1 dicembre 2019 -  I DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A)

 

Hans Baldung Grien: Il Diluvio universale (1516)

 

 

PRIMA LETTURA (Isaia 2,1-5)

Messaggio che Isaìa, figlio di Amoz, ricevette in visione su Giuda e su Gerusalemme.
Alla fine dei giorni,
il monte del tempio del Signore
sarà saldo sulla cima dei monti
e s’innalzerà sopra i colli,
e ad esso affluiranno tutte le genti.
Verranno molti popoli e diranno:
«Venite, saliamo sul monte del Signore,
al tempio del Dio di Giacobbe,
perché ci insegni le sue vie
e possiamo camminare per i suoi sentieri».
Poiché da Sion uscirà la legge
e da Gerusalemme la parola del Signore.
Egli sarà giudice fra le genti
e arbitro fra molti popoli.
Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri,
delle loro lance faranno falci;
una nazione non alzerà più la spada
contro un’altra nazione,
non impareranno più l’arte della guerra.
Casa di Giacobbe, venite,
camminiamo nella luce del Signore.


SALMO RESPONSORIALE (Salmo 121)


Rit. Andiamo con gioia incontro al Signore.

 

Quale gioia, quando mi dissero:
«Andremo alla casa del Signore!».
Già sono fermi i nostri piedi
alle tue porte, Gerusalemme!

È là che salgono le tribù,
le tribù del Signore,
secondo la legge d’Israele,
per lodare il nome del Signore.
Là sono posti i troni del giudizio,
i troni della casa di Davide.

Chiedete pace per Gerusalemme:
vivano sicuri quelli che ti amano;
sia pace nelle tue mura,
sicurezza nei tuoi palazzi.

Per i miei fratelli e i miei amici
io dirò: «Su di te sia pace!».
Per la casa del Signore nostro Dio,
chiederò per te il bene.

 

 

SECONDA LETTURA (Romani 13,11-14a)

Fratelli, questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti.

La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.

Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo.



VANGELO (Matteo 24,37-44)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».



In altre parole

 

Viene da ripensare al libro di P.Magi e A.Fremura “Urge diluvio”, che riporta questo telegramma in copertina: “Esaminati ultimi cinque anni cronaca mondiale et constatata demenziale gestione cultura economia  politica et vita umana preghiamo vostra onnipotenza divina accogliere nostro accorato appello - urge diluvio stop”. Per dire che la segreta invocazione di un “diluvio universale” è una costante nella storia, se non come condanna e annientamento, come appello alla rigenerazione. Il fatto è, come è capitato già di dirci, che quando invochiamo il diluvio noi pensiamo alla situazione e agli altri, e allora ci sembra necessario; se invece pensiamo a quanto esso ci coinvolge nel nostro modo di essere e nelle nostre scelte, allora preferiamo fare come gli struzzi e tenere la testa sotto la sabbia.

 

Si tratta in realtà di coniugare e far coesistere questi due momenti: quello della perdita e quello della rinascita, in modo che dalla purificazione emerga un mondo nuovo, troppo spesso invocato e promesso a buon mercato. Ma ci è stato detto espressamente: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina” (Lc 21,28). Quindi, un mondo finisce, perché spunti un giorno nuovo: distruzione e rinascita, fine e principio sono le due facce della stessa medaglia che va presa in toto per quello che è.

 

Quando, per la fine dei tempi,  il profeta Isaia ci fa intravedere l’afflusso di tutte le genti al monte del Signore e il raduno di molti popoli per la parola del Signore, non ci dà una visione utopistica e illusoria, ma ci dice quale è la speranza che deve rimanere viva in noi, sapendo che “Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli”. E cioè, che qualcuno ci porterà alla salvezza per un nuovo inizio, come del resto Noè con l’arca. Non a caso, proprio il diluvio biblico assurge a simbolo universale di perdizione e di liberazione, fino a diventare anticipazione del passaggio tra le acque nell’esodo e perfino del battesimo cristiano: essere salvati dalle acque può voler dire pericolo scampato ma anche fonte e opportunità di salvezza. Così infatti avviene e si dice di Mosè!

