22 dicembre 2019 - IV DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A)

 


Anton Raphael Mengs: Il sogno di Giuseppe (1750)

PRIMA LETTURA (Isaia 7,10-14)

In quei giorni, il Signore parlò ad Acaz: «Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall’alto».

Ma Àcaz rispose: «Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore».

Allora Isaìa disse: «Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio? Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele».



SALMO RESPONSORIALE (Salmo 23)


Rit. Ecco, viene il Signore, re della gloria.

 

Del Signore è la terra e quanto contiene:
il mondo, con i suoi abitanti.
È lui che l’ha fondato sui mari
e sui fiumi l’ha stabilito.

Chi potrà salire il monte del Signore?
Chi potrà stare nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro,
chi non si rivolge agli idoli.

Egli otterrà benedizione dal Signore,
giustizia da Dio sua salvezza.
Ecco la generazione che lo cerca,
che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.

 

SECONDA LETTURA (Romani 1,1-7)

Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il vangelo di Dio – che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture e che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dei morti, Gesù Cristo nostro Signore; per mezzo di lui abbiamo ricevuto la grazia di essere apostoli, per suscitare l’obbedienza della fede in tutte le genti, a gloria del suo nome, e tra queste siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo –, a tutti quelli che sono a Roma, amati da Dio e santi per chiamata, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo!

VANGELO (Matteo 1,18-24)

Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”.

Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

 

 

In altre parole

 

Forse c’è da fare la tara su come viene festeggiato il Natale sia fuori che dentro la chiesa: basterebbe ricordare che della nascita di Gesù i vangeli parlano limitatamente e quasi di riflesso e che per Paolo è come se non ci fosse stata. Questo ci fa dire che non è il presepio a portarci al vangelo, ma è il vangelo che porta al presepio. Nel mistero cristiano, è dentro la fede che si celebra il Natale, mentre il Natale come lascito di cristianità rimane solo un surrogato religioso in regime appunto di fine-cristianità e di cristianesimo in recessione. E se questo fa problema, non basta vivere l’avvento come ricordo della prima venuta di Gesù, ma è necessario tornare a vivere l’attesa del ritorno del Figlio dell’uomo, come la prima generazione cristiana.

 

Luca e Matteo fanno parola della nascita di Gesù, ma solo come visione retrospettiva delle sue origini, per cogliere a posteriori i segni e il senso della sua venuta al mondo in maniera indiretta, si direbbe col senno di poi. Matteo apre il suo discorso con queste parole: “Così fu generato Gesù Cristo” o - secondo altra traduzione - “ecco come avvenne la nascita di Gesù”. Forse ci vuole dire che non avendo la capacità di cogliere la sostanza dell’evento come “mistero”, lo si può intravedere attraverso le modalità e le circostanze, guardando ai comprimari della vicenda del tutto aperta.

 

In realtà, quando si dà un significato predefinito e definitivo al Natale vuol dire che lo abbiamo già tradito, lo abbiamo congelato o fossilizzato, per prenderlo o per lasciarlo a nostro piacimento, come un oggetto d’uso a fini spirituali, umanitari e commerciali. Siamo al paradosso che l’avvento della nuova creazione annunciata dai profeti si riduce ad elemento ornamentale del vecchio mondo, strumento universale di distrazione di massa. In effetti, il fatto di dare il Natale come scadenza fissa e scontata da onorare con liturgie sociali è il segno che nel mondo di una umanità già sazia e senza più attese, esso è ormai momentaneo fuoco di paglia o specchio per le allodole. Anche dal punto di vista “religioso” Natale sembra un’isola felice a cui approdare con preparazioni spirituali di vario genere, un semplice dato di fatto e punto fisso di riferimento, al tempo stesso in cui risuonano proclamazioni di risonanza inaudita, quali appunto la venuta del Figlio dell’uomo o del Salvatore. L’evento più imprevedibile e impensabile di sempre rischia di scadere a consuetudine convenzionale.

