenza dentro di sé, Partorire, Essere non senza. Anima amica. Interrogativi, in fondo, da scoprire.

 

MARCO CAMPEDELLI, IL VANGELO SECONDO DARIO FO, Claudiana, 2021

Dopo uno straordinario Il Vangelo secondo Alda Merini - sottotitolo ho messo le ali -, Marco Campedelli “vola” in cieli poco clericali, da prete autentico che pensa al Vangelo nell’arco potenziale della creatività e dell’autenticità che possono assumere qualunque forma dell’esperienza umana. Questa volta la provocazione nasce dalla conoscenza di Dario Fo: e se Gesù avesse messo su una compagnia teatrale? Dario non poteva creare lui la ... Compagnia di Gesù, ma si era creato - sulla scorta di accurate ricerche medievali - giullarate memorabili, dove davanti a un Gesù in croce la sua mamma corre, urla che le diano una scala a voj montarghe a renta al me nann e lui non riesce a farla andare a casa Devo morire... mamma... e faccio fatica... È il Mistero buffo, tutt’altro che blasfemo come giudicarono i curiali vaticani. Bonaventura racconta che proprio san Francesco diceva di sé «Io sono il giullare al servizio di Dio” e si può immaginare che a Bologna il 15 agosto del 1222 montasse una specie di palcoscenico dove portò la gente a sentire, immagina Dario, l’elogio della guerra come artificio spettacolare per «inchiodarla davanti alla sua vergogna», delle crociate e delle guerre presenti. Marco Campedelli è il capo di una compagnia simbolica che mostra al popolo di Dio che è proprio Dio a rifiutare le gerarchie che scartano le donne, le classi lavoratrici, i popoli oppressi volute da autorità che usano politicamente la religione, come un Andreotti che «correva l’anno 1977» riceve un telegramma con «il timbro della diocesi di Roma, anzi del vicario del papa per la Città eterna, il cardinale Ugo Poletti» che chiede la condanna della presentazione di Mistero buffo in un canale della televisione italiana, istituzione dello Stato italiano e non del Vaticano. Ma Andreotti intervenne. Per fortuna era arrivato Giovanni XXIII, «un cristiano sul trono di Pietro, disse Hannah Arendt: cioè il Concilio, le aperture, i sogni. Non conobbe Dario Fo, ma avrebbe apprezzato l’irriverenza critica di una proposta a riflettere. Marco è anche un autore/attore del nobile teatro delle marionette, un burattinaio capace di rappresentare una teologia fantasiosa, interprete di storie della Bibbia e della realtà umana. Da prete intende far pensare: il metodo l’ha imparato da un Gesù che certamente ride coi oci dolzi, ma così dolzi... all’invito del giullare: Ci hanno fatto credere che Dio non ride... forse io ho riaperto gli occhi proprio per quella meraviglia assoluta, il riso di Dio.

 

