15 dicembre 2019 - III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A) – GAUDETE

 

Tiziano Vecellio: San Giovanni Battista (1542)

PRIMA LETTURA (Isaia 35,1-6a.8a.10)

Si rallegrino il deserto e la terra arida,
esulti e fiorisca la steppa.
Come fiore di narciso fiorisca;
sì, canti con gioia e con giubilo.
Le è data la gloria del Libano,
lo splendore del Carmelo e di Saron.
Essi vedranno la gloria del Signore,
la magnificenza del nostro Dio.
Irrobustite le mani fiacche,
rendete salde le ginocchia vacillanti.
Dite agli smarriti di cuore:
«Coraggio, non temete!
Ecco il vostro Dio,
giunge la vendetta,
la ricompensa divina.
Egli viene a salvarvi».
Allora si apriranno gli occhi dei ciechi
e si schiuderanno gli orecchi dei sordi.
Allora lo zoppo salterà come un cervo,
griderà di gioia la lingua del muto.
Ci sarà un sentiero e una strada
e la chiameranno via santa.
Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore
e verranno in Sion con giubilo;
felicità perenne splenderà sul loro capo;
gioia e felicità li seguiranno
e fuggiranno tristezza e pianto.


SALMO RESPONSORIALE (Salmo 145)


Rit. Vieni, Signore, a salvarci.

 

Il Signore rimane fedele per sempre
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri.

Il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri.

Egli sostiene l’orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.
Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione.

 

SECONDA LETTURA (Giacomo 5,7-10)

Siate costanti, fratelli miei, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge. Siate costanti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina.

Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri, per non essere giudicati; ecco, il giudice è alle porte. Fratelli, prendete a modello di sopportazione e di costanza i profeti che hanno parlato nel nome del Signore.



VANGELO (Matteo 11,2-11)

In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».

Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”.
In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».



In altre parole

 

Se vivessimo ancora in clima di “cristianità”, in cui la tradizione religiosa creava anche il costume sociale, avrebbe ancora la sua risonanza il fatto che la terza domenica di Avvento porta il nome di “Gaudete” a motivo dell’antifona d’ingresso che invita a rallegrarsi e a scoprire le ragioni della gioia insite nella speranza del Signore vicino. In un mondo in cui la liturgia della chiesa è così come la chiesa stessa – è sempre più un’isola felice in un contesto religioso di segno diverso - il richiamo c’è sempre come sollecitazione spirituale, ma quanto a risonanza umana e forza di vita è “come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna” (1Cor 8,1). Siamo al punto che quanto per alcuni rimane molto significativo in senso spirituale, di fatto è irrilevante per l’insieme della società umana. È un po’ come se il sale avesse perso il sapore!

Con quanta convinzione e con quanto ascolto, per esempio, potremmo riproporre il messaggio del profeta Isaia che annuncia un deserto che ridiventa giardino, con canti di gioia e di giubilo per la manifestazione della gloria del Signore e la magnificenza del nostro Dio? Che dice “agli smarriti di cuore: «Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi»”.  Dobbiamo chiederci con quale credibilità possiamo annunciare l’avvento di un mondo di guariti, liberati, riscattati, di donne e uomini che “verranno in Sion con giubilo”? Si dice perfino che “felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto”. È solo poesia?

Del resto, non possiamo dimenticare che quando si parla di “vangelo” non è niente di meno e di diverso, perché altro non dovrebbe essere che l’avverarsi di questa promessa nella pienezza dei tempi, senza facili spiritualizzazioni e senza rinvii. Ma cosa effettivamente avviene ed arriva con la venuta del Figlio dell’uomo, di colui che “sarà chiamato Figlio di Dio”, colui che “salverà il suo popolo dai suoi peccati”? Qui però siamo al di fuori di visioni e previsioni ideali, per passare su un terreno di realtà nella “pienezza dei tempi”, quando “Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge” (Gal 4,4). Si richiede un passaggio inevitabile per tutti da una fede pensata ad una fede vissuta, da una fede sognata ad una fede realtà: qualcosa che ripeta il momento rivelativo e drammatico del passaggio dal Precursore al Messia, da Giovanni a Gesù. Non è solo un dato di cronaca e un episodio transitorio che riguarda gli attori di allora, ma è una costante della storia della salvezza che investe ogni esperienza di fede, personale o di popolo.

Quando Angelo Roncalli, assumendone il nome da Papa, disse di essere venuto come Giovanni a “preparare al Signore un popolo ben disposto” (Lc 1,17), di fatto ha riportato la chiesa tutta al compito del “Precursore” come guida all’attesa e ricerca del Cristo nel mondo: ad una chiesa che prima ancora di far valere il proprio magistero dottrinale ed il suo insegnamento sul Cristo Signore, sappia farsi compagna e guida di fede verso di lui. Si tratta più di una “preparazione evangelica” (praeparatio evangelica) che di evangelizzazione vera e propria; di agire non tanto in posizione vicaria e “in persona Christi” dentro una chiesa costituita, quanto piuttosto di mettersi dalla parte di un’umanità in attesa e alla ricerca di salvezza. Ecco perché riprendere e ripetere la vicenda e l’esperienza di Giovanni il Battista è un passaggio obbligato per i nostri tempi.