 

Il riferimento è al futuro Messia, ma il profeta non si nasconde come e quanto questi dovrà operare perché le spade diventino aratri, le lance falci, in modo che una nazione non alzi più la spada contro un’altra nazione e sia accantonata del tutto l’arte della guerra. C’è quindi una visione di speranza messianica, non semplice utopia: messianica perché non solo possibile ma certa, nella consapevolezza però di quanto sia imprevedibile, difficile e impegnativa la sua realizzazione nella storia.

 

È quanto siamo chiamati a tenere presente come motivo di fondo di tutta la storia quando parliamo di “segni dei tempi”: siamo chiamati a discernimento e resistenza permanente, al di là di ogni dimostrativa “Bella ciao” in versione religiosa! Non è solo questione di forze avverse da combattere, ma soprattutto di essere nella verità: “Sorgeranno infatti falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi portenti e miracoli, così da indurre in errore, se possibile, anche gli eletti” (Mt 24,24). Quello della fede nel mondo non è tanto un problema di significati ideali, ma di realtà: è decisivo che quanto viene detto sia realmente vero e non solo generico riferimento ideale, come spesso succede!

 

In ogni caso, lo stesso Gesù rimanda ai “giorni di Noè”, per dirci che la storia si ripete,  e sarà come allora anche per “la venuta del Figlio dell’uomo”, parlando naturalmente di se stesso come il “Cristo” o Messia. Tutto sembrava svolgersi nella quotidianità di sempre, secondo una normalità ormai acquisita, mentre Noè è invitato ad entrare nell’arca per salvarsi. E nessuno sembrava accorgersi di nulla, fino al momento in cui il diluvio travolge tutti. Salvo il fatto che di due uomini e due donne ci sarà una sorte diversa, in quanto la salvezza è sempre un rischio imminente, da correre e da evitare. Non diversamente stanno e vanno le cose in ogni tempo davanti alla venuta del Figlio dell’uomo.

 

Ad  un’accortezza senza sosta ci richiama pressantemente Gesù, come se dovessimo temere  la visita di un ladro da un momento all’altro; in tal caso veglieremmo e non ci lasceremmo scassinare la casa. Alla stessa maniera bisogna tenersi pronti per il giorno del Signore, perché, nel giorno che non immaginiamo, “viene il Figlio dell’uomo”. Non è questione di “veglie di preghiera”, di discorsi da prima domenica di Avvento, ma di un’attitudine di speranza, di attenzione, di attesa, di pazienza, di serietà, di perseveranza, di realismo che ci fa essere “figli del regno” (Mt 13,38), seme buono nel campo del mondo.

 

È quando l’attesa del Regno non è più soltanto un fatto interiore o confinato in ambito celebrativo, ma diventa rapporto pubblico e dialettico col mondo e con la storia su un piano di verità e di realtà e non solo di acquiescenza, di integrazione, di spartizione concordataria. È tutto un nostro modo di essere accomodanti, da insediati e da privilegiati, che viene messo in discussione dall’attesa e dalla venuta del Figlio dell’uomo: ma quale è in effetti la forza di un’attesa messianica del Popolo di Dio che susciti speranza nel mondo e ci renda sufficientemente compresi e avveduti? Quanto siamo in grado di rendere ragione e prova di questa speranza?

 

È quanto ci raccomanda di fare san Paolo: essere consapevoli del momento e svegliarsi dal sonno, dando segni evidenti di un risveglio generale come Popolo di Dio messianico, rivestito appunto del Signore Gesù Cristo. E questo alla luce del sole e davanti agli occhi di tutti, prima che come fatto celebrativo interno, che potrebbe meritarci questo ammonimento di Gesù come “figli del regno” degeneri: “Ora vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti” (Mt 8,11-12). (ABS)


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