 

Anche il simbolo popolare per eccellenza di questo mistero, il presepio, è cosificato  e conta più che altro dal punto di vista coreografico, tanto da organizzare gare e concorsi artistici. In ogni caso, tutti i presepi di questo mondo lanciano un messaggio che ripete quello di Giovanni: “In mezzo a voi c’è uno che voi non conoscete”. Ecco perché è il caso di considerare “come avvenne la nascita di Gesù”, riportandola nel contesto umano di partecipazione viva e coinvolgente dei suoi attori. A cominciare appunto dal Battista e dalla ragazza di Nazaret il cui nome è Maria, ma anche dal silenzioso e misterioso “Giuseppe suo sposo” e dal suo dramma interiore e di fede.

 

Sappiamo come Giovanni e Maria abbiano reagito all’incontro col Messia e con l’angelo che ne annunciava la nascita: con perplessità, con interrogativi e chiedendosi che senso avesse quanto veniva via via proposto. Giuseppe non è da meno e addirittura prende le distanze da quanto gli sta accadendo: si ritrova infatti incinta la sua promessa sposa, per di più con giustificazioni fantasiose e inaccettabili, chiamando in causa niente di meno che lo Spirito santo e facendola passare come opera di Dio. Veramente qualcosa di inaccettabile per un uomo giusto, che peraltro non infierisce e non si dispera, ma si ritira in buon ordine, lasciando che le cose facciano il loro corso e ciascuno segua la sua strada.

 

Situazione certamente non facile, che richiede un abbandono di fede e pazienza a tutta prova: essere toccati nel sentimento più profondo, nella propria speranza di vita così inaspettatamente tradita, e insieme dover mantenere il cuore aperto alla fiducia!

 

Anche lui quindi va considerando tutte queste cose, come del resto faceva Maria, perché per loro non tutto calava miracolisticamente dal cielo come saremmo portati a pensare. Era combattuto e nella totale incertezza, in attesa di qualche segnale, che arriva in sogno da un angelo, che però dice cose che nessuna voce umana avrebbe potuto dirgli, ma che in fondo corrispondevano a quanto la tradizione profetica suggeriva alla coscienza del popolo. Quindi, quanto gli aveva dichiarato Maria non era insensato e non era una giustificazione speciosa. Del resto, se Maria genererà un figlio, sarà lui a dovergli dare un nome e doverlo prendere in carico.

Se l’evangelista fa richiamo alla sfida che il profeta Isaia rivolge ad Acaz, evidentemente l’episodio era di dominio comune, e certamente avrà indotto Giuseppe a questa scelta: o rischiare di rifiutare il sogno, che peraltro aveva per oggetto la stessa promessa, o accettarlo come adesione incondizionata al disegno e all’opera di Dio: “Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele”. Il nome che Giuseppe gli dà è Gesù, perché “egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. È questo il centro del mistero a cui ci porta la prova di fede di Giuseppe (la fede non nasce come prova con Abramo?), che la esprime in questo modo: “Quando si destò dal sonno, fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa”.

Ci viene fatto capire che la fede non è un sistema dottrinale, rituale liturgico, codice di comportamento a cui adeguarsi, ma è disegno ed opera di Dio a cui prestarsi con dedizione incondizionata, una volta superata la prova: essa prende corpo e forma in chi la incarna, così come è per la coscienza, la libertà, la propria personalità. Essa infatti è la nostra esistenza in Cristo, consapevole e responsabile

Un interprete d’eccezione di questa fede è “Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il vangelo di Dio”. Anche lui, rivolgendosi “a tutti quelli che sono a Roma”, non fa che farci capire di riflesso cosa è questo vangelo di Dio di cui si fa servo: qualcosa che riguarda, secondo le “promesse dei profeti nelle sacre Scritture”, colui che è “costituito Figlio di Dio i virtù della risurrezione dei morti, Gesù Cristo nostro Signore”. Se questa è la sostanza della fede a cui siamo riportati anche da Paolo, egli non è altro che apostolo di Cristo per grazia, “per suscitare l’obbedienza della fede in tutte le genti”.

Se da una parte Paolo apostolo ci porta alla sostanza del vangelo, dall’altra ci dimostra cosa vuol dire farsi servo di Cristo Gesù per annunciare il vangelo di Dio: appunto “per suscitare l’obbedienza della fede in tutte le genti”! Avendo ben presente la preoccupazione di Gesù, che si e ci chiede: “Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18,8). (ABS)


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