Egli è colui che dice al popolo “in mezzo a voi c’è uno che voi non conoscete”, ma lui stesso alla fine è messo alla prova ed entra in crisi rispetto alla figura del Messia che aveva indicato presente e additato a quanti andavano a farsi battezzare dal lui. Per dire che non bisogna anticipare a modo nostro, secondo i nostri schemi, l’identità di colui che deve venire, ma saperlo accettare come lui si presenta e vuole essere accolto. In effetti, intorno a Gesù non mancavano indizi, pronunciamenti, annunci profetici, insegnamenti ecc… che avrebbero dovuto portare ad una sua identificazione come Messia. Così come non mancavano dibattiti, discussioni, prese di posizione, polemiche e scontri. Non a caso il vecchio Simeone avvertiva Maria con queste parole: “Ecco, egli è posto a caduta e a rialzamento di molti in Israele, come segno di contraddizione, affinché i pensieri di molti cuori siano svelati” (Lc 2,34-35).

D’altra parte, una certa ambiguità riguardo al Messia è già latente negli stessi profeti. E anche il brano odierno di Isaia ci dice che sì, cambierà la sorte degli sventurati, ma tutto dentro l’auspicata restaurazione di un regno di Israele. C’è quindi un’ambivalenza nel messianismo che attraversa i secoli e investe perfino il Precursore Giovanni Battista. Al momento del Battesimo nel Giordano, egli accoglie Gesù e lo rivela al popolo come “agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo”; colui su cui scende e rimane lo Spirito santo, colui che battezza non con acqua ma con Spirito santo e fuoco! Quindi qualcuno che avrebbe realizzato fino in fondo quanto aveva prospettato nella sua invettiva contro farisei e sadducei con parole di fuoco: “razza di vipere”, “ormai la scure è posta alla radice degli alberi… Egli ha il suo ventilabro in mano, ripulirà interamente la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con fuoco inestinguibile”.

Proprio per la sua predicazione egli è in carcere e rischia la vita. Da quanto invece viene a sapere, quel Gesù che era stato riconosciuto e presentato da lui come colui che deve venire, di fatto non risponde al suo modello e alle sue previsioni: perché sì, ridona la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, la parola ai muti e cose del genere, ma non sembra avere nessuna intenzione di restaurare il regno di Israele secondo le attese dei più: è troppo indulgente con i peccatori ed è indifferente alle sorti politiche del suo popolo! Ecco perché, combattuto tra dubbio e coerenza, egli cerca chiarimenti e conferme.

Ecco allora che “avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?»”. Per tutta risposta, Gesù gli fa sapere che la sua opera è proprio quella che suscitava in lui perplessità, interrogativi e scandalo; quella di un Messia povero ed umile venuto per i malati e i peccatori, e non da trionfatore! Il messaggio inviato più direttamente a Giovanni è in queste parole, quasi ad invitarlo ad essere se stesso e superarsi: “E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!”.

Per rassicurare comunque la gente e fugare ogni ombra di dubbio sulle intenzioni di Giovanni, e per accreditarlo ai loro occhi, Gesù comincia parlare di lui alle folle per rettificare il loro rapporto con quell’uomo del deserto: egli è uno che non dice una cosa per un’altra per avere consensi e seguito, e neanche uno assetato di potere che vuole arrivare ai palazzi dei re. Devono considerarlo invece un profeta, “anzi, più che un profeta”, mandato appunto a preparargli la via, anche attraverso i suoi dubbi ed interrogativi. Egli fa da spartiacque tra i due ordini di grandezza: è il più grande tra i nati da donna, ma sta di fatto che “il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui”. Colui che - mite ed umile di cuore - si fa piccolo nel regno dei cieli, lo sorpassa, come del resto Giovanni aveva preventivato. È già motivo di grandezza che egli sia anello di congiunzione tra l’attesa e l’evento, passaggio sempre da compiere.

Ed è quanto dovremmo riuscire a fare di nuovo anche noi con la necessaria costanza “fino alla venuta del Signore”, col realismo dell’agricoltore che aspetta il frutto della terra, rinfrancando i nostri cuori “perché la venuta del Signore è vicina”. In qualche modo colui che è “più che profeta” - Giovanni il Battista - ci è proposto come modello di sopportazione e di costanza, sia pure attraverso le inevitabili crisi che ci mettono alla prova nell’attesa di colui che deve venire. È un battesimo di conversione e di realismo sempre e comunque necessario, soprattutto per una chiesa tentata di larvato trionfalismo. (ABS)


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