28 aprile 2019 - II DOMENICA DI PASQUA o della Divina Misericordia (ANNO C)

 

 

Laura Lanzini: “… vidi sette candelabri d’oro” (1990)

 

PRIMA LETTURA (Atti degli Apostoli 5,12-16)

 

Molti segni e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; nessuno degli altri osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava.

Sempre più, però, venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e di donne, tanto che portavano gli ammalati persino nelle piazze, ponendoli su lettucci e barelle, perché, quando Pietro passava, almeno la sua ombra coprisse qualcuno di loro.

Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti impuri, e tutti venivano guariti.

 

 

SALMO RESPONSORIALE (Salmo 117)

 

Rit. Rendete grazie al Signore perché è buono: il suo amore è per sempre.

 

Dica Israele:

«Il suo amore è per sempre».

Dica la casa di Aronne:

«Il suo amore è per sempre».

Dicano quelli che temono il Signore:

«Il suo amore è per sempre».

 

La pietra scartata dai costruttori

è divenuta la pietra d’angolo.

Questo è stato fatto dal Signore:

una meraviglia ai nostri occhi.

Questo è il giorno che ha fatto il Signore:

rallegriamoci in esso ed esultiamo!

 

Ti preghiamo, Signore: Dona la salvezza!

Ti preghiamo, Signore: Dona la vittoria!

Benedetto colui che viene nel nome del Signore.

Vi benediciamo dalla casa del Signore.

Il Signore è Dio, egli ci illumina.

 

 

SECONDA LETTURA (Apocalisse 1,9-11.12-13.17-19)

 

Io, Giovanni, vostro fratello e compagno nella tribolazione, nel regno e nella perseveranza in Gesù, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù.

Fui preso dallo Spirito nel giorno del Signore e udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: «Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese».

Mi voltai per vedere la voce che parlava con me, e appena voltato vidi sette candelabri d’oro e, in mezzo ai candelabri, uno simile a un Figlio d’uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro.

Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la sua destra, disse: «Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi. Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle presenti e quelle che devono accadere in seguito».

 

 

VANGELO (Giovanni 20,19-31)

 

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

 

 

 

In altre parole…

 

Una premessa: nel testo liturgico della seconda lettura vengono omessi alcuni versetti del libro dell’Apocalisse, tra i quali questo: “Nella destra teneva sette stelle, dalla bocca gli usciva una spada affilata a doppio taglio e il suo volto somigliava al sole quando splende in tutta la sua forza” (Ap 1,16). Rientra nella visione che Giovanni ha del Figlio dell’uomo da cui proviene la voce che gli parla, e che evidenzia la potenza della Parola di Dio intesa come spada a doppio taglio (cfr. Is 11,4; Eb 4,12; 2Tes 2,9). Di questa scena abbiamo una interpretazione pittorica di Laura Lanzini dal ciclo sull’Apocalisse, per evidenziare quale è la vera provenienza della Parola di Dio (cfr 1Tes 2,13). Anche per capire come e a chi essa va destinata, senza ridurla a formula o modo di dire!

A partire di qui, si comprende meglio il motivo e il modo con cui Giovanni si rapporta ai suoi destinatari - col il libro dell’Apocalisse - quando si presenta come “fratello e compagno nella tribolazione, nel regno e nella perseveranza in Gesù”: un modo indicativo della comunicazione che dobbiamo far rivivere tra noi, in una solidarietà profonda basata sulla partecipazione a quanto c’è di assolutamente nuovo nella storia, l’ascolto della Parola di Dio! E questo grazie a colui che è il Primo e l’Ultimo, e il Vivente, morto ma ora vivo per sempre, con le chiavi della morte e degli inferi. Cambia così la scena di questo mondo, e non possiamo non ripartire da qui, evitando di normalizzare e banalizzare tutto come qualcosa scontato.