DAVIDE DAINESE, UMBERTO MAZZONE, GIACOMO LERCARO, Il Mulino, 2020

Un altro libro della Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII di Bologna che i curatori hanno giustamente  voluto introdotto da una ben documentata bibliografia di Nicla Buonasorte: Giacomo Lercaro entra in diocesi a Bologna nel 1952 e, nonostante la pregnanza del suo nome e dei tempi in cui visse, siamo in un passato oramai lontano. I saggi di importanti studiosi, docenti dell’Alma mater o della Facoltà teologica dell’Emilia Romagna, sono invece modernissimi per il taglio: proprio trattandosi di cose lontane, i documenti parlano più liberamente e il giudizio mantiene l’interesse sulle conseguenze, che si proiettano all’oggi. La pubblicazione nasce, tra l’altro, secondo un originario  desideratum dello stesso Lercaro, riproposto qualche anno fa dal card. Zuppi, una ricerca, “bolognese” come  divenne Giacomo Lercaro a cui l’Amministrazione Comunale (a maggioranza comunista) diede la cittadinanza onoraria nel 1966. Tempi e situazioni politico/ideologiche e cattolico/teologiche che vengono opportunamente rievocate dagli autori che, laicamente e con acribia, parlano di storia, certamente lontana. Storia di una città con tutte le sue peculiarità, che diffidò di un vescovo arrivato con le idee della vecchia chiesa dogmatica e, come dice Dainese “monarchica”, una chiesa tutt’altro che scomparsa, che non tollerava da parte di un tribunale italiano la condanna del vescovo di Prato che aveva verbalmente offeso la dignità del matrimonio civile: Lercaro aveva fatto parare a lutto la cattedrale. Tuttavia, soprattutto l’incontro con il giovane Giuseppe Dossetti che stava anticipando le idee di una chiesa non più in lotta con il mondo che uscirà dal Vaticano II contribuì alla conversione. Parallela la trasformazione di “Bologna la rossa” che si schiodava dal pregiudizio anticlericale restando rossa ma ormai dialogante con la chiesa di Giovanni XXIII. D’altra parte il comunismo bolognese era sempre stato devoto alla madonna di san Luca. Di queste dinamiche, con ampiezza di riferimenti sia sul versante religioso che su quello politico, si fa interprete un bel saggio di Umberto Mazzone, storico e testimone politico. Giuseppe Battelli è entrato nel cuore degli interessi sociali e lavorativi di Lercaro e della sua chiesa, democristianamente (anche se non si chiama molto in causa il partito di governo) anticomunista e nostalgica dei tempi di Pio XII. In fondo era ovvio che il primo Lercaro  fosse desideroso di una rivincita cattolica, un’ambiguità ideologica che lo indusse a volere la candidatura a sindaco di Bologna di Dossetti, una mossa destinata a sicura sconfitta. La delusione si attenuò mano a mano che si veniva preparando la mentalità preconciliare di molti teologi (ma era anche vicino il «sessantotto») e arrivò la partecipazione al Concilio, mentre tornarono i problemi della riforma della diocesi, in gran parte resistente alle innovazioni (con conseguenze ancor oggi perduranti). L›analisi di Giovanni Turbanti ha affrontato proprio il tentativo di aggiornare la diocesi secondo le indicazioni del Concilio, per realizzarne non tanto le normative, ma lo spirito, secondo un lavoro di numerosi gruppi coordinati da Dossetti, per rinnovare la vita ecclesiale, purtroppo senza che il clero diocesano, abituato a «istituti e consuetudini che non costituivano l›essenza della chiesa», lo seguisse. Se la prospettiva pastorale delle parrocchie era «limitata a una funzione di presidio delle istituzioni, di controversia apologetica, di eloquenza propagandistica e celebrativo, di devozionalismo pietistico, lontano dai veri centri generatori della vita e della coscienza ecclesiale», Lercaro non potè portare fino in fondo le innovazioni che richiedevano continuità di esperienze coraggiose. Non hanno fatto tradizione la pratica del «piccolo sinodo» come metodo da «estendersi a macchia d’olio» e nemmeno è cresciuta quella nuova liturgia che, pur essendo maturato nelle gente il gusto di capire «le ragioni, il senso e la bellezza dei sacri riti», impedisse al popolo di Dio di diventare «inerte e muto spettatore», secondo la rievocazione di Maurizio Tagliaferri. Quella liturgica era stata la grande passione di Lercaro, insieme con la ricerca effettiva della pace, che - era in corso la guerra del Vietnam - coinvolgeva nel conflitto nord/sud anche le responsabilità cattoliche in riferimento alle altre chiese cristiane (in particolare i patriarcati orientali, nell’indagine di Enrico Morini, o l’ebraismo secondo il prezioso saggio ampiamente argomentato di Gian Domenico Cova, tematiche non di minor peso che si ritrovano, nell’attualizzazione di Fabrizio Mandreoli, nell’amplissima agenda di papa Francesco) che gli costò la fine dell’esperienza di pastore attento ai «segni» del futuro.

 

MARCELLO NERI, FUORI DI SÉ, la Chiesa nello spazio pubblico, EDB, 2020

La modernità è “il cristianesimo uscito da se stesso (de-istituito) il quale continua a permanere nell’esteriorità di una cultura non più omogenea con esso”. Nel Preludio l’autore rievoca lo “spaesamento “ causato dalla pandemia, che in qualche modo va letto come invito a non arrendersi al male: il tempo scorre anche se la peste nera del 1348 ha dimezzato la popolazione europea: stava nascendo l’umanesimo e finiva la teologia scolastica. Oggi il nuovo corso tecno-finanziario “si è incuneato nel vuoto lasciato dall’esaurimento del dualismo moderno fra il sacro e il potere”: la Chiesa ha reagito con lentezza drammatica se si pensa alle intenzioni del Vaticano II di “risolvere la conflittualità con il mondo moderno”, deluse nel cinquantennio successivo caratterizzato (Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) dalla convinzione assoluta che “l’ordinamento linguistico dell’ortodossia della fede corrispondesse... alla verità cristiana di Dio e dell’uomo nella storia comune”. Basterebbe considerare l’impossibilità di adeguare il tempo messianico al codice di diritto canonico, che andrebbe “congedato” insieme con la concentrazione di potere dell’istituzione, in totale contrasto con il senso della vita quotidiana in cui vive la comunità nuova anche come generazione. Ci sarebbe bisogno che la fede praticata nel quotidiano diventasse “spazio pubblico” per riparare il deficit interno e per comprendere la crisi generale, politica e sociale, del tempo. Non è possibile riprendere le tematiche di questo libro, che incoraggia ad uscire dalla tutela ecclesiastica. Forse il Sinodo promosso dal papa ha bisogno di inviti come questo, che sgrana il rosario dei guasti interni insieme con il pericolo del neo-integralismo per rispondere alla rinnovata chiamata perché sia risolutiva.

 

Giancarla Codrignani

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