Sta di fatto che proprio “a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù” possiamo ritrovarci esiliati in qualche isola di Patmos, tagliati fuori dal piano di comunicazione convenzionale, che richiede integrazione o decreta emarginazione. Rimane però che una voce potente si faccia sentire, per spingerci alla comunicazione su un piano diverso come parola di Dio e testimonianza di Gesù: “Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese”. Si tratta delle cose presenti e di quelle che devono accadere in seguito! Viene da chiedersi se questo rimane un fatto isolato che riguarda Giovanni o non debba essere la via di comunicazione sinodale nelle chiese e tra le chiese.

Sempre Giovanni, a chiusura del suo vangelo, ci fa capire a cosa debba portare la testimonianza delle cose che ha visto e dei segni scritti nel suo libro, scritti appunto, egli dice, “perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome”. Ci viene ripetuto che il passo decisivo da fare, attraverso la “Scrittura”, è arrivare a credere “che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio”, a compimento di quel “credere al vangelo” che è l’invito che risuonava al primo annuncio del Regno.

La storia di Tommaso - divenuta perfino proverbiale - ci mette sull’avviso che si tratta di un passo non sempre facile. Mentre in un primo momento, sentendosi dire “Pace a voi”, “i discepoli gioirono al vedere il Signore” - forse perché già preparati dai messaggi delle donne e dalle visite al sepolcro, e forse anche perché erano insieme – per Tommaso è diverso, perché solo e senza il conforto dei compagni, un po’ come per i discepoli di Emmaus. Le condizioni che egli pone per credere sono di vedere i “segni dei chiodi” e poter mettere il dito nelle piaghe come prova che quel Signore visto dagli altri fosse proprio quello che pendeva sulla croce. Evidentemente la sua era una richiesta sincera e non una semplice sfida, anche se di poca fiducia verso chi lo aveva informato del fatto.

Ecco allora che Gesù concede la replica della visita e va incontro al desiderio di questo suo discepolo, che proprio con la sua richiesta aveva dimostrato l’attaccamento a lui e il desiderio di vederlo. In realtà, c’è modo e modo di porre condizioni per credere. Tanto è vero che Tommaso reagisce subito con la sua professione di fede – “Mio Signore e mio Dio!” – magari senza neanche aver fatto ciò che aveva chiesto e che il Maestro ora gli consentiva. Di tutto questo ne approfitta Gesù - o l’evangelista per lui – per mettere in chiaro quelle che saranno da allora in poi le condizioni del credere e del credente, e cioè di coloro ai quali egli manda i suoi come il Padre ha mandato lui nel mondo. Dice infatti a Tommaso perché tutti intendano: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”.

In ogni caso, segni e prodigi continuano ad esserci per opera degli apostoli nella prima comunità di Gerusalemme che comincia ad aprirsi e a trovare una sua collocazione pubblica: segni e prodigi, però, più come frutto che come motivo del credere. Il fatto importante, vero segno e prodigio, è invece che “sempre più venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e di donne”.

Nasceva potenzialmente un nuovo genere di umanità, così come con Abramo appariva nel mondo il Popolo dei credenti: gente comune che veniva alla fede, si ritrovava insieme nel tempio, che era significativa per il popolo, sia pure in presenza di oppositori. Era il nuovo Popolo di Dio che prendeva corpo e dava origine ad una storia della fede nel mondo di cui siamo portatori, come eredità da ricevere e da trasmettere in questa stessa forma: e cioè come rete di rapporti tra persone prima che in forza di strutture e gerarchie canoniche.

È così che nasce e prende corpo una chiesa, in una rinnovata ecclesiogenesi che ne prolunga la vita nel mondo come luogo del credere e della “fede che opera per mezzo della carità” (Gal 5,6). Se fede e carità non si fondono, c’è il rischio che la chiesa diventi “come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna” (1Cor 13,1): una fede come luogo di buoni sentimenti religiosi e una carità come luogo di sentimenti umanitari. Il problema è come uscire da questa polarizzazione religioso-umanitaria e tornare ad ascoltare ciò che lo Spirito dice alle chiese, non più come sfondo e sottofondo, ma “voce potente come tromba” (ABS)


.